Il mandato dell’ultimo presidente del Libano, Michel Suleiman, è scaduto il 25 maggio dello scorso anno e, da allora, il Parlamento ha votato ventitré volte senza successo. Da un anno il Libano, un paese la cui stabilità è così precaria da puntellarsi sulla presenza della missione UNIFIL al meridione e sui delicati accordi tra confessioni sciite, sunnite e cristiane maronite, è senza un Capo dello Stato. Non accadeva dalla fine della guerra civile nel 1991 e sembra che l’impasse politica non è destinata a sciogliersi facilmente. Gli effimeri equilibri politico-parlamentari sono oggi funestati dai riverberi della guerra in Siria e dal confronto che Hezbollah sta sostenendo contro l’ISIS. Oltre un milione di profughi sono giunti nel paese dei cedri ma l’architettura socio-economica di uno Stato con appena quattro milioni di abitanti non ha le capacità di assorbimento necessarie per questa tragedia umanitaria. Inoltre Israele non ha certamente apprezzato il rafforzamento dell’alleanza con la famiglia Assad e anche i porosi confini meridionali rischiano di tornare incandescenti. In base alla Costituzione del Libano, il Capo dello Stato deve essere eletto dai due terzi del Parlamento al primo turno o da una maggioranza semplice nei turni successivi; il problema sorge nella necessità di avere sempre i due terzi dei voti per convocare l’elezione. Il Parlamento conta attualmente 128 seggi ripartiti tra 64 deputati cristiani maroniti, che a loro volta sono suddivisi in correnti che seguono i principali leader, e 64 deputati musulmani (sciiti e sunniti).

Questo complesso mosaico partitico richiede la presenza di un Capo dello Stato privo di effettivi poteri ma essenziale per il bilanciamento e l’equilibrio tra le istanze delle differenti confessioni e gruppi etnici nazionali, tant’è che la tradizionale divisione dei poteri libanesi prevede che il presidente sia un rappresentante della comunità cristiana maronita. Insieme alla guerra civile siriana, l’emergenza profughi, le spinte dell’ISIS verso Damasco, il richiamo iraniano per Hezbollah e l’occhio vigile di Israele, la figura di un Presidente super partes e garante degli equilibri sociali è più necessaria che mai. I principali aspiranti alla carica sono tre e provengono rispettivamente dall’Alleanza 14 marzo (sunnita e filo-occidentale) che propone Samir Geagea (leader delle Forze Libanesi) ma all’interno della quale la componente socialista di Walid Jumblatt sta frenando la candidatura per promuovere Henri Helou; dal Movimento 8 marzo guidato da Hezbollah (e dunque intimo confidente di Teheran) che sostiene Michel Aoun, capo del Movimento Patriottico Libero. Queste due formazioni prendono i loro nomi dalle grandi manifestazioni del marzo 2005 nate dopo l’assassinio del premier Rafiq Hariri (la “Rivoluzione dei Cedri”). L’impossibilità di giungere ad un accordo per l’elezione del presidente ha generato ovviamente un blocco istituzionale a causa del quale il Parlamento sta lavorando a rilento provocando ripercussioni sull’economia e la sicurezza. Inoltre pressoché ogni gruppo politico si è apertamente schierato con le fazioni in lotta in Siria creando ulteriori motivi di frizione: sciiti e cristiani supportano infatti tendenzialmente il regime di Assad e sono sostenuti dallo zoccolo duro libanese di Hezbollah, i sunniti risultano essere invece assai vicini ai ribelli siriani ostili al regime. L’avanzata dell’ISIS sta ovviamente mutando anche questi schieramenti che risultano particolarmente mobili tra di loro.

L’assenza di un Capo dello Stato è stata poi la causa della procrastinazione delle elezioni parlamentari che dovrebbero, al contrario, svolgersi ogni quattro anni. L’ultimo Parlamento è stato eletto nel 2009 e l’inviata UN per il Libano ha spesso sottolineato la necessità di superare la stasi e la polarizzazione politica per ritrovare la necessaria unità al fine di affrontare al meglio la crisi siriana. Nel ginepraio politico è intervenuto anche il patriarca Bèchara Rai per dirimere le differenze tra i partiti cristiani i quali hanno sostanzialmente risposto con uno scaricabarile sull’ala musulmana e su Hezbollah. Secondo l’ex presidente Gemayel infatti: “…per motivi non dichiarati, assistiamo a un’astensione da parte di alcuni gruppi parlamentari, in flagrante violazione delle regole democratiche più elementari. Questa vacanza sta provocando uno stallo nelle altre istituzioni con il Parlamento che non riesce a deliberare e il governo che lavora al minimo delle sue potenzialità. L’unica spiegazione che posso fornire è che assistiamo a una sorta di “civetteria politica” da parte di un candidato, Michel Aoun, le cui ambizioni illimitate coincidono con gli interessi strategici di un altro partito, Hezbollah, che non nasconde i suoi legami con un determinato asse regionale”. L’asse regionale, neanche a dirlo, è ovviamente l’Iran che dialoga, ma molto spesso ordina, con Nasrallah e i suoi. Gemayel ha affermato poi che l’immobilità libanese è un fattore di rischio non solo dal punto di vista prettamente politico-economico (sono infatti numerosi i prestiti internazionali congelati per mancanza di un interlocutore di garanzia) ma anche strategico. Fino adesso infatti l’Iran, la Giordania, la Siria non hanno avuto alcun interesse ad una espansione verso occidente dello Stato Islamico ma nel gioco degli equilibri internazionali questo status quo potrebbe non durare e il Libano ritrovarsi pericolosamente tra il fuoco islamista e la risposta di Israele e dei vicini paesi arabi, senza contare che la polveriera delle conflittualità etnico-religiose del paese non è scomparsa ma solo in dormiveglia.