Paolo Gentiloni non è arrivato in un momento sereno per la politica estera italiana. Tra tutte le crisi aperte, ha riservato particolare attenzione a quella libica. Una nota positiva, dato che l’Italia è l’unico Paese che può permettersi di mettere bocca sullo «scatolone di sabbia» che in tempi non remoti fu da noi convertito in terra fertile. Cosa penserebbero oggi i vari d’Annunzio, Prezzolini, Pascoli? Come avrebbero reagito i vociani alle parole del «freddo» – come lo ha definito Il Foglio – titolare della Farnesina? «Un intervento di peacekeeping vedrebbe lItalia impegnata in prima fila». Non è un nazionalista primonovecentosco che parla, ma proprio Gentiloni. E infatti, ça va sans dire, va segnalato che la condizione è «l’egida delle Nazioni Unite» (matita rossa a Manlio Dinucci, che sul Manifesto tace del riferimento all’Onu nell’intervista di Gad Lerner al Ministro). In sottofondo, un Lied schubertiano recita i versi di Schiller: Schöne Welt, wo bist du?

«Dove sei, bel mondo sereno?», se la Libia brucia e l’immagine del volto insanguinato di Gheddafi è ancora viva? La Nato non fiata; non una parola. Parla invece Ezzedin al Awami, prossimo ambasciatore libico a Roma. In un’intervista rilasciata ieri all’Ansa, l’ex Vicepresidente del Congresso nazionale ha dato il “la”: «L’Italia ci aiuti». Armi, soldati, raid aerei mirati? «Il popolo libico non accetterebbe la presenza di peacekeeper stranieri», dice il futuro ambasciatore, quasi in risposta a Gentiloni. Per beneficio del dubbio, ci si domanda a quale «popolo libico» si riferisca al Awami. Lo stesso che, all’opposto, diede il benvenuto ai missili Tomahawk dell’operazione Nato Odyssey Dawn? Non è passato molto tempo da quando, nel 2011, la Libia passò dall’ordine della Jamahiriya al disordine della guerra civile.

Secondo l’ex Vicepresidente, alla Libia servirebbero «appoggio logistico e tecnico» sul campo, cioè esperti militari e consigli sulla gestione delle vie di comunicazione e delle risorse. «E un sostegno morale», perché l’Italia «per noi è il Paese più importante in Europa». Le richieste di al Awami arrivano in contemporanea con la nota del generale statunitense David Rodriguez, che ha dato la notizia che circa duecento jihadisti vengono addestrati in campi libici dallo Stato islamico, avvertendo che si discute sull’ipotesi di raid aerei anche in Libia. Quando l’Italia si ricorderà della sua vocazione diplomatica (e non solo) nell’area mediterranea, potremo gioire. Ma la penisola ha il vizio di pensarsi prima fra gli ultimi, mentre è ultima fra i primi. Campa cavallo, amico libico: con il sostegno morale non si vincono le guerre civili.