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La devozione alla filosofia dell’ostracismo “sempre e comunque” fa perdere coerenza al proprio pensiero. E poco importa se la vittima sia illustre o un gruppo di giovani scrittori in erba con tante idee, ben organizzate, argomentate e ottimamente divulgate. L’importante è che il gigante di turno bruci la terra attorno al piccolo circolo di intellettuali, cosicché lo schema preconfezionato della divulgazione di massa fornisca questo modello politicamente corretto sempre valido per far scioperare lo stomaco contro il cervello. Tocca poi sopperire a noi, popolo della dissidenza e della libertà dai vincoli del compromesso a tutti i costi, a fornire al lettore avido di sapere quelle che sono le realtà che si celano sotto questo velo di ipocrisia e di ostentazione della propria verità a tutti i costi. La tendenziosità di superficie con cui talune testate si prodigano nell’invettiva per principio in opposizione a ciò che contrasta la propria linea editoriale, evidentemente viziata dall’assioma del “so tutto io”, scredita senza veder ragione l’operato altrui, che pur si colloca in un segmento divulgativo differente, che non lede – e come potrebbe, d’altronde – gli interessi di un gigante dell’informazione nazionale. E pur di mostrarsi depositari della verità universale, dell’onniscienza e della ragione incontrovertibile, si cade nella banalità della contraddizione, per qualche click in più.

Senza proseguire in vuoti ragionamenti per esteso, è il caso di chiarire la fattispecie da cui scaturiscono queste righe, da cui esula la volontà di alzare una barriera di difesa entro un guscio di diffidenza e aggressività, bensì vorrebbe dimostrare la fallacia di talune interpretazioni, al più per altrui ignoranza. Chi si preoccupa di discernere l’ideologia di Aleksandr Dugin, additata come neo-fascista, addirittura imperialista, come pensiero di riferimento di Vladimir Putin, ha necessariamente commesso uno di questi due errori: o non ha letto il libro che i redattori di questa testata si sono impegnati a scrivere, oppure ha palesemente voluto ignorarne gli eruditi contenuti ha travisato ciò che in sede di presentazione è stato riferito. Per di più, nel perseguire tale obiettivo, demonizzando il padre della quarta teoria politica, il giornalista di turno si è lanciato in una difesa dello stesso Putin, allontanandolo da quel mostro totalitario che profetizza la rinascita dell’Impero Russo, contravvenendo in maniera del tutto gratuita ad una linea editoriale costantemente aggressiva e screditante nei confronti della figura del presidente russo, a sua volta imputato di tirannia ed autoritarismo diffusi.

Forse è il caso che ci si chiarisca un po’ i pensieri. L’eloquente esposizione che si attua nel volume “Rinascita di un Impero, la Russia di Vladimir Putin” circa i filosofi che hanno ispirato la linea politica del capo del Cremlino non si rifà ad un dettame esplicito e ad un rapporto di collaborazione diretta del Dugin filosofo con Putin, bensì alla costruzione di un proprio pensiero politico che il presidente russo stesso ha operato negli anni della sua crescita politica, acculturandosi in tal senso. È come se si dicesse che Machiavelli non è l’ideologo di Napoleone – trascurando le contingenze di carattere cronologico – . È indubbio ritrovare una linea gnoseologica che congiunge la teoria dell’eurasiatismo di Dugin con il progetto politico di Putin, che trova la manifestazione più limpida nella creazione dell’Unione Economica Eurasiatica, che punta ad integrare innanzitutto sul piano economico quei Paesi che formavano l’estinta Unione Sovietica, partendo dal comune denominatore di un condivisa e consolidato presupposto culturale.

Ciò si integra a pieno con quello che è il progetto politico di Putin, il cui grande merito è quello di aver voluto restituire alla Russia in primis quel lustro e quella dignità sul piano economico e politico in un contesto interno ed estero, che erano venuti meno a causa della fulminea demolizione dello stato sovietico conseguente alla caduta del muro di Berlino, spianando la strada alla sudditanza egemonica culturale occidentale e all’americanizzazione dell’est Europa. L’Impero – così come definito dalla teoria delle relazioni internazionali – non implica la presenza di un regime assoluto che assoggetta i sudditi al sovrano, bensì richiama il concetto della sovranità nazionale allo stesso tempo nell’ambito della politica interna e della politica estera. In tal senso, la demonizzazione della figura di Putin è una pretestuosa propaganda occidentale, che cavalca l’onda di un concetto alterato dall’immaginario comune. Quanto a Dugin, non si può dunque negare aprioristicamente che l’eminenza del suo spessore intellettuale non abbia potuto influenzare, nel senso più nobile del termine, il pensiero politico dell’inquilino del Cremlino, per quanto l’ambito filosofico non possa varcare i confini della ragionevolezza del reale. La figura di Dugin non può essere di certo sminuita e confinata ad un ambito meramente dottrinale, in quanto egli stesso personalità rilevante e molto attiva sul piano politico, intrattenendo delle prospere relazioni con varie correnti politiche in giro per il mondo. Ciò che dunque colpisce – e in parte, delude – è questo ostinato perseguimento della ragione assoluta e inconfutabile che, come nella fattispecie, conduce a percorrere un sentiero di profittevole incoerenza gnoseologica, che trova giustificazione nella necessità di avere sempre ragione. Prima attacchiamo Putin, poi siccome dobbiamo far odiare Dugin, difendiamo Putin, sacrificando la coerenza quale martire del qualunquismo.