Si è conclusa pochi giorni fa la sessantatreesima riunione del Club Bilderberg, associazione che riunisce il gotha politico e finanziario del mondo, in particolare di Stati Uniti e Europa. Tale organizzazione sorse nel 1954 proprio con l’intento di arginare il crescente antiamericanismo del Vecchio continente. Il politico polacco Joseph Ratiger e il banchiere David Rockfeller furono tra i grandi promotori di questa riunione annuale, composta da un numero che gira intorno ai 120 – 150 personalità, rigorosamente su invito. John Elkann, Lilli Gruber, Gianfelice Rocca, Mario Monti e Franco Bernabé sono i nomi italiani di quest’edizione, dove sono stati toccati i temi più svariati: dalla Grecia alla NATO passando per la globalizzazione. Massimo riserbo però circa i contenuti delle discussioni, come sempre. E’ qui che la riunione assume carattere paradossale: coloro i quali parlano ogni giorno di trasparenza, giustizia e democrazia, e spesso decidono interventi armati in nome di questi valori, si riuniscono e si scelgono tra di loro alle spalle dei popoli. Non a caso, mentre la recente crisi colpiva duramente le fasce più deboli, la forbice ricchi-poveri e i profitti dell’elite politico-economica occidentale aumentavano vistosamente, come messo in luce dall’economista Jospeh Stiglitz.

Già nel 2002, Gabriele Adinolfi tratteggiò le caratteristiche del Club: «Determinare con precisione assoluta il ruolo del Bilderberg è arduo. Se teniamo conto della selettività della sua composizione, delle peculiarità dei suoi comportamenti, dell’alto livello di incidenza, non crediamo di essere molto lontano dal vero se lo consideriamo come una sorta di esecutivo internazionale permanente, in carica più o meno vitalizia, del tutto svincolati dalle leggi e dalle regole internazionali. Non si tratta di un vero e proprio governo supernazionale ma di qualcosa che sta tra un Soviet ed un consiglio di Amministrazione. Dedito ad assorbire le scosse e a rimodellare le forme del capitalismo mondiale, il Bilderberg non rappresenta il potere supernazionale ma ne è in ogni caso un’espressione operativa di grande importanza. Non è corretto definirlo come il vero centro del potere, lo è tuttavia di sicuro il dire che si colloca al centro del potere». Un luogo di incontro dove stemperare le reciproche influenze, poter decidere strategie in nome di un cosmopolitismo che caratterizza indelebilmente le odierne classi dirigenti, quelle elites che «profondono il proprio denaro nel miglioramento delle enclavi in cui sono autorinchiuse», citando il sociologo Christopher Lasch. Siamo di fronte a uno dei tanti esempi delle tendenze lobbistiche e oligarchiche parte integrante del mondo democratico, basti pensare ai clubs di matrice anglo-americana nati a cavallo del XIX e del XX secolo (Fabian Society, Round Table), alle centrali di politica estera di Londra (RIIA) e Washington (CFR), fino alla più nota Commissione Trilaterale, fondata da due grandi protagonisti della diplomazia e della politica mondiale: Brzezinski e Kissinger, oltre all’immancabile Rockfeller.

La lezione della scuola elitista italiana (Mosca e Pareto tra tutti) resta quindi più viva che mai: una maggioranza organizzata domina la maggioranza disorganizzata, al di là degli orpelli retorici della democrazia. Chiunque voglia cambiare l’attuale sistema politico ed economico non può quindi far altro che organizzarsi, abbattendo pregiudizi, steccati ideologici e rifiutando ogni guerra fra poveri. Invece del vittimismo e di uno sterile “complottismo” bisogna studiare e capire a fondo le dinamiche della comunicazione e del potere ed essere ogni giorno un esempio «dissidente». Indicazioni in questo senso arrivarono dal libro «Pensiero in rivolta» di Fusaro, Caputo e Vitelli. Nino Galloni, economista di primo livello allievo di Federico Caffè, ha ricordato che le strategie di determinati gruppi e interessi economici dei nostri giorni sono risultate vincenti solo perché è mancata un’adeguata resistenza: quella del cittadino e degli Stati nazionali. Un po’ di “sano patriottismo”, insomma, non farebbe male.