Il radicalismo islamista fa breccia là dove lo Stato è connivente, fragile, carente o assente, questo è un dato di fatto che può essere sostenuto da diverse casistiche. Uno Stato è fragile nel momento in cui, attraverso le sue strutture, non è in grado di svolgere alcune funzioni basilari come ad esempio ridurre la povertà, promuovere la scolarizzazione, lo sviluppo economico e sociale, garantire la sicurezza dei propri cittadini e l’ordine pubblico, tutelare i propri confini. La connivenza subentra invece nel momento in cui alcuni esponenti o schieramenti politici sono disposti ad intrattenere rapporti con gruppi islamisti, per fini elettorali, di supporto politico o sostegno finanziario, mettendo così il Paese in serio pericolo a causa dell’infiltrazione da parte di gruppi islamisti che usufruiscono di tali aperture per inserirsi nel contesto sociale, politico ed economico del paese di riferimento.

Prendiamo due paesi distinti: la Cecenia e la Bosnia, entrambi negli anni ’90. In seguito al crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, venne improvvisamente meno il controllo degli apparati statali sulle zone periferiche, tra cui la Cecenia. Ciò che ne seguì fu un caos generale, una frammentazione che portò in poco tempo al tentativo di scissione da parte della Cecenia, causa immediatamente infiltrata e strumentalizzata dall’islamismo radicale che si insediò progressivamente nel Paese tessendo relazioni con le frange indipendentiste, fino a trasformare la causa nazionalista in islamista. Il risultato è noto, due sanguinose guerre, la Prima dal 1994 al 96 e la Seconda dal 1999 al 2009. Nel contempo la Federazione Russa venne bersagliata da una serie di drammatici attentati tra cui l’assalto al teatro Dubrovka (2002) e quello alla scuola di Beslan (2004). Col tempo il Cremlino riuscì a rafforzare le autorità locali fornendo pieno sostegno da parte dell’apparato centrale e con una strategia che da una parte mirava a tutelare la comunità islamica tradizionale di Cecenia, prevalentemente di tendenza sufi e dall’altra chiudendo le attività di tutte quelle ONG e organizzazioni “caritatevoli” legate a quei paesi mediorientali che promuovevano l’infiltrazione del wahhabismo e del salafismo militante nel Caucaso del Nord. In contemporanea, azioni militari mirate puntavano a neutralizzare e decapitare le varie cellule jihadiste presenti nei territori in questione. In poche parole, una strategia fondata sulla prevenzione e sulla neutralizzazione, un impegno e una costante presenza attiva da parte dello Stato ha portato allo sradicamento della presenza islamista radicale nella zona.

In Bosnia le cose andarono diversamente, visto che fin dai primi anni ’90 Alija Izetbegovic, controverso leader bosniaco con un passato ideologico vicino ai Fratelli Musulmani (tanto da finire attenzionato dall’ex UDBA, iservizi segreti jugoslavi) non disdegnò l’infiltrazione in Bosnia dei “mujahideen” arabi veterani della guerra di Afghanistan e esaltati all’idea di portare il jihad alle porte orientali d’Europa. Izetbegovic non rifiutò neanche gli aiuti di paesi come l’Arabia Saudita, Kuwait e non fece nulla per contrastare la presenza di personaggi come Usama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri in territorio bosniaco. Il risultato fu l’unità “el-Mudzahid”, composta in prevalenza da jihadisti arabi ma anche da alcuni giovani bosniaci radicalizzati e oggi predicatori di spicco in ambito balcanico, come Nusret Imamovic, Ibrahim Delic e Bilal Bosnic, quest’ultimo ben noto alle autorità italiane per le costanti visite sul nostro territorio, con tanto di reclutamento di jihadisti. Molti di questi jihadisti rimasero in Bosnia, sposarono donne del posto e ottennero la cittadinanza, formando numerose enclaves salifite presenti ancora oggi. E’ da queste enclaves che sono partiti per la Siria volontari arruolatisi con ISIS e al-Nusra, circa 240, tra cui lo stesso Nusret Imamovic, precedentemente citato, unitosi ad al-Nusra dopo aver lasciato la sua roccaforte di Gornja Maoca. Ibrahim Delic è invece sotto processo per terrorismo, accusato di aver operato per alcuni mesi come “supporto spirituale” ai jihadisti dell’ISIS. In una recente intervista Delic ha auspicato una prossima presa di Roma da parte dell’Islam, “con le preghiere o con le armi”.

Nel frattempo vengono segnalati importanti investimenti da parte di sauditi, qatarioti e islamisti turchi. La moschea wahhabita di Sarajevo è anche sede diplomatica saudita e nella zona sono in aumento le donne in niqab e gli uomini con le lunghe barbe e i pantaloni accorciati alle caviglie. I testi che girano sono rigorosamente salafiti, a discapito dell’Islam tradizionale bosniaco. Vengono inoltre segnalati acquisti di interi villaggi da parte di impresari sauditi e nuovi centri islamici dove viene divulgato l’Islam radicale; tutti segnali che vanno monitorati attentamente, anche perché il paese resta frammentato, tutt’ora ancorato a vecchi rancori che potrebbero essere strumentalizzati dai jihadisti (basta analizzare il video “Honor is Jihad”, prodotto dall’Isis proprio per il contesto balcanico) e le autorità non sembrano in grado di poter contrastare efficacemente l’infiltrazione islamista.

Non dimentichiamo che il radicalismo islamista si basa su tre elementi tra essi collegati:

– Indottrinamento: capacità di individuare e indottrinare potenziali soggetti sensibili alla propaganda jihadista.

– Reclutamento: reti di collegamenti in grado di garantire il trasferimento dei volontari in zone dove è attivo il terrorismo jihadista

– Finanziamento: la disponibilità di ingenti fondi che permettono di finanziare i due elementi sopra citati, attraverso il mantenimento di predicatori, siti web, centri di indottrinamento, con la produzione di materiale divulgativo e mediatico, con il funzionamento di reti in grado di far muovere sia predicatori che volontari per il jihad.

Per colpire duramente l’estremismo islamista bisogna dunque puntare in primis a colpirne sia i finanziamenti che le reti politiche di collegamento, mettendo così in seria difficoltà sia la fase di indottrinamento e propaganda che quella di reclutamento. Non bisogna dimenticare mai che il jihad fa breccia dove lo Stato è assente o connivente.