L’Iran è un tema delicato e affascinante al tempo stesso, tanto per complessità quanto per controversia. Il paese degli ayatollah è rimasto, dopo la rivoluzione islamica del 1979, un mondo a parte chiuso in se stesso, lontano e vagamente minaccioso. Il risorgismo sciita in Libano, Iraq, Kurdistan, Siria e gli stretti legami con Hamas stanno dimostrando il contrario: in Medio Oriente l’Iran è nuovamente il principale attore politico. La frantumazione dello Stato iracheno, la guerra civile siriana, la minaccia del Califfato di al-Baghdadi, la corruzione dell’Arabia Saudita e la fragile cornice politica yemenita hanno lasciato il paese degli ayatollah quale ultima nazione stabile del mashriq. Questo fatto non è passato certamente inosservato in Occidente e i tempi sembrano essersi rivelati sufficientemente maturi per portare al tavolo delle trattative sul nucleare nazioni che non avevano relazioni diplomatiche dagli anni ’80.

Essendosi inoltre rivelata un totale fallimento l’architettura delle alleanze diplomatiche in Medio Oriente, l’Iran inizia a sembrare un interlocutore perlomeno non affetto dai problemi di corruzione e politica interna come le monarchie sunnite del Golfo. La domanda che dunque ci si pone è se la stabilizzazione di quel quadrante possa giungere da un negoziato con l’Iran. Trent’anni di embarghi, finanziamento del terrorismo e di Hezbollah, retorica sulla distruzione di Israele e del Grande Satana americano (più propaganda mediatica che agenda programmatica) non hanno certamente giovato alla fiducia tra l’Occidente e gli ayatollah. La stabilità dell’Iran è dunque guardata con sospetto ed eventuali aperture si manifestano come una serie di incognite che, oltretutto, incontrano il duro veto delle monarchie sunnite e dello zoccolo duro dell’ortodossia politica americana neoconservatrice. Tuttavia è pur vero che una nuova direzione strategica dei governi europei e della prossima amministrazione americana potrebbero sposare l’idea vincente in base alla quale se un nemico non puoi sconfiggerlo allora è meglio farselo amico.

Un punto di contatto tra gli interessi iraniani e quelli occidentali è certamente, allo stato dei fatti, la sconfitta del Califatto islamico di al-Baghdadi; questo aborto della Storia è infatti una minaccia non solo in termini di vite umane ma anche geopolitici. Gli ayatollah avevano consolidato con grande fatica un controllo politico sul Kurdistan nord-orientale e favorivano alacremente il presidenzialismo alawita degli Assad in Siria in modo da garantire una testa di ponte che da Teheran passasse per Baghdad (dove si sono succeduti dal 2005 ben due gabinetti sciiti), il Kurdistan, Damasco e il Libano, ottenendo un arco risorgente di controllo sciita. Il Califfato ha sovvertito questo ordine e sta mettendo notevolemente a rischio i porosi confini che puntano sull’Iran. Altro interesse comune è la soluzione del conflitto israelo-palestinese che disinnescherebbe buona parte dei conflitti etnico-religiosi e permeterebbe a Teheran di estendere la propria influenza politica anche sulla Palestina.

A queste convergenze si sommano gli interessi nazionali che l’Iran ha a cuore. Il primo di essi è la sua stabilità interna; esattamente come gli Stati Uniti chiesero a Teheran di non aiutare al-Qa’eda, allo stesso modo essi chiedono all’Occidente di non armare e foraggiare i gruppi dissidenti i separatisti curdo-iracheni e del Belucistan (come il PJAK, i mujahidin-e Khalq e i Jundallah). Il secondo è l’interesse energetico; l’Iran ha bisogno di estrarre il petrolio ad un prezzo più conveniente, con tecnologia più avanzata e fonti alternative per quando le riserve inizieranno a scarseggiare. Esattamente come gli Stati Uniti, anche l’Iran vuole la stabilità dei prezzi del petrolio e non una pericolosa tendenza oscillatoria. Il terzo interesse è quello geopolitico. Teheran ha capito di poter mostrare i muscoli e vuole adempiere a quella voglia di ritorno di Impero che fa parte del suo codice genetico. Il controllo sul Libano, l’Iraq, la Siria, il Golfo, Gaza sono tutti punti chiave degli interessi di politica estera degli ayatollah e di buona parte della opinione pubblica, anche quella laica e moderata. A questa estesa influenza politica sul Medio Oriente, l’Iran vuole ovviamente affiancare il riconoscimento e la parità internazionale con le altre nazioni e presentarsi ai tavoli delle trattative come autorevole interlocutore. Vuole in sostanza vivere in un sistema equo di relazioni internazionali. Perché, per esempio, il mondo ignora la Risoluzione 242 dell’ONU che impone ad Israele di ritirarsi entro i confini precedenti il giugno 1967 mentre rispetta quelle sugli embarghi all’Iran? A tutto ciò bisognerebbe aggiungere una serie di concetti etico-religiosi di giustizia di tradizione musulmana-zoroastriana che guidano l’opione pubblica iraniana e si saldano con i cinici interessi della politica del clero al potere.

Posti questi interessi iraniani e accettato il fatto che attualmente esso è sicuramente il paese più stabile in Medio Oriente, chiedersi in che modo relazionarsi ad esso è fondamentale. La fiducia è uno dei cardini della diplomazia, almeno sulla carta, ma come porsi nei confronti di uno Stato islamico di ispirazione sciita in cui uno dei pilastri fondamentali è la pratica della taqqiya, ovvero la dissimulazione e la menzogna per proteggere la fede? In Medio Oriente è necessario accettare un dogma che vale in tutto il mondo, cioè che non esistono assoluti morali ma solo mali minori. E certamente l’Iran al momento rappresenta un male minore. Questo non vuol significare che non bisogna monitorare le spinte propulsive della politica degli ayatollah e dare loro mano libera in Medio Oriente, ma cercare piuttosto un incontro di fiducia che ponga le basi per la risoluzione di interessi comuni. In sostanza, evitare i quid pro quo e favorire i do ut des. Israele continuerà ad essere in pericolo finché l’Iran armerà Hamas ma smetterà di farlo quando la Risoluzione 242 sarà rispettata e verrà riconosciuto uno Stato di Palestina. Allo stesso modo l’Iran manterrà il proprio controllo sul Golfo Persico e incrementerà la sua produttività petrolifera garantendo che userà il nucleare unicamente per accendere le lampadine.

Ricreare un rapporto di fiducia incrinatosi più di trent’anni fa e seppellito sotto la coltre del sospetto e dell’odio reciproco non è facile e probabilmente neanche desiderato da alcuni, ma sembra al momento il male minore e il modo più ragionevole per venire a patti con un paese che è stanco degli embarghi ed un Medio Oriente che non si riesce a stabilizzare. L’incognita dunque rimane, ed esattamente come in una mano di poker l’Occidente dovrà decidere se aumentare la posta o stare e vedere le carte di Teheran. La volontà di apertura potrebbe rivelarsi solo un abile taqqiya, o forse, se non una scala reale, perlomeno un discreto colore, che per il Medio Oriente vorrebbe dire comunque tanto.