Dopo l’inaspettata vittoria alle elezioni dello scorso 17 marzo, Benjamin Netanyahu aveva assicurato i suoi cittadini : “darò un governo stabile a Israele, un governo con una solida maggioranza, capace di affrontare le grandi sfide che stanno davanti a noi”. Un compito che in realtà si è rivelato più difficile del previsto, infatti l’eterno Bibi, recordman assoluto della politica israeliana, si è ben presto scontrato con la realtà dei fatti; che la sua,lungi dall’essere una vittoria storica e roboante, altro non è stata che una vittoria di Pirro. I 30 seggi vinti dal suo partito, Likud, lo hanno costretto a guardarsi intorno, cosa non strana per il sistema israeliano, dominato da una legge elettorale proporzionale, ma soprattuto lo hanno mandato a sbattere contro un muro fatto di rifiuti e compromessi. Alla fine l’abile stratega Netanyahu ha dovuto chinare la testa davanti ai ricatti dei partiti dell’ultra-destra religiosa. Il governo che nascerà, il quarto guidato dal premier uscente, sarà sorretto da una maggioranza striminzita con soli 61 seggi su 120. Un esecutivo in bilico, destinato a morte prematura ancor prima di nascere. Anche perché le forze che lo compongono provengono sì dall’immenso ed inquietante calderone della destra israeliana, ma con diverse anime. A sostenere il quarto governo Netanyahu saranno: Habayit Hayehudi, il partito voce dei coloni, guidato da Naftali Bennet, i partiti ortodossi, Shas e United Torah Judaism e ultimo, ma non ultimo, la “sorpresa” Kulanu dell’ex ministro Moshe Kahlon. Assente annunciato, Yisrael Beitenu, di Avigdor Lieberman. Il partito dell’ex ministro degli Esteri, salito agli onori delle cronache oltre che per le sue frasi razziste e violente contro i palestinesi, anche per alcuni scandali di corruzione, ha motivato la sua scelta di sedersi all’opposizione con “divergenze di programma”. Yisrael Beitenu, che nelle ultime consultazioni ha ottenuto il 5% dei consensi, in decisa flessione rispetto alle passate elezioni, rappresenta l’importante comunità di origine russa in Israele, una comunità completamente secolarizzata che mal tollera le rivendicazioni poco nazionaliste dei partiti religiosi presenti nella squadra di governo.

Un ruolo di primo piano lo avrà sicuramente Naftali Bennett, il vero vincitore di questa partita a scacchi per la formazione del nuovo esecutivo. Il leader di “Casa Ebraica” è riuscito a portare a casa diversi risultati soddisfacenti, primo tra tutti la nomina a ministro della Giustizia della discussa Ayelet Shaked, giovane secolarizzata utilizzata in campagna elettorale dal partito come il volto laico che avrebbe lavato dall’immagine dell’organizzazione la troppa vicinanza agli interessi dei coloni religiosi. Il neo ministro della Giustizia, in Israele, è famosa per le frasi shock scritte su Facebook durante la guerra nella Striscia di Gaza della scorsa estate: all’epoca la Shaked, citò un articolo del noto Uri Elitzur, ideologo del movimento nazionalista religioso, in cui si incitavano gli israeliani alla guerra contro il popolo palestinese, e ad uccidere non solo i combattenti, ma le madri di questi ultimi, perché dalle loro case “non potranno che nascere altri piccoli serpenti” 1. Parole agghiaccianti che descrivono bene il clima all’interno dell’esecutivo che verrà. Come ricorda Gideon Levy sulle pagine di Haaretz2, in realtà il nuovo governo non sarà un governo di cambiamento ma di sostanziale continuità. Le istanze programmatiche saranno sicuramente più rispondenti agli interessi dei partiti religiosi, già si parla di almeno un milione di Shekel da destinare alle scuole religiose (yeshivas) , rispetto a quelle dell’ultimo esecutivo di coalizione ma in realtà poco cambierà. La Shaked sarà sicuramente più estremista di Tzipi Livni, ma nemmeno la numero due di Unione Sionista durante il suo mandato ha promosso il dialogo e la road map per la pace, anzi nel 2008 fu tra i principali sponsor dell’operazione Piombo Fuso.

Ma i grattacapi per Bibi non finiscono qui, le eccessive concessioni fatte ai partiti religiosi hanno fatto storcere il naso a più di qualcuno all’interno del Likud, portando alcuni membri a definire le richieste di Bennett “estorsive”. Ecco perché in fretta e furia il premier ha approvato un emendamento alla legge costituzionale che prevede un aumento del numero dei ministeri a 203. Una scelta dettata da esigenze strategiche e funzionali per tenere insieme quella che ancor prima di nascere è una maggioranza più che fragile. Il rischio defezioni è concreto, ecco perché il leader di Unione Sionista, Herzog, non entrerà in questo governo, pronto a formarne uno di grande coalizione non appena le strane alleanze di ultra-destra saranno naufragate. Herzog, a cui sarebbe toccato prendere in mano le redini dell’esecutivo, qualora Bibi non fosse riuscito a formarne uno entro sei settimane dall’annuncio della vittoria elettorale, punta sul fallimento di questa debole accozzaglia per poi cercare un accordo con un ancora più indebolito Netanyahu. Posizione condivisa anche dal Presidente Reuven Rivlin, anche lui membro del Likud, ma che da subito aveva esortato il premier uscente ad abbandonare l’idea di cercare sponde nella destra per concentrarsi invece su alleanze nel campo dei moderati. La questione è però tutt’altro che finita, la sensazione è che in ogni modo questo strano esecutivo avrà vita breve e che presto o tardi Israele seguirà ancora la strada delle “larghe intese”.

1http://electronicintifada.net/blogs/ali-abunimah/israeli-lawmakers-call-genocide-palestinians-gets-thousands-facebook-likes

2http://www.haaretz.com/opinion/1.655674

3http://www.middleeasteye.net/news/netanyahu-seeks-increase-number-ministers-new-goverment-530904993