L’Iran torna in campo e lo fa rientrando dalla porta principale. Le sanzioni che la comunità internazionale aveva imposto a Teheran in risposta al suo programma nucleare, non ci sono più. E’ l’inizio di una nuova era nei rapporti tra Iran e Occidente. Dopo nove anni di restrizioni economiche, la Repubblica islamica può finalmente respirare e aspirare a quel ruolo di guida del mondo islamico sognato da Khomeini. Teheran ha rispettato gli impegni presi nell’accordo dello scorso 14 luglio, come il trasferimento di uranio arricchito all’estero e la riduzione del numero di centrifughe nelle sue centrali atomiche. Un negoziato lunghissimo culminato nell’Implementation Day del 16 gennaio, ma che andava avanti da quasi tredici anni. “Dopo l’entrata in vigore dell’accordo nucleare, il terreno è propizio per una maggiore cooperazione a livello regionale per lottare contro il vero pericolo che minaccia la nostra regione, vale a dire il terrorismo e l’estremismo”, ha affermato il poliedrico ministro degli esteri iraniano Zarif, concludendo “noi siamo pronti e speriamo che gli altri paesi vicini e la comunità internazionale lo siano ugualmente”. Il 2016 sarà un anno particolare per l’Iran, un anno di svolta per un Paese che si candida a diventare il più grande mercato del Medio Oriente. Con i suoi 77 milioni di abitanti, l’Iran, rappresenta un bacino enorme per le imprese occidentali, finora limitate nel fare affari nell’antica Persia dalle sanzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU nove anni fa.

Un ritorno importante che già ha i suoi effetti nel principale mercato di Teheran, quello del petrolio. I prezzi dell’oro nero, già bassi per scelta dei sauditi, sono destinati a crollare. Il governo iraniano è certo che, in poche settimane, riuscirà ad aumentare la produzione di greggio di 500mila bg, ma difficilmente una quotazione così bassa di combustibile fossile potrà fare da volano all’economia iraniana, anche se sarebbero già diverse le petroliere ancorate nei porti del sud del Paese pronte a prendere il mare cariche di greggio. La vera rivoluzione sta nella massiccia inondazione di investimenti privati, come ribadito dal presidente Rohani, deciso sostenitore della necessità di aprire il Paese ai mercati stranieri per raggiungere l’obiettivo di crescita dell’8%. La revoca delle sanzioni è stata possibile grazie all’azione congiunta del governo riformista di Teheran e all’impegno dell’amministrazione Obama che, nonostante lo scetticismo di molti negli Stati Uniti, è riuscita a tirare dritto, consapevole che una riabilitazione dell’Iran a livello internazionale può avere delle conseguenze importanti non solo dal punto di vista dell’economia, ma anche, e soprattutto, da quello della sicurezza. “Ora il Medio Oriente è più sicuro”, ha dichiarato il segretario di Stato americano John Kerry, elogiando il potere della diplomazia, vera arma grazie alla quale si è riusciti a giungere ad un accordo per troppo tempo negato. Tra Washington e Teheran sembra sbocciata la primavera, come dimostra il comportamento americano nella querelle tra iraniani e sauditi dopo l’esecuzione del leader religioso sciita Nimr al Nimr e la conclusione più che pacifica del fermo dei marines statunitensi da parte dei pasdaran iraniani qualche giorno fa. Nonostante il clima disteso, tra Iran e Stati Uniti non si può certo parlare di pace fatta, e a darne prova sono le decisioni del Dipartimento del tesoro di Washington, che ha annunciato nuove sanzioni, stavolta individuali, legate al programma di missili balistici degli Ayatollah. Misure in realtà blande, probabilmente introdotte su pressione di ambienti repubblicani legati ai principali oppositori di Teheran: Israele e Arabia Saudita. Già perché se c’è qualcuno a cui proprio non va giù l’intesa tra Occidente e iraniani, questi, sono a Tel Aviv e Riyadh.”Senza i nostri sforzi per le sanzioni contro il programma nucleare iraniano, Teheran avrebbe armi nucleari da molto tempo. La comunità internazionale deve imporre sanzioni severe ed aggressive nel caso di qualsiasi violazione” ha ammonito il premier israeliano Benjamin Netanyahu. “La politica di Israele era e rimarrà esattamente la stessa, non consentiremo all’Iran di acquisire armi nucleari”, Israele è pronto a fronteggiare qualsiasi minaccia”, ha poi concluso, scagliandosi duramente contro l’accordo e la fine delle sanzioni. Per Netanyahu, il ritorno dell’Iran, è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso nel suo già critico rapporto con Obama e la sua amministrazione.

Ma il fronte degli scettici non è composto solo da israeliani e sauditi, anche all’interno dell’Iran sono in tanti quelli che si sono opposti a questo accordo e che vedono con sospetto le manovre occidentali e del governo Rohani. I conservatori, capeggiati dalla Guida Suprema Khamenei, temono che il riavvicinamento con l’Occidente possa avere serie ripercussioni sulla stabilità interna e mettere in pericolo le basi della rivoluzione islamica del 1979. Il test più significativo sarà a febbraio quando gli iraniani dovranno scegliere il nuovo parlamento, ad oggi dominato dai conservatori, che avrà poi il compito di nominare gli 88 membri dell’Assemblea degli esperti il cui compito sarà, nei prossimi anni, quello di decidere la successione a Khamenei. In realtà, proprio l’accordo con l’Occidente, nonostante le paure dei conservatori, potrebbe cementare ancora di più la fiducia degli iraniani nei confronti del programma rivoluzionario. Del resto la fine delle sanzioni è l’esempio di come, nonostante l’isolamento internazionale, l’Iran sia riuscito a non finire del vortice del regime change e a vincere la sua battaglia per il riconoscimento nella comunità internazionale. Teheran è infatti un partner fondamentale nella lotta al terrorismo jihadista, come dimostra il suo coinvolgimento nel conflitto siriano a fianco delle forze che si oppongono alle brutalità dell’ISIS.