L’increscioso garbuglio diplomatico generatosi in seguito all’arresto dei due fucilieri a capo della missione anti-pirateria sulla petroliera italiana Enrica Lexie non pare accennare a sciogliersi. Dopo l’appello italiano a ricorrere all’arbitrato internazionale presso la corte di Amburgo per il diritto del mare, l’India ha replicato puntando i piedi contro tale mossa, motivando tale rifiuto sostenendo la non titolarità da parte della corte per reati compiuti in acque territoriali indiane. A ciò si è aggiunta l’affermazione del Pubblico Ministeero indiano, additional solicitor general P.L. Narasimha, secondo il quale l’Italia non abbia compiuto tutti i passi necessari affinchè si arrivasse a richiedere l’intervento dell’Itlos. Le richieste di Roma si erano esaurite nella sospensione dell’esecuzione del procedimento a carico dei marò italiani, consentendo a Massimiliano Latorre di restare a casa e a Salvatore Girone di poter rientrare in patria durante il periodo di disamina delle sudate carte sottoposte dal governo. Anche il capo della diplomazia nazionale, Paolo Gentiloni, ha verbalmente rivendicato ritorsioni contro l’India e, ovviamente, si attendono effettive contromisure in una faccenda che oramai è andata fin troppo per le lunghe. Non è necessario essere esperti di politica internazionale per rendersi conto di come i governi susseguitisi dal 2012 ad oggi non siano stati assolutamente in grado di fronteggiare la vicenda. Probabilmente per mancanza di interesse, oppure, per incapacità intrinseca dei vertici della Farnesina; fatto sta che, nonostante le fumose dichiarazioni da parte del Capo dello Stato, che si è lanciato in un’appassionata invettiva contro il comportamento del governo indiano, rinnovando l’impegno italiano nella risoluzione della crisi in modo da riportare a casa i fucilieri.

Quella indiana non risulta essere l’unica debacle cui lo stato italiano ci ha abituato: l’inettitudine governativa si manifesta ripetutamente nella gestione delle crisi internazionali. Le volontarie da 12 milioni, Triton, gli ostaggi in Libia sono solo alcuni dei gravi errori di cui gli ultimi governi non eletti si sono macchiati, piuttosto si son rivelati esecutori di politiche inefficienti, se non addirittura sodomitiche e deleterie nei confronti di noi stessi. A creare sgomento e disillusione però è forse proprio una mercificazione della diplomazia stessa che, spiattellata sui rotocalchi e costantemente oggetto di pubblicizzazione sui mass media, perde la sua quintessenza, ossia quella per cui storicamente debba raggiungere accordi pubblici mediante negoziazioni riservate. Il Belpaese sembra aver smarrito il valore della negoziazione diplomatica, le rappresentanze istituzionali oltreconfine non possono far altro che provare vergogna ed imbarazzo nel rappresentare dei vertici politici non all’altezza di un confronto internazionale paritario.

Nonostante l’enorme polverone e l’acceso dibattito che possono sollevarsi nell’opinione pubblica – con discorsi di più o meno alta caratura argomentativa – non è l’azione compiuta (chi lo sa!) dai due soldati ad essere messa in discussione, è ammissibile che chiunque possa essere o meno d’accordo con la prassi applicata, giusta o sbagliata che fosse. È la violazione di un sacrosanto diritto sancito da una convenzione internazionale che deve corroborare la posizione italiana. Tutto ciò sembra coinvolgere più il popolo che non i vertici, sempre più avulsi dal dovere di difesa degli interessi nazionali e passivi nei confronti delle batoste che costantemente subiscono in campo internazionale. La nobiltà decaduta di un Paese sempre più in rovina si manifesta nei dettagli così come nelle grandi questioni. Se non sappiamo riprenderci due uomini, come facciamo a trattare su tavoli più impegnativi?