Anche se la sua esperienza politica nasce con i mandati di Sindaco di Istanbul ed anche se la sua storia personale è strettamente collegata con le vicende della vecchia Costantinopoli, è bene per Erdogan che il suo sguardo vada per un attimo a Roma ed all’Impero Romano; le ultime vicende del presidente turco, sembrano analoghe a quelle degli imperatori della dinastia Giulio Claudia: si inizia con un ampio consenso popolare (persino di Nerone si può parlare di ‘quinquennio felice’), poi subentra quella fase ascendente del potere che, al tempo stesso, è anche preludio ad una rapida discesa verso la fine. Caligola è talmente sicuro di sé e del fatto che oramai non ha più alcun ostacolo, che arriva anche a nominare il suo cavallo senatore; ci si raffronta spesso nella storia ad un punto in cui il potere inizia a far distorcere la visione della realtà, in cui quindi quella saggezza e quella pazienza che sono spesso elementi indispensabili per arrivare in cima senza compiere errori, vengono a mancare ed è allora che si ignorano suggerimenti esterni, che ci si circonda soltanto di chi applaude e si inizia possibilmente a pensare di poter dominare anche sui propri protettori. Erdogan è in sella in Turchia dal 2002 e pare che questo percorso di ascesa lo stia percorrendo passo dopo passo, dunque forse è arrivato anche per lui il momento della drastica caduta; del resto, il presidente turco ha resistito negli anni a diverse elezioni, diversi attacchi mediatici, persino inchieste su corruzione inerenti il figlio e suoi stretti collaboratori, dalla sua residenza presidenziale in questo contesto le mire neo ottomane potrebbero davvero prendere un deciso sopravvento.

Il programma con il quale Erdogan ha vinto le elezioni del 2002, parla di una islamizzazione della società ed il blocco di un avanzante secolarismo nel paese; dietro questa idea, vi è il magnate imam Fethullah Gulen, a capo del movimento transnazionale ‘Hizmet’, finanziatore dell’ascesa politica dell’attuale presidente turco; ma è lo stesso Erdogan, pochi anni dopo, a prendere le distanze da Gulen ed a scaricare Hizmet, proseguendo in solitaria la crociata anti laica. E’ il segno della visione che il nuovo sultano ha della gestione del potere; non deve esistere alcuna associazione che possa dar fastidio alle proprie velleità, nemmeno se della stessa ideologia: l’allontanamento clamoroso del premier Davutoglu di pochi giorni fa, delfino ed erede del suo AKP, altro non è che il culmine di questa strategia, nonché forse l’inizio di quella parabola discendente classica in chi immagina per sé un potere da imperatore (o da sultano, in questo caso). Non solo non devono esistere gruppi di opposizione, siano essi mediatici o politici (od anche etnici, come dimostrano i massacri compiuti dal suo esercito in Kurdistan in ‘operazioni di polizia’), ma nemmeno sottogruppi interni alla stessa maggioranza che possano in qualche modo ostacolare il proprio progetto, il quale oggi più che mai appare molto chiaro: fare della Turchia una Repubblica presidenziale, con poteri molto forti al presidente e con, ovviamente, Erdogan presidente.

Il leader turco, vuole nel più breve tempo possibile applicare una riforma costituzionale che vada a confermare quanto sta accadendo già nei fatti da quando è presidente, ossia ridurre i poteri al primo ministro e non rendere più solo rappresentativa la figura del capo dello stato; questo disegno appare chiaro già dal 2007, quando Erdogan in quell’occasione è riuscito a rendere elettiva la carica di presidente, da quando è lui a risiedere nel palazzo presidenziale di Ankara, la sua esposizione mediatica è da subito molto più alta rispetto a quella del primo ministro, figura quindi destinata ad essere in secondo piano già prima dell’eventuale riforma costituzionale, contro cui si è opposto Davutoglu, tanto da costare all’ex delfino la poltrona di premier e presidente del partito. Queste mosse, apparentemente preoccupanti solo sul fronte interno per la Turchia, in realtà scuotono e non poco anche gli stessi alleati di Ankara a livello internazionale; gli USA, in primo luogo, sembrano sempre più insofferenti alla deriva autoritaria di Erdogan, sia perché anno dopo anno rende (agli occhi dell’opinione pubblica) sempre più impresentabile una stretta convergenza con il governo di Ankara e sia perché, senza nemmeno più opposizione interna al partito, di fatto Erdogan è incontrollabile e senza che qualcuno possa mettergli freni. Davutoglu, tra i pro ed i contro della sua figura politica, in questi mesi ha assunto la funzione di tenue moderatore interno dell’entourage del presidente; ad esempio, è stato l’oramai ex premier a trattare a Bruxelles (tornando in patria con sei miliardi di Euro) sulla questione immigrazione, mentre da Ankara Erdogan non ha mai smesso contemporaneamente di lanciare battute e frecciate all’UE ed all’Europa, come quando ha definito ‘incompetenti’ le autorità belghe in occasione degli attentati del 22 marzo scorso.

Il fatto che adesso il nuovo sultano non abbia più freni ed ostacoli, è elemento che rischia di destabilizzare ancor di più lo scacchiere siriano e mediorientale, in un momento in cui proprio Erdogan da alcuni giorni fa inquietanti riferimenti ad azioni di terra nel nord della provincia di Aleppo; la preoccupazione è tanto degli attori internazionali che da anni vedono con perplessità le manovre di Ankara, a partire dalla Russia, tanto come detto degli stessi alleati occidentali. La tensione e le bombe di questi mesi, sembrano essere funzionali ai progetti del presidente: in nome della lotta al terrorismo, si arrestano giornalisti, si intimoriscono magistrati, si cerca di zittire l’ultimo vero partito di opposizione rimasto, si radono al suolo intere città nel Kurdistan, adesso si lanciano i siluri anche verso gli ex delfini. Ecco i segnali classici di quella parabola del potere sopra esposta; in questi anni, non si è potuto scalfire il potere di Erdogan nemmeno con inchieste e nemmeno con proteste di piazza nate spontanee e poi diventate ‘spintanee’, come quelle del Getzi Park del 2013 e questo grazie ad un’azione che lentamente negli anni ha impedito all’opposizione di presentare valide alternative politiche, così come anche grazie ad operazioni di propaganda che ancora oggi assicurano al progetto dell’AKP il sostegno di ampie fette dell’elettorato, per non parlare poi delle esautorazioni di nemici, ex amici, delfini e giornalisti di cui si è parlato sopra. Allora, a fare in modo che il periodo ‘erdoganiano’ sia consegnato ai libri di storia, sarà lo stesso Erdogan; la Turchia è un grande paese, con tanti equilibri da controllare e mantenere e che un uomo solo al potere, nel 2016, non è affatto in grado di gestire. Per adesso, in questi 14 anni, il presidente turco è stato abile a non rompere quegli equilibri a lui funzionali nonostante le velleità assolutistiche della sua azione di governo, ma il desiderio di onnipotenza sempre più manifestato negli ultimi tempi, faranno prima o poi compiere ad Erdogan quell’azione di profonda ‘discontinuità’, che andrà a ledere gli equilibri della sua stessa maggioranza ed interni ai suoi stessi sostenitori e che indurranno protettori interni ed esterni a staccargli la spina. Forse il presidente turco non arriverà mai ai livelli di Caligola e non nominerà un suo cavallo deputato o Ministro, ma Erdogan oggi non sembra avere più attorno a sé chi gli possa ricordare come verso i cavalli sciolti, che si muovono senza conoscere padrone, nel contesto odierno dominato dal becero imperialismo neoliberale, sussiste una certa insofferenza che porta, prima o poi, al tentativo di farli inciampare proprio mentre raggiungono l’apice della loro corsa.