di Roberto de Albentiis

L’Italia, sconfitta sul piano politico e militare nella Seconda Guerra Mondiale, dovette subito prendere posizione e schierarsi con uno dei contendenti nell’agone geopolitico mondiale, quello atlantico; l’accettazione degli aiuti del c.d. Piano Marshall (1948/1951) e l’adesione al Patto Atlantico (1949) segnarono la totale adesione della neonata Repubblica Italiana all’allora schieramento occidentale nello scacchiere mondiale diviso dalla Guerra Fredda. Per quarant’anni, fino al 1989, anno del crollo del Muro di Berlino e inizio della disgregazione del blocco orientale comunista, l’Italia fu un alleato fedele degli Stati Uniti e un membro leale del Patto Atlantico (cfr. il discorso che fece il Presidente della Repubblica Antonio Segni in occasione della visita ufficiale del Presidente statunitense John Fitzgerald Kennedy a Roma nel 1963); nondimeno, si poterono comunque osservare tentativi di politica estera autonoma, di equidistanza tra i blocchi contrapposti – vedasi i tentativi diplomatici del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi – e di costruzione di un proprio spazio diplomatico e politico-economico – vedasi i vari tentativi di Enrico Mattei, Aldo Moro, Giulio Andreotti e Benedetto Craxi di costruire per l’Italia posizioni autonome e paritarie con il mondo arabo e il blocco orientale – , il cui culmine fu la c.d. crisi di Sigonella (1985). Esaurita la stagione della Prima Repubblica con il crollo del blocco comunista (a livello esterno) e i processi di Tangentopoli (a livello interno), si aprì per l’Italia una nuova fase politica, anche a livello di politica estera e di relazioni internazionali: il precedente autonomismo, pur rimanendo comunque nell’orbita atlantica, cedette il passo ad una politica estera ancor più fedele al Patto Atlantico (che, crollato il blocco sovietico, avrebbe dovuto dissolversi, ma così non avvenne, anzi, si potenziò) e via via sempre più interventista, sia nella propria area di influenza geopolitica (vedasi il conflitto nella ex-Jugoslavia) sia, soprattutto, fuori (vedasi i conflitti in Afghanistan, Iraq e Siria).

Esaurita la funzione deterrente che aveva avuto il blocco sovietico nei confronti del blocco americano durante la Guerra Fredda, è apparso evidente lo strapotere dell’unico blocco rimasto, che, peraltro, non ha certo creato un periodo di pace perpetua come ingenuamente prospettato (come non ricordare la prospettata “fine della Storia” di marca monetarista e neocon?); di contro, i conflitti armati (ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libano, Libia, Costa d’Avorio, Siria) sono aumentati. E’ apparso evidente come il riferimento alla “comunità internazionale” fosse solamente per la NATO e i suoi alleati, e in tutto ciò l’Italia ha giocato un ruolo di primo piano, per quanto sottomesso alla politica estera di Washington. (cfr. quanto detto in “Psicologia di una svolta: Berlusconi e la politica panmediterranea” di Peter Weber a proposito dei capisaldi della recente politica estera italiana: “«1.) rimanere saldamente ancorata al cuore dell’Europa; 2.) restare fedele alleato degli Stati Uniti; 3.) entrare in un amichevole, fiducioso e proficuo dialogo con il mondo arabo.»”) Uno degli strumenti usati di più a livello internazionale (ma non di esclusivo monopolio ONU, vedasi la missione KFOR della NATO, o i riferimenti presenti nel Trattato europeo di Amsterdam del 1997) è l’operazione di peacekeeping, in cui delle forze militari sono dispiegate per il mantenimento della pace con il consenso delle parti in causa; tale strumento, nato con la stessa ONU (1948), è diventato nel corso del tempo uno degli strumenti privilegiati per entrare in campo in conflitti non di propria competenza senza (apparentemente) violare i principi di non ingerenza e rispetto della sovranità nazionale che pure fondano il diritto internazionale (quantomeno, il diritto internazionale classico) e la stessa ONU. Eclatanti casi recenti sono quelli di intervento nelle guerre civili della Costa d’Avorio e della Siria (2010-2011). L’Italia si pone come attore di primo piano nel contesto globale e come prima partecipante a missioni di peacekeeping, all’interno sia della NATO che dell’ONU; basti ricordare il fatto che la nostra Repubblica sia il primo Paese del G8 per numero di soldati partecipanti a missioni sotto l’egida ONU. Una di queste importanti missioni è l’UNIFIL, che assume primaria centralità per l’Italia e le sue Forze Armate (cfr. http://www.esteri.it/mae/it/politica_estera/organizzazioni_internazionali/onu/onu_ruolo_italia_nel_peacekeeping.html e http://rassegnastampamilitare.com/2014/03/07/libano-litalia-e-le-missioni-di-pace-nella-terra-dei-cedri/ )

Peraltro, in situazioni recenti, l’Italia si è trovata ad agire perfino prima che venissero espletate le regolari formalità delle Nazioni Unite: è il caso esemplare della Libia (cfr. le dichiarazioni recenti del Ministero degli Esteri Paolo Gentiloni), per quanto sempre in posizione subordinata nei confronti degli Stati Uniti e degli alleati più forti come la Francia. Nel suo recente viaggio negli Stati Uniti il Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi (fine settembre 2015) ha ribadito la centralità dell’interesse strategico italiano nelle missioni di peacekeeping (cfr. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-09-27/renzi-italia-leader-peacekeeping-081244.shtml?uuid=AC4F2c5 ); se in ciò si è mantenuto coerente con la linea di politica estera e internazionale della Seconda Repubblica (basti pensare alle missioni in ex-Jugoslavia sotto la presidenza D’Alema o quelle in Afghanistan e Iraq sotto la presidenza Berlusconi), il Presidente Renzi ha rafforzato ancora di più il legame tra Italia, Stati Uniti e NATO (vedasi la partecipazione italiana nella guerra siriana, indiretta prima e ora, apparentemente e ufficialmente, diretta). Per l’Italia, in un mondo ormai multipolare, sembra non esserci spazio per alcuna politica estera autonoma da quella decisa a Washington, indipendentemente dal colore del governo nazionale o dell’amministrazione statunitense: se precedentemente l’Italia poteva permettersi, pur rimanendo nella NATO, una politica estera più autonoma (simile a quella francese sotto De Gaulle o, per prendere un esempio nel blocco contrapposto, simile a quella romena sotto Nicolae Ceausescu), evidente nei legami con il mondo arabo e islamico, dall’instaurazione della Seconda Repubblica fino ad oggi non è più così. Tra i vari esempi, si prendano, ex multis, i bombardamenti contro la Serbia, il coinvolgimento nelle guerre in Afghanistan e in Iraq (costati numerosissimi morti italiani), le sciagurate operazioni belliche contro Libia e Siria, il riconoscimento immediato dato alla giunta golpista di Kiev in occasione dello scoppio della guerra civile ucraina.

In un mondo che non è più basato sul Washington Consensus e che, con i BRICS, si avvia ormai al multipolarismo, l’Italia rischia di rimanere sul versante sconfitto della storia, di abdicare ancora di più alla sua sovranità e di partecipare a missioni di peacekeeping sempre più astratte dal consenso delle parti e piegate a interessi egoistici della superpotenza egemone. Se la Costituzione e i suoi valori di sovranità popolare e nazionale (artt. 1, 10 e 11) valgono ancora qualcosa, le autorità politiche italiane devono rendersi conto che il mondo è cambiato, e che rimanere legati a schemi divenuti vecchi e obsoleti non solo peggiorerà la situazione globale (con il rischio di recrudescenze di vecchi conflitti e la nascita di nuovi), ma, anche, renderà molto problematica la futura politica estera nel prossimo mondo multipolare che ci aspetta.