Correva l’anno 1970, quando gli Assad presero il potere a Damasco portando il partito Baath’, panarabo e di ispirazione socialista, a comandare sulla Siria. In quel momento i destini di Beirut e Damasco iniziavano ad intrecciarsi sempre più portando la Siria a svolgere un ruolo sempre più chiave all’interno del Paese dei cedri, si veniva a creare un asse solido e solidale che avrebbe creato una magnifica alleanza pur lasciando negli anni una scia di sangue e di violenza che sembra non conoscer fine e che anzi, oggi, si acuisce ancor di più mentre la Siria fronteggia eroicamente una guerra atroce contro un nemico infido e potente.

La novità, tuttavia, risiede proprio in questo: se per anni è stato il Libano a pagare un altissimo prezzo sul suo territorio – teatro di guerre lunghe e logoranti combattute perlopiù contro Israele, mentre al suo interno regnava la sempiterna divisione che ha caratterizzato in epoca recente la “Svizzera del Medio Oriente” con le lotte fratricide d’ispirazione religiosa – ora è la Siria a patire lo scotto di una guerra che la brucia e la insanguina da più di tre anni. Il Libano è parte in causa di questa guerra con quello che si può definire il secondo Stato esistente all’interno dei suoi confini, ovvero Hezbollah, il Partito di Dio, schierato in prima linea nella resistenza dell’esercito siriano contro i fondamentalisti islamici e sempre più ago della bilancia in un conflitto logorante e che sta duramente colpendo le limitate disponibilità di uomini di Damasco.

Ma vi è anche un altro lato della guerra, ora in atto, che tocca nel cuore il Libano, ed è lo scotto che paga ancora una volta dopo aver ospitato per decenni – talvolta con tragici risvolti, leggi Sabra e Shatila – i profughi palestinesi cacciati progressivamente dalle loro terre dalle squadracce israeliane. Oggi Beirut ospita circa un milione e mezzo di rifugiati siriani, trovatisi loro malgrado a dover lasciare terra e case per le devastazioni e le occupazioni perpetrate dai ribelli e dai danni provocati dal conflitto. Sono numeri che recitati così dicono poco, ma analizzati sulla realtà libanese mettono in luce una realtà sconcertante: il Libano ha una popolazione di circa 4,2 milioni di persone e ha quindi rifugiati pari ad un terzo dei suoi abitanti; e con una densità di popolazione altissima, pari a 400 abitanti per km quadrato (l’Italia, per fare un paragone, ce l’ha di circa la metà), ben si capisce come il Paese sia oramai allo stremo e al collasso nelle strutture di accoglienza.

L’emergenza non accenna a diminuire con l’intensificarsi dei combattimenti, ma a portare il sorriso sulla bocca dei siriani ci pensano ancora una volta i combattenti dell’Hezbollah: con una pesante incursione attuata da circa seimila miliziani contro le formazioni islamiste, il fronte della resistenza guadagna terreno nelle montagne del Qalamoun, al confine tra i due Paesi, e strappa importanti posizioni strategiche volte alla protezione delle roccaforti del Partito di Dio, in Libano, e della stessa Damasco, distante poche decine di km. Se al-Assad può ancora essere a capo della Siria, è certo come una gran parte del merito si debba alla formazione guidata dallo sceicco Nasrallah: Beirut (o almeno quella che realmente comanda) e Damasco, in fondo e sempre più, strette da una fratellanza inossidabile e forte più della violenza fondamentalista.