«L’ossimoro di Kenneth Waltz, che parlava del sistema internazionale come “sistema anarchico” rende bene l’idea dell’ingiustizia e della delegittimazione intrinseca di ogni principio di equilibrio tra le potenze che non consenta a ognuna di esse di potenziarsi ulteriormente. Non esiste spazio vitale sufficientemente grande per contenere la politica di potenza. E’ questo il motivo, incidentalmente, per cui la geopolitica classica non è basata sul concetto di potenza, ma fu anzi un tentativo di sublimarne gli effetti nefasti». Le parole di Matteo Marconi, esperto di geopolitica della Sapienza, ci consentono di affrontare un termine quasi scomparso dal dibattito italiano ma in realtà più vivo che mai: impero. La crisi ucraina, ancora lontana dalla risoluzione, non è stata nient’altro che lo scontro tra due politiche e visioni imperiali. Diverse, è evidente, per portata ideale e economica, ma accomunate dalla violazione della sovranità ucraina. “Imperi timidi”, suggerisce ancora Marconi, perché incapaci di uscire dalla retorica dello Stato-nazione pur negando nei fatti la logica westfaliana. «Gli Usa invocano il rispetto della sovranità ucraina ma al tempo stesso appoggiano un movimento rivoluzionario che quella stessa sovranità ha messo in discussione. Stessa cosa vale per la Russia, che rivendica il diritto all’autodeterminazione per la Crimea mentre infrange la sovranità ucraina».

La riscoperta dello spirito imperiale russo, umiliato dopo il crollo dell’URSS, è stata favorita dalla proiezione americana, cominciata sin dagli anni ’90 con l’allargamento Nato nell’Europa orientale, l’Estero vicino di Mosca. Azione dettata dall’«impossibilità dell’Occidente a trovare un confine adeguato a contenere il proprio doppio statuto di potenza basata su principi universalistici». L’Ucraina è stata la goccia finale, che ha innescato una serie di reazioni i cui risultati potrebbero pesare a lungo sulla stabilità globale. Ma d’altronde «senza l’Ucraina la Russia cessa di essere un Impero eurasiatico», scrisse Brzezinski, individuando un obiettivo troppo ghiotto per non essere colpito, così da rilanciare il proprio prestigio e indebolire il rivale di sempre. Dinamiche analizzate con acume nelle recenti opere «Rinascita di un Impero» e «Geopolitica del nuovo (dis)ordine mondiale».

La conclusione di Marconi è perentoria: «I flussi della globalizzazione richiedono fortemente autorità imperiali e si fanno gioco del trinomio della sovranità moderna: suolo, diritto, potere. La frammentazione dello spazio, la porosità dei confini, l’inadeguatezza del potere formale e contiguo, tutto parla della crisi dello Stato omogeneo, figlio dell’impostazione spaziale cartesiana e ormai giunto al declino, anche se non necessariamente al capolinea. Gli imperi rispondo meglio e più prontamente alla necessità di una sovranità diffusa, estendibile sulla base del rischio percepito e abbastanza ampia per regolare i flussi di informazioni, merci e capitali ormai globali, ossia, si badi bene, non più internazionali». Parole che aiutano a guardare dietro la coltre delle analisi superficiali della stampa e della politica italiana, quanto fuori dagli «orpelli dialettici della società internazionale». Formulare un giudizio definitivo al riguardo risulta difficile, quel che è certo è che queste riflessioni portano alla mente le teorizzazioni di autori come Julius Evola e Alain De Benoist. Il primo, nei suoi numerosi scritti, valorizzò l’esempio dell’Antica Roma e sottolineò l’importanza dell’elemento spirituale: «Se un impero non è sacro, esso non è nemmeno impero». Il francese invece concluse il suo libro «L’impero interiore» affermando: «Solo l’appartenenza posta come principio consente di difendere la causa dei popoli, e di capire che l’identità degli altri, lungi dall’essere una minaccia per la nostra identità, fa parte di ciò che permette a tutti noi di difendere le nostre rispettive identità contro il sistema globale che cerca di ucciderle. Affermiamo dunque la superiorità dell’idea che mantiene in vita la diversità a beneficio di tutti. Affermiamo il valore del principio imperiale. Non limitiamoci a dire che tutto ciò che è nostro ha un valore; diciamo piuttosto, con forza e con convinzione, che tutto ciò che ha valore è anche nostro».