“L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein ha esortato le autorità Usa a procedere con grande cautela nel processo sul caso San Bernardino che coinvolge l’azienda Apple e l’FBI. Al fine di risolvere un problema di sicurezza, le autorità rischiano di aprire un vaso di Pandora che potrebbe avere implicazioni estremamente dannose per i diritti umani di milioni di persone, inclusa la loro sicurezza fisica e finanziaria, spianare la strada a governi autoritari e hacker criminali”, esordisce così l’articolo di oggi sul Corriere della Sera. Zeid Ra’ad Al Hussein non si schiera contro le autorità americane. Secondo l’Alto Commissario dell’ONU gli agenti dell’Ufficio Federale d’Investigazione meritano pieno sostegno nell’indagine sulle uccisioni di San Bernardino, ma mettere i segreti di Apple a disposizione del governo in questo caso sarebbe come legittimare la risoluzione di un crimine commettendo un altro crimine. “Non si tratta solo di una società e dei suoi sostenitori che tenterebbero di proteggere criminali e terroristi, ma di sapere dove tracciare la linea rossa di cui abbiamo tutti bisogno per proteggerci da criminali e repressione”, ha puntualizzato Zeid Ra’ad Al Hussein.

Il 12 febbraio 2016, al fine di permettere le indagini all’FBI, un giudice federale di Los Angeles ordinò ad Apple, colosso mondiale della tecnologia, di decrittare l’iPhone di Syed Rizwan Farook, uno dei due killer che lo scorso 2 dicembre assaltarono un centro di assistenza a San Bernardino, uccidendo 14 persone. Tim Cook, Ceo dell’azienda produttrice dei Melafonini, replicò in maniera per molti sconcertante. Secondo lui, infatti, la richiesta di forzare il codice criptato creerebbe un “precedente pericoloso”. La decisione di opporsi all’ordine avanzato dal giudice americano sotto richiesta dell’FBI è una presa di posizione da parte di Apple nei confronti di ciò che l’azienda considera come “un eccesso da parte del governo Usa”. Nelle mani sbagliate, questo software avrebbe il potenziale di sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno. Di fronte a queste affermazioni l’opinione pubblica è tuttora divisa in due schieramenti contrastanti: da una parte c’è chi, come Donald Trump, sostiene che Apple dovrebbe collaborare con gli inquirenti e i federali, dall’altra c’è chi, insieme a Tim Cook, si schiera a favore della difesa della privacy e del Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America che sancisce la libertà di espressione. Tra i giganti informatici della Silicon Valley che difendono l’amministratore delegato di Apple spiccano i nomi di Google, Facebook, Twitter, Linkedin, Amazon e eBay. Tutti appoggiano il numero uno dell’azienda di Cupertino, Tim Cook, che sta portando avanti la battaglia per la difesa del diritto della privacy, anche di fronte a esigenze di sicurezza nazionale, arrivando persino a criticare il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e la sua supposta “mancanza di leadership”.

Le controversie tra forze governative e giganti dell’informatica statunitense proseguono da ormai quasi un mese. Possibile che il corpo dell’Ufficio Federale d’Investigazione americano non abbia altri mezzi a disposizione per decrittare il telefono cellulare di un killer? Come fanno gli agenti federali, di solito, a raggiungere le foto, i video e le varie informazioni salvate dai fuorilegge sugli smartphones? La spiegazione di questo caso particolare arriva dal direttore dell’FBI, James Comey, che nella sua audizione al Congresso confessa: “C’è stato un errore commesso nelle 24 ore successive all’attacco, durante le quali la contea, su richiesta dell’FBI, ha preso provvedimenti che hanno reso impossibile consentire al telefono di eseguire il backup su iCloud”. “In pratica l’FBI avrebbe tentato di aggirare il dispositivo di sicurezza resettando la password e facendo così scattare la protezione che prevede, dopo 10 tentativi falliti di password, la crittografia dei dati. Per questo l’FBI ha poi dovuto chiedere a Apple di creare un software capace di sbloccare il cellulare. Senza l’errore dell’FBI i dati del cellulare transitati attraversio i wi-fi di casa dell’attentatore sarebbero finiti su iCloud e quindi intercettati”, sostiene il Corriere. Quella che era cominciata come una discussione tra il tribunale e l’amministratore delegato di un’azienda che produce sistemi operativi e dispositivi multimediali per risolvere un caso recente, si è rivelata una diatriba sui massimi sistemi, sulla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, ma soprattutto una lotta per l’autorizzazione a detenere e amministrare i dati e la privacy dei cittadini. Riuscirà il ribelle Tim Cook a prevaricare sulle forze federali degli USA?