Il caso del comico tedesco Jan Böhmermann rivela la vasta influenza giocata nella geopolitica odierna dal leader più spregiudicato e giocatore d’azzardo del panorama internazionale, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Questi si era infatti indispettito non poco dopo esser stato dileggiato da Böhmermann, che lo scorso 31 marzo aveva recitato una poesia fortemente satirica durante il suo programma televisivo “Neo Magazine Royale”. La reazione dell’aspirante Sultano di Ankara è andata ben oltre le aspettative, il comico ha subito una denuncia formale da parte del governo turco e il caso diplomatico venutosi a creare tra Germania e Turchia ha dimostrato la sudditanza psicologica della Germania, e di riflesso dell’Europa, di fronte a Erdogan. Il cancelliere Angela Merkel ha infatti dato il via libera alla messa sotto processo di Böhmermann applicando le disposizioni del paragrafo 103 del Codice Penale, che affidano al governo la necessità di autorizzare a un procedimento penale in seguito alla presentazione, da parte di un capo di Stato estero, di una denuncia per offese ricevute nei confronti di un cittadino tedesco. La genuflessione della Merkel è la conseguenza di un completo cambio di prospettiva operato dall’Europa nei confronti della Turchia: dopo aver corso per anni alla rincorsa di Bruxelles, vedendo perennemente frustrata la sua ambizione di unirsi all’Unione Europea, Erdogan ha operato con sempre maggiore insistenza nel teatro mediorientale, arrivando a un livello di coinvolgimento tale da risultare indispensabile all’Europa stessa una volta che le manifestazioni più impressionanti degli sconvolgimenti in atto nella regione, come l’esodo dei profughi e il dilagare del terrorismo, sono arrivati a interessare in primo piano il Vecchio Continente. È bene ricordare che di queste problematiche la Turchia è stata in larga misura complice, ma Erdogan è sempre riuscito a trarre profitto da un doppiogiochismo oramai rodato, interpretando il decisivo ruolo di ago della bilancia ed apparendo a numerosi soggetti interessati come la figura chiave del presente contesto internazionale.

E il fatto che le capacità censorie del presidente turco riescono a estendersi sino alla Germania testimonia eloquentemente il modus operandi preferito da parte di Erdogan, che negli ultimi mesi ha imposto un sensibile salto di qualità al suo controllo sull’informazione e sul sistema di poteri interni alla Turchia, assestando una serie di mirate picconate all’apparato democratico del paese e caratterizzandosi, settimana dopo settimana, come un vero e proprio “intoccabile”, una figura-tabù sulla quale è impossibile esprimersi in termini che non siano positivi. Il caso maggiormente discusso è stato sicuramente quello riguardante Zaman, il quotidiano più diffuso in Turchia, che lo scorso 4 marzo è stato sequestrato dall’autorità giudiziaria e commissariato, vedendo inoltre la sua direzione totalmente rinnovata, dopo esser stato violentemente attaccato dal governo per il sostegno accordato al principale avversario politico del presidente, l’imam Fethullah Gülen attualmente esiliato negli Stati Uniti. Zaman ha ripreso le pubblicazioni dopo due giorni, con una linea editoriale completamente nuova, smaccatamente favorevole all’esecutivo che è riuscito così a cauterizzare una delle principali fonti di opposizione all’interno del paese. Oltre al clamoroso caso Zaman, la realtà quotidiana del paese ci consegna un quadro di continue intimidazioni rivolte nei confronti di giornalisti e uomini di cultura considerati “scomodi”, di attacchi frontali contro coloro che si permettono di criticare la linea politica del governo e di clamorosi processi intentati a chi, oltre a criticare, si azzarda addirittura a presentare documenti autorevoli che testimoniano il doppiogiochismo di Erdogan, specialmente nei suoi approcci alla politica estera. Nel portare avanti la sua battaglia per la censura, il governo si è ritrovato anche in conflitto con quei settori delle istituzioni che, almeno per ora, sfuggono al suo completo controllo o mantengono ancora una loro indipendenza: ad esempio, Erdogan ha dichiarato pubblicamente di non riconoscere come ragionevole e, dunque, di voler disattendere il pronunciamento della Corte Costituzionale che, il 25 febbraio, ha definito illegittima la detenzione preventiva di Can Dündar e Erdem Gül, direttore e cronista di Cumhuriyet, in carcere da tre mesi con l’accusa di aver rivelato segreti di stato e ancora in attesa di un processo. Essi sono stati arrestati dopo aver dimostrato l’estrema ambiguità del governo turco che, oramai da anni, sostiene ed arma i gruppi jihadisti che, a parole, dichiara di combattere nell’ambito della coalizione internazionale a guida statunitense.

L’offensiva autoritaria in campo interno rappresenta uno dei due volti del grottesco progetto neo-ottomano di egemonia mediorientale che Erdogan sta coltivando negli ultimi anni e rappresenta la premessa necessaria per il conseguimento dei massimi poteri operativi in campo internazionale, in modo tale da permettergli di sviluppare la sua azione geopolitica avendo cauterizzato e reso sicuro il “fronte interno”. Il parallelismo tra le due realtà è apparso evidente nel corso della recente contesa elettorale, in seguito alla quale il popolo turco ha assegnato al partito di Erdogan la maggioranza assoluta negata solo pochi mesi prima nell’interlocutoria tornata dello scorso giugno. Essa è stata ottenuta dopo una martellante campagna i cui punti salienti sono stati la sindrome dell’assedio inoculata nella popolazione da Erdogan attraverso gli strumenti di informazione nelle mani dal governo, l’accentuazione strumentale di un sentimento conservatore fortemente condiviso da buona parte degli abitanti dell’interno del paese e l’individuazione di gruppi di nemici ben definiti, primi fra tutti i gruppi curdi vicini al PKK. Le aspirazioni totalitarie dell’aspirante Sultano hanno trovato perciò un felice riscontro nei risultati delle urne, che hanno rafforzato le sue volontà di imporsi come vero e proprio “uomo solo al comando”, istituzionalizzato nei fatti un presidenzialismo autoritario che allo stato attuale delle cose la Costituzione della Turchia non prevede e esteso l’alone di intoccabilità che avvolge la figura di Erdogan. Non è infatti un caso che proprio dopo le elezioni del novembre 2015 che hanno consegnato al Partito Giustizia e Sviluppo (AKP) 317 seggi su 550 nel Parlamento di Ankara la politica repressiva abbia subito una brusca accelerazione, caratterizzata dal costante utilizzo della denuncia degli oppositori per presunti oltraggi alla persona del Presidente, molto spesso qualificabili semplicemente all’espressione di libere opinioni sull’andamento della situazione, come accaduto ai diciannove accademici arrestati lo scorso 15 gennaio dopo aver sottoscritto un appello alla pace che stigmatizzava la repressione selvaggia condotta dall’esercito turco contro la minoranza curda e i rischi connessi al mantenimento di uno stato permanente di tensione, che si sono palesati negli ultimi mesi sotto forma di una serie di attentati che hanno fatto piombare la Turchia in un vero e proprio “anno di piombo”.

Imperscrutabile e imprevedibile, Erdogan resta oggi saldo al potere, forte del sostegno che la comunità internazionale non cessa di mostrare nei suoi confronti e del controllo esercitato sul “polso” del suo paese. Il progetto di una Turchia imperiale, tuttavia, appare irrealistico nel lungo termine, alla luce soprattutto dell’attuale conflittualità con la Russia, principale alleato di due dei principali concorrenti di Erdogan (la Siria di Assad e l’Iran) e a sua volta largamente coinvolta nello scenario che Erdogan aspira ad egemonizzare. In nome di questo progetto, tuttavia, prosegue il lento svuotamento del sistema democratico e rappresentativo turco, mentre il presidente coltiva il sogno di restare in sella sino al 2023, anno del centenario della Repubblica, per poter porre la sua figura in diretta correlazione e in velata concorrenza con quella del mitico fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Ataturk. Ogni forma d’opposizione è messa a tacere in maniera brusca, e ogni critica perseguitata persino quando si verifica al di fuori del territorio turco. Da Zaman al caso Böhmermann, Erdogan continua a essere intoccabile. E finché gli altri leader internazionali continueranno a rafforzarlo nella sua convinzione di invulnerabilità, un ritorno alla normalità del sistema democratico turco è da ritenersi una vana speranza.