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La decisione del presidente Gjorgje Ivanov di non affidare l’incarico di governo alla coalizione formata dal Partito socialdemocratico SDSM di Zoran Zaev e il DUI (Unione democratica per l’integrazione – Partito di riferimento della minoranza albanese), che insieme raccolgono 59 seggi contro i 51 del VMRO-DPME di Nikola Gruevski (ex primo ministro conservatore), ha suscitato non poche critiche da parte di ampia parte della cosiddetta comunità internazionale.

Quella che a prima vista sembrerebbe una posizione completamente antidemocratica ha, al contrario, delle motivazioni ben più profonde e valide di quanto si possa immaginare. Il presidente Ivanov, di fatto, ha rifiutato il mandato al leader dell’opposizione Zaev in quanto la sua alleanza con la minoranza albanese comporterebbe una potenziale frammentazione etnica interna allo Stato volta ad indebolire il paese cambiandone il nome e l’identità. Il presidente ha inoltre rivendicato tale decisione in base all’articolo 84 (paragrafo 1) della Costituzione macedone. Di fatto, l’alleanza tra SDSM e DUI sarebbe basata sul rispetto, una volta giunti al governo, di una piattaforma politica, nota come Tirana Platform, realizzata a Tirana tra rappresentanti politici della minoranza albanese in Macedonia e lo stesso primo ministro albanese Edi Rama. Tale piattaforma prevederebbe il riconoscimento dell’albanese come lingua ufficiale della Macedonia (alla pari del macedone), una complessa riforma giudiziaria, il rapido ingresso del paese nell’UE e nella NATO. Nell’ottica del presidente Ivanov, come afferma nella lettera inviata nei giorni scorsi ai capi di Stato di Turchia e USA, al segretario generale della NATO ed all’UE, l’assunzione di tale piattaforma come strategia politica comporterebbe altresì la totale subordinazione della nazione agli interessi di un altro paese. L’ex primo ministro conservatore Gruevski, nel tentativo di porre fine ad una crisi politica che oramai dura da più di due anni, avrebbe anche proposto al leader dell’opposizione Zaev di formare un governo di unità nazionale qualora quest’ultimo rigetti gli obiettivi della Tirana Platform. Tuttavia, Zaev, già pronto a cavalcare l’onda di una nuova potenziale rivoluzione colorata, non sembra intenzionato a rigettare la piattaforma, ben conscio di godere di un ben strutturato appoggio internazionale ed avendo già apposto il suo parere favorevole ad una legge che riconosca il genocidio albanese da parte serba negli anni compresi tra il 1912 ed il 1956. Durante la sua recente e rapida visita nel paese l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e le politiche di sicurezza Federica Mogherini, in aperto contrasto con la posizione tenuta dal presidente Ivanov, ha affermato:

“I partiti politici dovrebbero trattenersi dall’usare una retorica che potrebbe portare il paese all’aperta conflittualità etnica e politica. Gli attori politici dovrebbero essere consapevoli che la Macedonia è uno Stato multietnico e che i diritti di ognuno dovrebbero essere rispettati. Io personalmente promuovo l’integrazione dell’intera area nelle strutture UE”.

Macedonia: Non giocare col fuoco
Inoltre l’Alto rappresentante UE ha concluso la sua visita facendo una non troppo velata pressione alle autorità macedoni affinché si prosegua nei negoziati per la formazione di un nuovo governo che si spera possa essere a guida socialdemocratica; e dunque a guida Zoran Zaev. La dichiarazione dell’Alto rappresentante UE ha fatto da eco ad altre recenti affermazioni e prese di posizione ben più radicali e circoscritte. L’ambasciatore USA Jess Baily ha affermato che la Macedonia si sta velocemente allontanando dai principi della democrazia e della legalità; valori che, nella prospettiva dell’ambasciatore, sono essenziali di ogni paese membro della NATO. Sullo stesso tenore le dichiarazioni del Commissario UE per la politica di vicinato Johannes Hahn, anch’egli estremamente critico nei confronti del presidente Ivanov al quale ha suggerito di rispettare i risultati delle recenti elezioni. Mentre Dana Rohrabacher, Chairman US Foreign Affairs Subcommittee on Europe, Eurasia and Emerging Threats, ha apertamente dichiarato che dal suo punto di vista la Macedonia non è un vero paese e che il suo territorio dovrebbe essere spartito tra le nazioni confinanti. Affermazione che suona quantomeno sinistra visto e considerato il fatto che la giovane repubblica ottenne l’indipendenza tra l’unanime plauso dell’Occidente nel quadro del più ampio processo di disgregazione dell’ex-Jugoslavia. Simili affermazioni lasciano trasparire una precisa volontà occidentale a fare in modo che il paese non entri “pericolosamente” nell’orbita degli interessi geostrategici eurasiatici. Una possibilità abbastanza remota se si considera che il paese, sin dalla sua indipendenza nel 1991, ha sempre mantenuta una linea filo-occidentale (l’ingresso nella UE e nella NATO è stato bloccato più per volontà esterna vista la diatriba con la confinante Grecia sul nome). Tuttavia il suo recente inserimento in una serie di progetti infrastrutturali eurasiatici di rilievo (gasdotto Turkish Stream e linea ad alta velocità Salonicco-Budapest) hanno riportato la piccola repubblica al centro dell’attenzione internazionale tanto che il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha affermato che la crescente destabilizzazione della Macedonia è parte di un piano più ampio che mira a sabotare il Turkish Stream.

La strategia della NATO nell’area appare abbastanza chiara e non disdegnerebbe, in dogmatico rispetto della Dottrina Brzezinski, lo sviluppo di forme di guerra ibrida tendenti a destabilizzare una determinata area geografica in modo da impedire la sua ricollocazione nel lato opposto dello scacchiere geopolitico. E, come ben noto, non sarebbe la prima volta che la NATO sfrutti il mito sotterraneo della “Grande Albania” per il raggiungimento dei suoi scopi nella regione balcanica. Un mito che paradossalmente riscuote maggiore approvazione e consenso proprio tra le minoranze albanesi all’infuori dei confini nazionali che nella stessa Albania in cui gli unici sostenitori sono gli eredi della dinastia reale (discendenti diretti di Zog I – Re dell’Albania dal 1928 fino alla Seconda Guerra Mondiale) ed alcuni movimenti nazionalistici come il Movimento Albania Unita di Tahir Veliu o l’Alleanza Rosso-Nera di Kreshnik Spahiu, il cui peso politico rimane comunque estremamente limitato. L’attuale governo albanese sembra quasi costretto a perseguire, contro la sua stessa volontà, una politica espansionistica e di interferenza continua con le nazioni vicine che non le è mai appartenuta. La Grande Albania non ha mai avuto dei precedenti storici se si esclude il breve intermezzo della Seconda Guerra Mondiale in cui, per volere fascista, la regione del Kosovo venne annessa al paese. Lo storico Paskal Milo ha spesso sostenuto la tesi che il nazionalismo albanese fosse un “prodotto” confezionato all’esterno dei confini della nazione.

Le vicende che portarono la NATO a sostenere la formazione della pseudo-entità statuale kosovara, attuale campo di addestramento per diversi gruppi terroristici di matrice jihadista, sono arcinote. Meno famosa è stata l’insurrezione albanese nelle regioni occidentali della Macedonia nel 2001 conclusasi con il Trattato di Ocrida attraverso il quale la guerriglia (in parte ex membri dell’UCK kosovaro inseriti nelle file dell’AKSH – Armata Nazionale Albanese tra le cui fila militava l’attuale leader del DUI Ali Ahmeti) depose le armi rinunciando alle rivendicazioni indipendentiste in cambio del riconoscimento di uguali diritti politici e dell’albanese come lingua co-ufficiale nelle regioni di frontiera. Una conflittualità re-innescatasi nel 2015, quando nel mezzo della crisi politico-istituzionale macedone, nata dallo scandalo intercettazioni e dalle pesanti accuse mosse dall’opposizione al governo conservatore in carica, una milizia albanese con l’obiettivo di instaurare una presunta Repubblica Illiria, scatenò un violento scontro a fuoco nella città di Kumanovo nel quale morirono 8 poliziotti e 14 miliziani.

Etnie principali nel territorio Macedone in base all'ultimo censimento, 2002

Etnie principali nel territorio Macedone in base all’ultimo censimento, 2002

Ad oggi è difficile stabilire il reale peso delle diverse comunità etniche in Macedonia. L’ultimo censimento del 2002 ha messo in luce che sul territorio sono presenti all’incirca 509.000 albanesi contro 1.300.000 macedoni, a cui si aggiungono diverse altre minoranze estremamente circoscritte. Il richiamo delle autorità macedoni ad una presunta identità culturale nazionale appare effettivamente abbastanza forzato. A Skopje giganteggia un monumento equestre che ha tutte le fattezze di Alessandro Magno. Tuttavia un qualsivoglia tentativo di collegare l’attuale popolo macedone con gli antichi macedoni più che una forzatura rappresenterebbe una totale negazione della verità storica. E nella stessa Skopje paradossalmente è presente anche un monumento di Giorgio Castriota – Skanderbeg; eroe albanese nella resistenza contro gli ottomani immortalato dall’epico film di Sergej Jutkevic del 1953. Nonostante ciò una ulteriore nuova parcellizzazione di un paese balcanico rappresenterebbe un pericoloso precedente oltre a mostrare ancora di più l’irrefrenabile onnipotenza nordatlantica capace di creare nazioni (spesso in modo del tutto arbitrario) e di disfarle a proprio piacimento e per i propri meri interessi. Nonostante la speranza che il presidente Ivanov ha riposto nella nuova amministrazione USA, questa, al momento, non sembra voler perseguire in politica estera una linea completamente differente rispetto a quella sostenuta dall’amministrazione Obama in linea a sua volta con la teoria geopolitica di Nicholas Spykman che considerava il controllo del rimland eurasiatico e del suo immediato entroterra di cruciale importanza per l’egemonia politico-economica sul mondo intero.