La Turchia è un articolato mosaico di tessere dai colori differenti, tenute insieme da quell’unico collante che è la tradizione. La sua morfologia geografica, ma anche storico-politica, rende il paese ancora oggi un ponte sospeso tra Oriente e Occidente. Dalla Tracia fino alla penisola dell’Anatolia, dal Mar Mediterraneo al Mar Egeo, questo immenso lembo di terra allungato ha dato ospitalità fin dal 6500 a.C. a hittiti, urartici, lidi, ioni, persiani, macedoni, ai regni ellenistici di Alessandro, Roma, fino a Venezia, Genova e agli Ottomani. Ma oggi, dopo la caduta dell’Impero Ottomano nel 1923, la Turchia non è solo patria di grandi scrittori, letterati, architetti e studiosi, ma anche una Suburra dove l’estremismo politico nazionalista si accompagna a quello intransigente islamico, dove la transizione democratica si alterna a colpi di Stato militari, dove la mafia turca gestisce immensi traffici di eroina verso l’Europa e, sfruttando la guerra civile siriana, si arricchisce organizzando i viaggi dei clandestini e dei profughi lungo l’asse balcanico e centro-orientale. In Turchia le strade che si percorrono oggi sono tre, una che dalla periferia si sposta verso l’interno, un’altra che dall’interno protende verso la Siria e il Kurdistan e l’ultima che si allunga verso l’Europa puntando la Francia, la Germania, l’Austria.

La prima strada, dalla periferia all’interno, è quella dei curdi. La più grande Nazione senza Stato. Ventincinque milioni di persone, di cui solo dodici nei confini della Turchia. “Sono musulmani come i turchi. Portano i baffi come i turchi. Lavorano nei laboratori sartoriali come i turchi. Il solo problema è che non sono turchi. E che niente e nessuno potrà renerli simili ai turchi”, scriveva Jean-Christophe Grangé. In un paese dominato dai gruppi nazionalisti che si ispirano agli ideali di panturchismo, la presenza dei curdi in seno alla società e le loro rivendicazioni etnico-nazionali non potevano che portare ad un aperto e atroce conflitto. Il PKK (Partiya Karkerén Kurdistan) o Partito dei Lavoratori del Kurdistan, è un partito politico e una organizzazione paramilitare costituitasi nel 1974 come evoluzione ideologico-operativa di una organizzazione maoista di Ankara. Il 27 novembre del 1978, la guida del partito fu assunta da un giovane studente di scienze politiche, Abdullah Ocalan e da suo fratello Osman. Fortemente ispirato dalle dottrine marxiste-leniniste, il PKK fu attivo inizialmente nelle zone rurali della Turchia con azioni di sabotaggio a linee ferroviare, elettriche, fabbriche e tramite un’accesa campagna di renitenza alla leva da parte dei curdi. Con il colpo di Stato del 1980 l’esercito sciolse tutti i partiti politici e gli organi democratici e, per mantenere la coesione nazionale, venne vietata la lingua curda e la diffusione della relativa cultura sia in forma scritta che orale. Questi provvedimenti spinsero il PKK in clandestinità e, al ritorno di un governo formalmente democratico nel 1980 ma ancora fortemente monopartitico e controllato dalle forze armate, verso la via della lotta armata. Questa scelta provocò una rottura con gli altri partiti indipendentisti curdi come il PDK iracheno (Partito Democratico del Kurdistan) e il KPU (Unione Patriottica del Kurdistan) fautori di una politica più negoziale e conciliatrice. La frizione interna ai curdi non impedì però lo scoppio della violenza tramite attentati kamikaze, ordigini esplosivi, attacchi ai militari e, sopratutto, l’imposizione di un regime di terrore interno al PKK stesso per chiunque non aderisse totalmente alla violenza rivoluzionaria. I disertori venivano puniti con il taglio del naso, una azione che divenne il “marchio di fabbrica” del gruppo. In seguito alla Guerra del Golfo nel 1991 e all’istituzione di una no-fly zone nel Kurdistan iracheno, il controllo territoriale curdo aumentò progressivamente e a tentativi di pacificazione e negoziazione con il governo turco si alternarono spietate repressioni e campagne di attentati. Il sostegno fornito al PKK dalla Grecia (sempre in contrasto con Ankara per la questione cipriota) e dalla Siria degli Assad, favorirono enormemente la resilienza della lotta armata. Hafez al-Assad favorì Ocalan e i suoi per avere una leva di pressione su Ankara e ottenere concessioni su nodi strategici come la gestione delle riserve idriche dell’Eufrate e del Tigri, i cui corsi nascono in Turchia e confluiscono in Siria.

Nel 1999, dopo un delicato intreccio diplomatico che coinvolse il governo D’Alema, il leader Abdullah Ocalan venne arrestato dalla CIA e dai servizi segreti turchi in Kenya ed estradato in Turchia dove sta attualmete scontando la sua pena. La sua cattura fu la vittoria finale di Ankara dopo gli accordi di Adana dell’anno prima che avevano sancito la fine dell’appoggio siriano al PKK e l’inizio di una collaborazione pluridecennale tra i due paesi. Nel 2013, dopo aver abbandonato le dottrine marxiste-leniniste ed aver abbracciato ideali di confederalismo democratico e municipalismo libertario, Ocalan ha dichiarato il “cessate il fuoco” e l’apertura di una fase di negoziati con il governo turco. La scelta si rese necessaria per poter affrontare con maggiore libertà la minaccia crescente dell’allora proto-Stato Islamico pensando in questo modo di poter contare sulla copertura della Turchia contro un nemico comune. E’ qui che comincia la seconda strada, quella che dall’interno porta all’esterno, in Siria e in Kurdistan. Pochi mesi fa, il presidente Erdogan ha varato una serie di normative antiterrorismo per contrastare l’ISIS ma il cui scopo, senza neanche tentare di nasconderlo, è quello di reprimere in un momento di forte debolezza strutturale e psicologica, le posizioni acquisite dai curdi all’interno dei confini turchi. Fin dall’inizio della guerra civile siriana nel 2011, il governo di Ankara ha deciso di sfruttare con cinica pragmaticità la violenza settaria dei gruppi jihadisti per indebolire un avversario regionale storico e acquisire un ruolo egemone nel controllo del Medio Oriente. Questo l’ha portata ovviamente in collisione con gli interessi iraniani e messo in crisi i decennali rapporti pacifici con Damasco che, stretta tra due alleati che non si amano, è costretta a decidere da che parte stare. Il presidente Erdogan non ha gradito le posizioni oltranziste di Bashar al-Assad e a fronte di un avanzamento dell’Iran sciita nella regione ha preferito appoggiare i ribelli. Damasco non è rimasta a guardare e, sebbene abbia negato e ricordato con forza gli accordi di Adana, è assai probabile che la recrudescenza della guerriglia curda, tallone d’Achille turco, rappresenti l’asso nella manica che il presidente Assad sta tentando disperatamente di giocare. In questa delicata situazione, è assai probabile che tanto Ankara quanto Damasco preferiscano puntare sulla ricerca dell’equilibrio ma se nessuna delle due dovesse cedere, la rottura totale sarebbe piuttosto scontata.

Ma per comprendere appieno la complessità dell’orbita della Turchia è necessario raccontare anche della terza strada, quella che dall’Anatolia punta verso l’esterno, raggiungendo l’Austria, la Francia, la Germania. Questa strada è quella percorsa da fiumi di eroina e da carichi umani di clandestini che tramite il ponte turco spingono sull’asse balcanico fino ai confini orientali dell’Unione e, da lì, nel centro propulsivo del suo cuore. Chi gestisce questo traffico che parte dall’oppio coltivato in Afghanistan, attraversa il Caucaso, si ferma a raccogliere disperati in Siria e nelle realtà rurali dell’Anatolia fino all’Europa è la mafia turca. In Spagna nel 2008 vennero sequestrati tre quintali di eroina introdotta da una filiale turca nei Paesi Bassi, in Francia sono stati intercettati carichi di 72 chili di eroina a Calais destinati al Regno Unito, così come a Lione e Marsiglia ma destinati alle sponde mediterranee. L’oppio lavorato in Afghanistan raggiunge la Turchia passando per l’Iran e il Pakistan; a quel punto il papavero viene lavorato nei laboratori sparsi nelle zone rurali dell’Anatolia ovvero nella provincia di Van. Trasformato in eroina o altri oppiacei, il prodotto viene venduto a circa 28 mila euro al chilo per arrivare sui mercati europei quasi raddoppiato. E’ chiaro dunque che la pax mafiosa che esiste tra calabresi e turchi si basa sul delicato equilibrio di mercato imposto dal passaggio della fonte primaria. Se dovesse scoppiare una guerra tra cartelli turchi, ‘ndrangheta calabrese, trafficanti marsigliesi delle Milieu, si interromperebbe un meccanismo perfettamente oliato e funzionante capace di arricchire tutti. Mentre scorre questo flusso inesorabile di eroina verso l’Europa, la mafia turca è stata in grado di imporre la propria egemonia anche sul traffico di immigrati e profughi in fuga dai teatri di guerra mediorientali o dalle province più estreme della Turchia. L’Iskéle è la principale organizzazione che si occupa di questo osceno lavoro. Il nome si potrebbe tradurre con “imbarcadero” oppure “molo di partenza”; si tratta del cartello che storicamente controlla i vaggi dei clandestini turchi in Europa ma che, in seguito alle primavere arabe, ha enormemente ampliato il suo giro di affari. Quando si trattava di far passare immigrati turchi, l’Iskéle si preoccupava anche di trovare un lavoro e un posto dove dormire. Le tariffe variavano dalle condizioni del clandestino ma, generalmente, gli immigrati viaggiavano attraverso la Grecia o la Bulgaria nascosti nei camion dopo aver pagato un terzo della somma (spesso grazie ad una colletta della famiglia in Turchia). Il resto della cifra l’avrebbero pagata lavorando per i successivi quindici anni come schiavi per rimborsare l’Iskéle. L’organizzazione era capace di gestire la vita dei clandestini nelle varie comunità di arrivo fornendo medici compiacenti e discreti, servizi di trasferimento denaro e risoluzione delle controversie.

Con la guerra civile siriana, l’asticella della qualità si è enormemente abbassata e l’unico obiettivo rimane controllare e spedire più clandestini e profughi possibili verso le frontiere dell’Unione, sfruttando la disperazione prodotta dalla guerra. Il concetto di mafia in Turchia nasce nel 1996, quando emersero i numerosi rapporti che legavano partiti politici di estrema destra, traffico di armi, violenza politica e droga in seguito ad un misterioso incidente stradale in cui rimasero uccisi un capomafia, Abdullah Catli, legato ai Lupi Grigi, Huseyn Kocadag, vicecapo della polizia, e Sedat Bucak, esponente del partito di governo DYP. Il crimine organizzato turco non è strutturato come le famiglie siciliane o le ‘ndrine calabresi ma è più simile al meccanismo consociativo dei cartelli narcos e questo li rende incredibilmente pericolosi poiché non sottoposti alla rigida disciplina imposta da una Cupola. I padrini sono in grado di concludere accordi, fare la pace ma anche scatenare guerre e ordinare omicidi senza alcun controllo. La pervasività di queste organizzazioni non si deve però unicamente alla capacità imprenditoriale criminale ma anche ad una congiuntura storica, specificamente la guerra fredda, che favorì il loro pericoloso sviluppo. Nel 1952 infatti, sotto l’egida della NATO, venne messa a punto una struttura paramilitare segreta, similmente alla Gladio italiana, e facente parte della complessa rete di stay-behind per contrastare il comunismo e, nello specifico caso turco, il terrorismo del PKK curdo. La Turchia fu per la NATO un punto focale nello scontro con l’URSS in quanto direttamente a contatto con le maglie meridionali dell’Unione come la Siria.

Tale struttura di stay-behind iniziò a reclutare esponenti del crimine organizzato per farsi carico di omicidi, sequestri e attentati. La mafia turca arrivò ad acquisire così, per tutti gli anni ’60-’70, un peso politico rilevante ottenendo, in cambio dei propri sporchi servigi, che lo Stato chiudesse un occhio, anzi entrambi, sui loro traffici illeciti. Nel 1980, in seguito al terzo colpo di Stato dopo quelli del 1960 e del 1971, attuati per reprimere l’opposizione politico-sindacale, i cartelli si riunirono in Bulgaria e si spartirono la Turchia in zone di influenza sul Bosforo che sono rimaste pressoché immutate da allora. Ma la congiuntura tra mafia e politica non rimase unicamente ai livelli di contrasto al comunismo e si esacerbò anche nello sfogo della violenza ideologica degli anni ’70. All’epoca in Turchia si viveva la stessa atmosfera surriscaldata del resto di Europa e la radicalizzazione politica si fece forte sia nella sinistra che nella destra più tradizionalista. Fu in questo contesto che nei tardi anni ’60 il colonnello Alparslan Turkes fondò una organizzazione paramilitare che potesse agire come ramo operativo dell’MHP, il Partito d’Azione Nazionalista. Quaesta organizzazione fu chiamata i Bozkurt o Ulku Ocaklari, i Lupi Grigi. Il gruppo era attivo in diverse fasce sociali, dagli studenti universitari fino ai lavoratori delle zone più rurali della Turchia, e si basava su di una ferrea disciplina ed ideali di estremo nazionalismo panturchista. Con l’avvicinarsi dell’autunno caldo vennero creati una serie di campi di addestramento da dove uscirono militanti inseriti in “squadroni della morte” che durante gli anni della violenza turca, tra il 1976 e il 1980, con l’appoggio del Organizzazione Antiguerriglia del Dipartimento Guerre Non Convenzionali, misero a ferro e fuoco il paese insieme ad altri gruppi terroristici di diversa ispirazione (marxista-leninista o islamista) come il DHKP/C o il BDA/C. Mehmet Alì Agca, l’uomo che sparò nel 1981 a Papa Giovanni Paolo II, era all’epoca un Bozkurt. Da ramo militante di un partito di estrema destra, i Lupi Grigi divennero uno strumento di morte e di repressione della sinistra e degli oppositori in Turchia fino al colpo di Stato del generale Evren nel 1980.

I Lupi Grigi, insieme ai gruppi dell’estrema sinistra, vennero arrestati e incarcerati ma rilasciati poco dopo per via dei numerosi contatti che intrattenevano con grosse porzioni della società turca. Improvvisamente la guerra era finita per questi militanti; molti di loro appesero le armi al chiodo e confluirono nell’MHP non appena tornò ad essere un partito legale (partito che nelle elezioni di giugno 2015 ha ottenuto il 16.3% dei voti diventando la terza forza politica del paese), ma tanti altri, cresciuti a pane e violenza, vennero assunti da chi aveva bisogno di killer esperti: il governo, per risolvere i suoi annosi problemi con i curdi, e la mafia turca, che si stava imponendo nel traffico di eroina. Una forza paramilitare addestrata, svezzata alla violenza politica e alleata con il potere divenne uno degli strumenti dei cartelli dello spaccio. Tanti altri militanti, fanatici del destino unificante della razza turca, parteciparono a vario titolo alla guerra di Nagorno-Karabakh in Azerbaijan ovvero alla prima e alla seconda guerra cecena e imposero il loro controllo sulla zona turca nord di Cipro. Con la morte di Alparslan nel 1997, il cui funerale fu un evento nazionale seguito da migliaia di persone, il successore Devlet Bahceli ha riformato l’organizzazione integrandola nelle maglie dell’MHP e stemperando le sue ali estremiste che, ancora oggi, sono fortemente ramificate anche in Europa, sopratutto in Francia e Germania. L’incidente del 1996 scoperchiò il vaso di Pandora dei rapporti tra Lupi Grigi, mafia turca, politica e NATO e costrinse alle dimissioni il Ministro degli Interni Mehmet Agar. Oltan Sungurlu disse senza mezzi termini che la Ciller e Erbakan giunsero al governo grazie ad un “patto con il Diavolo”. Il presidente Demirel istituì una commissione di inchiesta che mise nero su bianco i rapporti tra boss della mafia e servizi di sicurezza, sopratutto nell’Anatolia dove le forze speciali turche partecipavano al traffico di oppio. Fu in quel momento che l’opinione pubblica si rese conto della realtà pervasiva della mafia turca e del grande gioco di interessi interni ed internazionali dietro al ponte tra Occidente e Oriente chiamato Turchia. Ancora oggi, dietro agli interessi economici dell’Iskéle nel traffico dei clandestini non possiamo non ritrovare il dialogante e silenzioso assenso di Ankara, impegnata com’è a stabilire la sua egemonia nel Medio Oriente.