di Simone Ladisa

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In questo periodo tristemente caratterizzato da attacchi terroristici in ogni parte del mondo, il concetto di paura viene assimilato e identificato con l’insicurezza di una potenziale tragedia nelle nostre città. La paura è la possibilità che accada un evento violento mentre siamo in metro o allo stadio, al teatro o al museo. Ha varcato i confini di alcuni luoghi che prima consideravamo estranei a questa condizione. È cambiata nella sua localizzazione, ma anche nella sua rappresentazione. L’immagine della paura passa per le fotografie di quei momenti concitati appena successivi ad un atto terroristico. I soggetti sono le persone in preda al panico o ferite, in un contesto di confusione e caos. Immagini di scarsa qualità, poco definite, quasi sempre troppo mosse. Questi sono i fotogrammi che ormai la rappresentano, immagini così diverse da quelle di poco più di un decennio addietro e così caratteristiche dei nostri tempi. L’immagine della paura è di scarsa definizione. Scattata con lo smartphone o estratta da filmati di telecamere di sicurezza, composta da pixel che rendono vaga l’identità delle persone coinvolte. Scene mosse e spesso senza inquadrature corrette del luogo. Sono immagini che non districano il caos, anzi ne sono figlie e per questo non aiutano giornalisticamente ad aggiungere informazioni all’evento che ritraggono.

Come mai allora sono così bramate dal lettore o dal telespettatore? Probabilmente proprio perché rappresentano e non raccontano. Sembrano la trasposizione delle parole degli intervistati coinvolti: “…un grande boato e poi confusione e panico, feriti e macerie ovunque…”. Queste dichiarazioni tristemente frequenti sembrano la descrizione di quelle fotografie. Nessun dettaglio utile, nessuna immagine definita, solo una espressione dell’ansia e della smarrimento raccontati da chi si trovava li.

Ecco perché diventa l’immagine della paura e non l’immagine di un attentato. L’immagine di un sentimento che catalizza la nostra empatia per le persone sofferenti colpite. Queste fotografie sono anche il primo supporto dell’informazione, le testate giornalistiche le usano per soddisfare la richiesta del lettore. Lo smartphone sostituisce il reporter e questo traspare dallo scatto. Imprecisa e impaurita è la fotografia dominata dall’emozioni e queste sono l’ingrediente delle notizie dopate dalla spasmodica ricerca della visibilità piuttosto che della qualità. Fantastici servizi fotografici di zone di guerra o ad alto rischio, realizzati da bravi reporter che rischiano la propria incolumità, non trovano più spazio nelle grandi testate nazionali. Tali reportage raccontano e fanno comprendere persone ed eventi; realizzati con professionalità, vengono proposti ormai solo da testate dai nomi meno roboanti che, per fortuna, fanno ancora della qualità il loro credo.

La paura vende sempre e queste sono le nuove immagini della paura. Chi le propone, prelevandole gratuitamente dalla rete, non ha intenzione di informare, ma solo di vendere. La paura è ormai spacciata anche in queste fotografie, che sono la droga per il lettore inconsapevole. Le persone si sentono meno sicure quando accadono questi crimini, ma è solo con l’informazione che si combatte l’insicurezza e con la consapevolezza si annulla la paura. Un conflitto si deve spiegare anche con fotografie corrette e giornalisticamente valide, altrimenti non si fa informazione ma si scade nel talkshow.