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Gli Stati Uniti che si apprestano a recarsi alle urne per designare chi, tra Donald Trump e Hillary Clinton, dovrà sostituire Barack Obama alla Casa Bianca arrivano col fiato corto al cruciale appuntamento dell’8 novembre. Sin dalle battute iniziali delle primarie partitiche, apertesi con i caucus in Iowa a febbraio, la lunghissima campagna elettorale si è caratterizzata come una delle più dibattute e controverse della recente storia statunitense. Da febbraio a oggi, infatti, la corsa alla Casa Bianca è stata condotta essenzialmente sui tre binari della personalizzazione del gioco politico, della spettacolarizzazione estrema della dialettica interpartitica e del ridimensionamento del contenuto concreto del confronto, che ha acquisito un’importanza relativamente modesta rispetto all’aspro e combattuto confronto frontale tra i contendenti. Il risultato che si è prodotto è stato a dir poco dirompente, dato che per la prima volta gli Stati Uniti hanno conosciuto una campagna elettorale “liquida”, dal momento in cui tanto le primarie partitiche quanto l’attuale faccia a faccia Trump-Clinton si sono caratterizzati come confronti asimmetrici, privi di un loro specifico inquadramento nelle tradizionali cornici istituzionali della politica made in USA. Numerosi commentatori autorevoli non sono stati in grado di intuire l’andamento della corsa alla Casa Bianca edizione 2016 proprio perché hanno a lungo ignorato il principale dato che la caratterizzata, ovverosia la sua sfuggevolezza, la sua ritrosia a farsi racchiudere in schemi precostituiti. Per comprendere al meglio i tratti salienti delle elezioni presidenziali statunitensi, infatti, più che un manuale di politica tradizionale sarebbe opportuno consultare il profetico libro di Guy Debord, La società dello spettacolo, edito nel 1967, nel quale il filosofo situazionista francese descrisse, con notevole anticipo sui tempi, le linee di tendenza e di sviluppo della società occidentale a lui contemporanea. Nella prima delle 221 tesi che compongono la sua opera, Debord scrive:

“Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli”

E con cosa meglio di “immensa accumulazione di spettacoli”, di colpi di scena, di avvenimenti impronosticabili si potrebbe sintetizzare lo storytelling delle attuali elezioni statunitensi, sviluppatesi principalmente come gara di visibilità mediatica e dominate, come detto, dalla tendenza alla personalizzazione dello scontro politico? L’incapacità di comprendere il nuovo corso assunto dalla contesa elettorale è costato caro ai tradizionali membri dell’élite del Partito Repubblicano, ritrovatisi spiazzati dall’irresistibile ascesa di Donald Trump e incapaci di comprendere le motivazioni che hanno consentito l’ascesa del tycoon repubblicano. Trump, infatti, è passato dal ruolo di outsider a quello di trionfatore delle primarie del Grand Old Party proprio per l’abilità dimostrata nel saper coniugare la capacità di tastare il polso dell’America profonda alla comprensione delle leggi dominanti la moderna “società dello spettacolo”.

Momenti iniziali del film di Guy Debord “Confutazione di tutti i giudizi, tanto elogiativi che ostili, che sono stati finora dati sul film “La società dello spettacolo””

Negli sviluppi del decisivo duello Trump-Clinton la spettacolarizzazione del confronto politico ha conosciuto un salto di qualità senza precedenti, dato che la contrapposizione frontale tra il tycoon newyorkese e l’ex First Lady è diventata l’essenza stessa della campagna, sulla scia dello sviluppo di un processo che, autoalimentandosi, ha relegato nell’angolino le concrete prese di posizione politiche dei due aspiranti presidenti. L’esasperazione di questa dinamica ha portato, nella fase conclusiva della campagna, a una vera e propria lotta senza quartiere, nel corso della quale entrambi i candidati hanno preferito focalizzarsi sui tentativi di demolizione della piattaforma su cui si basava la campagna dell’avversario piuttosto che impegnarsi per rendere più solida la propria. “Nel mondo realmente rovesciato, il Vero è un momento del Falso”, scrisse Debord mezzo secolo fa: e nell’attuale corsa alla Casa Bianca, in effetti, questo principio è stato ampiamente rispettato ogniqualvolta la deflagrazione di scandali o inchieste ha rappresentato a uno dei due candidati l’occasione per muovere all’attacco dell’altro, sferrando offensive aventi come scopo preciso la squalificazione dell’avversario. L’architettura di menzogne su cui si regge la politica americana e i numerosi risvolti oscuri del suo mandato al Dipartimento di Stato non sono stati ritenuti da Hillary Clinton, grande portavoce del tradizionale apparato di potere statunitense, motivi sufficienti per farla desistere dal lancio di numerosi attacchi contro la presunta “impresentabilità” di Trump, sferrati sino al momento in cui l’apertura del PC incriminato di Anthony Weiner e la nuova deflagrazione del Mailgate non hanno iniziato a portare all’emersione di sospetti nel verso opposto. Precedentemente lo stesso Trump, facendo valere a più riprese la sua abilità nella gestione del rapporto coi mezzi di comunicazione, ha avuto gioco facile nel controbattere sugli sfidanti in campo repubblicano la valanga di accuse che gli erano state lanciate addosso, riuscendo efficacemente a presentarle come il risultato di una campagna strumentalmente orchestrata dalla storica élite del Grand Old Party contro un dichiarato avversario dell’establishment.

L’insulto è stato il leitmotiv della campagna elettorale

La durissima contrapposizione che ha diviso negli ultimi mesi Trump e la Clinton può essere considerata il paradigma delle numerose e vistose divisioni che oggigiorno affliggono la società americana, colpita da conflittualità e disuguaglianze che ne hanno pregiudicato la stabilità e hanno posto numerosi interrogativi sulla sostenibilità dei modelli su cui essa si regge. Le linee di faglia che oggigiorno dividono l’America sono il flutto dell’evoluzione di complesse dinamiche che nemmeno la tradizionale dialettica bipolare tra il Partito Repubblicano e il Partito Democratico riesce a catturare efficacemente. Divided we stand sembra essere il motto maggiormente rappresentativo per definire l’attuale condizione degli Stati Uniti: la nazione americana, presentatasi in maniera orgogliosa di fronte al resto del mondo negli ultimi due decenni, si scopre fragile sul versante interno nel momento in cui viene meno la pretesa dell’élite di Washington di plasmare un mondo di matrice statunitense, di imporre la supremazia unipolare al resto del mondo. In precedenza chi scrive ha definito l’8 novembre 2016 come la data simbolica di conclusione del “secolo americano” e di inizio di una nuova fase in cui gli Stati Uniti dovranno fare definitivamente i conti con l’insorgenza di spaventose problematiche interne. Il Premio Nobel per l’Economia Paul Krugman ha studiato in maniera approfondita quella che appare la più odiosa e preoccupante distorsione interna all’attuale realtà statunitense, ovverosia il continuo incremento delle disuguaglianze salariali e reddituali nella fase storica della Great Divergence, che tra il 1979 e il 2011 è stata caratterizzata da un incremento del 275% della ricchezza posseduta dall’1% più ricco della popolazione statunitense, a fronte del quale il 20% più povero ha conosciuto un incremento pari a un modesto 18%. Joseph Stiglitz, a sua volta vincitore del Premio Nobel, ha approfondito il discorso sul tema nel suo importante saggio La grande frattura (edito nel 2015), rilevando l’importanza del ruolo giocato dall’incremento delle disuguaglianze economiche nel condizionamento del sistema democratico americano. L’attacco di Stiglitz è rivolto principalmente contro il sistema del “capitalismo fasullo” oggigiorno imperante negli Stati Uniti, ritenuto come una vera e propria “fabbrica di disuguaglianze” e particolarmente insidioso per la sua natura doppia, da Giano Bifronte: il sistema che propugna l’incondizionata libertà degli agenti economici, al tempo stesso, si configura di fatto come una realtà oligarchica, caratterizzata dallo sdoganamento dell’influenza dei grandi gruppi di pressione economici sul sistema politico, che ne risulta profondamente condizionato. Il risultato del circolo vizioso è stato un progressivo accentramento dell’influenza politica in pochi gruppi di interesse e uno svuotamento del sistema democratico, che Massimo Fini osserva essersi trasformato:

“in un regime basato sulla dinastia del sangue: prima Bush padre poi Bush figlio, in seguito Clinton marito, ora, molto probabilmente, Clinton moglie, mentre già si prepara sulla pista di lancio Michelle Obama”

A poche ore dall’appuntamento elettorale che deciderà la corsa alla Casa Bianca, è importante notare come nel corso dell’estenuante galoppata il clima di rissa da saloon progressivamente instauratosi e il turbinio di scandali deflagrati abbiano contribuito a far passare quasi completamente sotto traccia questioni di tale importanza. La dialettica politica della società dello spettacolo si è imposto con la sua logica ferrea, facendo sfuggire la concretezza da un dibattito egemonizzato dalla rivalità personale, dagli insulti reciproci e dai colpi a sorpresa. La mole di problematiche interne agli USA attende soluzioni efficaci e impone la necessità di un’azione decisa e rapida: l’insediamento alla Casa Bianca potrebbe riportare con durezza sulla terra colui che, tra Hillary Clinton e Donald Trump, diventerà il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America e sarà chiamato a guidare la nazione in una fase di transizione di importanza decisiva.