di Gregorio Staglianò

Secondo il rapporto annuale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr)  sono 59.5 milioni le persone in fuga da guerre e violenze nel 2014: un numero senza precedenti dal secondo dopoguerra, in crescita di 8.3 milioni rispetto al 2013. Negli ultimi cinque anni, sono scoppiati o si sono riattivati almeno 15 conflitti che hanno dato l’avvio a nuovi esodi forzati: otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nord-est della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree del Myanmar e del Pakistan). L’accelerazione nel tasso di emigrazione è cominciata agli inizi del 2011 quando scoppiò il conflitto in Siria (nel mondo 1 profugo su 5 è siriano) che ad oggi rappresenta la maggiore causa a livello mondiale di emigrazione forzata. Se i quasi 60 milioni di rifugiati costituissero una nazione rappresenterebbero il ventiquattresimo paese più popoloso al mondo, appena dopo l’Italia. Le drammatiche condizioni di vita che profughi e rifugiati devono sopportare si inseriscono in un contesto di forte confusione organizzativa da parte dei paesi accoglienti, che spesso, non hanno un piano preciso per far fronte a questo genere di emergenze, lasciando esseri umani in preda all’oscurantismo politico che non usa mezza termini e parla di “invasione”.

Dopo la chiusura delle frontiere a Ventimiglia, al confine con la Francia, nel summit europeo del 25 giugno  si è deciso come ridistribuire i circa 40.000 migranti sbarcati in Italia e in Grecia nel 2014, come se fossero oggetti da sistemare negli scaffali più capienti. Difficile però è sfuggire alla matematica: la maggior parte degli sfollati sono diretti soprattutto in Germania e in nord Europa, quindi è errato parlare di “invasione”, considerando che le coste italiche sono geograficamente le prime ad essere avvistate dai barconi della morte. La complicata situazione venutasi a delineare a Roma per esempio, è un chiaro ritratto della macroscopica questione dei richiedenti asilo che fuggono da paesi in guerra o da regimi dittatoriali come la Libia o l’Eritrea: alla stazione Tiburtina, la Croce Rossa ha allestito una tendopoli di fortuna, garantendo 150 posti letto e poco lontano, il centro di accoglienza “Baobab” ne assicura almeno il doppio. Numerosissimi ospiti, aiutati da altrettanti volontari che hanno partecipato ad una vera e propria gara di solidarietà per non far mancare a queste persone i beni di primaria necessità, stanno fuggendo dal regime militare imposto da Isaias Afewerki nel 1993, quando l’Eritrea ottenne l’indipendenza dall’Etiopia. Donne, uomini e bambini hanno visto annegare nel Mediterraneo i loro parenti più stretti, dopo aver assistito a esecuzioni sommarie, stupri di massa e ogni genere di torture. Molti di loro non parlano nemmeno l’inglese, e si fanno capire attraverso i mediatori culturali arrivati in soccorso, parlando tigrino, une delle numerose lingue eritree.

Sono stanchi, hanno attraversato il deserto libico-nubiano, per giungere a Tripoli, nel bel mezzo di una guerra civile per la contesa del governo; infine si sono imbarcati su uno dei tantissimi barconi fatiscenti per giungere sulle coste italiane. Qualcuno di loro ha perso le istruzioni scritte frettolosamente su un pezzo di carta nella traversata, ritrovandosi in un continente nuovo e sconosciuto, qualcuno di loro ha dovuto lavorare nei campi di pomodori per stagioni intere, qualcuno non ce l’ha fatta, come raccontano molti eritrei e libici, presenti al centro di accoglienza. “Sarebbe un grave errore negare la serietà della situazione. Ma è altrettanto importante mantenere il senso delle proporzioni. Minimizzare sarebbe irresponsabile, ma enfatizzare serve solo agli sciacalli della politica”, sostiene Ferruccio Pastore, direttore del Foro Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione.