In Israele non passa giorno senza che si verifichi un nuovo attacco contro cittadini ebrei. In Italia già la chiamano “l’intifada dei coltelli”, come se a definirla sia l’arma prescelta dagli assalitori – alla stessa stregua allora la prima sarebbe dovuta essere quella delle “pietre e delle molotov” e la seconda quella “delle bombe”. Vista in questi termini si potrebbe quindi affermare che quest’ultima ondata di violenza sia in un certo modo più “scarica” e meno pericolosa delle precedenti; assolutamente meno scioccante dei lanci di missili o dei raid di Hamas fuori dal recinto di Gaza; eppure non per questo meno feroce. In Israele vanno cauti sulle definizioni, ma la paura è palpabile. Il sindaco di Gerusalemme ha suggerito ai cittadini con il porto d’armi di uscire armati – in un Paese dove già è assolutamente normale vedere ovunque soldati che tornano a casa in licenza con il mitra sotto il braccio – e stanno apprestando in fretta e furia un muro divisorio per sigillare la zona est.

Alcuni già scrivono, cavalcando l’onda di una presunta matrice religiosa, che è la prima intifada diretta dagli imam, poiché le avvisaglie sono avvenute ad al-Aqsa, sono stati accoltellati dei rabbini ed è stata incendiata la tomba di Giuseppe. Dimenticandosi completamente che anche nel 2000 tutto “incominciò” con una passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee e che i “bersagli” sono del tutto variegati: adolescenti, soldati, coppie; però su una cosa hanno ragione: questa è la prima intifada non politica. È spontanea, coinvolge sia gli arabi che stanno al di qua del muro, sia gli abitanti della Cisgiordania, ma soprattutto non ha alcun interlocutore “ufficiale”. Ha preso alla sprovvista la dirigenza di al Fatah e lo stesso Hamas, come è stata una brusca doccia fredda per il governo di Netanyahu. Dopo aver trascorso gli ultimi anni come i più tranquilli per la sicurezza di Israele; grazie alla guerra in Siria – che drena le forze dei suoi nemici storici – e al ritrovato Egitto di Al Sisi che ha sigillato i tunnel e bandito i Fratelli Mussulmani; l’esplosione di attacchi con i coltelli ha mutato completamente il quadro.

Il primo ministro israeliano – noto per le sue posizioni intransigenti verso qualsiasi accordo con Abu Mazen – era riuscito quasi a far cadere nel dimenticatoio il problema palestinese; anche la stessa guerra lampo dello scorso anno a Gaza era scivolata sotto traccia, con il beneplacito delle petromonarchie impegnate nello scenario siriano. Al riparo dal muro e protetti da Iron Dome gli israeliani grati gli avevano rinnovato il mandato. Lontane erano le proteste di piazza del 2011 come la minaccia di Hezbollah. Poi, come il risveglio da un sogno troppo bello, c’è stato l’accordo di Obama con l’Iran, la Russia che sostiene Assad e questa terza intifada. Una terribile seccatura, perché non si sa da dove incominciare. Il tempo del dialogo è solo un ricordo e, morto assieme a esso, sono scomparsi anche gli interpreti. Chi comanda ora veramente nella Striscia e quale autorevolezza ha ancora Abu Mazen? Come può il loro incontro con John Kerry fermare dei “lupi solitari”?

Nel frattempo l’esercito reagisce come sa: aumentano i check point, si montano nuovi muri, si usano gas lacrimogeni e proiettili di gomma; ma è tutto inutile quando il tuo vicino di casa o il tuo panettiere decide di uscire di casa e rifilarti una coltellata alle spalle. Solo che da noi i “lupi solitari” agiscono da soli e ben equipaggiati, qui invece è solo un modus operandi di chi non ha altro che un coltello come arma. Questa, infatti, è una vera e propria intifada guidata dalla disperazione; non tanto per lottare contro l’occupazione o rivendicare dei diritti, ma per manifestare di essere ancora vivi, di non essere relegati nell’oblio della Storia. Un severo atto d’accusa diretto contro la propria classe politica, incapace di produrre un benché minimo miglioramento delle condizioni di vita. I palestinesi sono stanchi di esultare perché la Svezia li ha ufficialmente “riconosciuti” come Stato o per il seggio conquistato all’Onu; vogliono vedere dei cambiamenti concreti e questa sfiducia nella leadership sfocia nella violenza piuttosto che nella rassegnazione. A preoccupare seriamente il governo di Gerusalemme è che dopo Abu Mazen e (forse) Khaled Meshal – che è escluso da ogni possibile colloquio – c’è un vuoto politico che presto o tardi sarà colmato da gruppi ancora più radicali già attivi nel territorio. E non basterà l’ennesimo muro per risolvere la situazione a meno di non rinchiudere l’intera popolazione arabo-israeliana.