Negli anni 90 moltissime persone hanno riso di fronte alle immagini di Mediterraneo, il film che descrive le vicende di un gruppo di soldati italiani sbarcati nel 1941 su una bellissima isola greca. Essi dimostrano scarsa dimestichezza con le armi o identificazione con il fascismo, stringono amicizia con i greci, giocano a pallone con i ragazzini, bevono ouzo e flirtano con le donne. Diversamente, i soldati tedeschi vengono descritti come intrinsecamente cattivi e rappresentati come coloro che “hanno distrutto le case, affondato le barche, deportato gli uomini”. Tale film offre un’eccezionale prova di quanto il mito degli “italiani brava gente” sia diffuso nelle narrazione letteraria e popolare europea, in contrapposizione all’immagine barbara e sanguinaria del “camerata tedesco”. Questa contrapposizione tra bravi italiani e cattivi tedeschi è stata descritta dallo storico britannico Tony Judt come l’emblema dell’”eredità maledetta” della Seconda Guerra Mondiale, ossia come la diretta conseguenza della ricostruzione della memoria del conflitto realizzata nell’Europa occidentale nei primi anni del dopoguerra. Alimentata da un’azione comunicativa su tutti i livelli (radio, stampa, pubblicistica, mostre, cinema e letteratura) e da una precisa volontà politica di scaricare le colpe dei crimini commessi da tutte le parti in causa su un unico responsabile, cioè sui grandi sconfitti della guerra: la Germania e i tedeschi.

Secondo Judt l’attribuzione ai tedeschi della colpa di tutto ciò che la guerra aveva comportato è servita a fare passare in secondo piano o a giustificare azioni violente e crimini di guerra commesse anche dai vincitori – come i bombardamenti a tappeto su intere città e le espulsioni di massa dalle proprie terre di milioni di tedeschi, ungheresi e ucraini che ridisegnarono il volto dell’Europa mitteleuropea – e soprattutto a fondare un nuovo mito nazionale all’interno dei Paesi complici dei crimini perpetrati dai tedeschi. In primis, dunque in Italia. Attribuendosi l’indiscussa primogenitura del fascismo e avendo vincolato il proprio destino bellico a quello dell’alleato tedesco, l’Italia era legata a doppio filo ai disegni egemonici nazionalsocialisti e, uscendo sconfitta dalla guerra, rischiava di vedersi attribuire dai vincitori una punizione analoga a quella che patì la Germania (venendo smembrata e divisa in due mentre alla sua cultura e al suo popolo venne attribuita la responsabilità morale per le tragedie avvenute). Secondo lo storico Filippo Focardi, per evitare una “Norimberga italiana” la classe dirigente che si apprestava ad amministrare il Paese nel dopoguerra sviluppò una narrazione propria dell’esperienza della guerra, volta ad esaltare il mito della resistenza antifascista e lo spirito cristiano e caritatevole del popolo italiano, contrapposto al militarismo barbaro e sanguinario dell’invasore tedesco.

L’obiettivo era quello di dare una descrizione dell’Italia come un Paese che era a sua volta stato vittima dei soprusi germanici, degli italiani come un popolo fondamentalmente buono che mai aveva fraternizzato con quello del proprio alleato. La Germania e i tedeschi diventavano quindi implacabili e sadici oppressori di inermi, violenti e guerrafondai, la demoniaca rappresentazione stessa del male assoluto. Contrapposta all’immagine dell’italiano indisciplinato e intimamente avverso alla guerra, restio a compiere atti di violenza, pronto a solidarizzare con le popolazioni indifese e ad aiutare gli ebrei perseguitati. Mettendo in croce i tedeschi gli italiani volevano slegare i propri destini a quelli degli sconfitti, evitando una pace punitiva e la demonizzazione della propria cultura oltre che l’attribuzione della responsabilità morale a tutto il popolo. Fu così che, tramite un’incessante attività di propaganda incentivata dagli alleati e soprattutto dalle trasmissioni di Radio Londra venne esaltata la Resistenza come lotta nazionale dell’intero popolo italiano artefice di un “secondo Risorgimento” contro l’invasore nazista, titolare invece di tutti i crimini commessi. La Resistenza divenne dunque anti-tedesca prima ancora che anti-fascista e venne reinterpretata, paradossalmente, in chiave nazionalistica. La descrizione del bravo italiano indisciplinato e che resiste alle ferree regole tedesche diventò il mito fondativo della nuova nazione italiana anti-fascista e anti-tedesca.

La creazione di questo mito servì però anche a giustificare o a scaricare sui tedeschi le colpe dei crimini commessi per mano italiana o alleata. Come spiegato nel libro “Il cattivo tedesco e il bravo italiano”, l’unanime resistenza patriottica anti-germanica era prima di tutto un comodo paravento per la maggior parte dei cittadini italiani che si erano rassegnati a convivere o avevano attivamente sostenuto la presenza tedesca. Il mito venne sostenuto dalla quasi totalità dei soggetti politici del dopoguerra: dalla  sinistra di ispirazione comunista (alla ricerca di legittimazione politica) e dalle sue forze partigiane desiderose che l’enfatizzazione dei crimini tedeschi coprisse le gravità delle proprie stragi; dalla Democrazia Cristiana che voleva ripristinare una coesione sociale fondata sui valori della carità cristiana contrapposta al cinismo germanico e al paganesimo nazionalsocialista; dagli alleati, volenterosi che gli italiani attribuissero alla Germania le responsabilità di tutti i mali di guerra e dimenticassero i  bombardamenti e gli stupri compiuti dalle truppe angloamericane; dalle alte cariche dell’Esercito della Farnesina, che condivisero questo “racconto egemonico” perché taceva il proprio coinvolgimento diretto nella “guerra fascista” e ometteva le responsabilità dei soldati italiani dei loro crimini di guerra, commessi specialmente nei Balcani; dalla gran parte della destra anti-antifascista, per minimizzare il coinvolgimento proprio e del popolo italiano nella guerra e nelle deportazioni, nei rastrellamenti e nelle stragi ad essa connesse.

L’antigermanesimo ha dunque la funzione di minimo comune denominatore tra tutti i protagonisti della vita politica italiana post-1945, di collante tra le sue diverse anime sia di destra che di sinistra, in nome del ricordo della Resistenza come “religione civile”. Corredata da un’ampia gamma di materiale letterario e cinematografico la ricostruzione a tavolino dei rapporti tra italiani e tedeschi ha permesso la ricostruzione della nuova identità italiana. Figlia dunque di una narrazione che poggia le sue basi sulla colpevolizzazione dei tedeschi e della loro cultura, descritta spesso come in continuità con il passato nazionalsocialista. Non è un caso, dunque, che la minaccia dell’aggressività tedesca ricorra continuamente tra le paure degli italiani: paure legate al riarmo germanico negli anni 50, alla creazione di un’Europa a trazione tedesca nel 1989, al revisionismo pro-tedesco segnato dalla crisi della memoria della Resistenza dopo il processo contro Erich Priebke negli anni 90, a una colonizzazione attraverso la moneta unica nei nostri giorni. Tutto ciò non cancella la gravità dei crimini che i tedeschi commisero (agli italiani non sono imputabili uccisioni di massa come quelle avvenute nell’Europa orientale ai danni di ebrei, zingari e prigionieri sovietici). Come ha osservato Vittorio Foa, però, lo scarico delle responsabilità criminali di tutte le parti in gioco in Italia ha reso i tedeschi “una grande risorsa per la tranquillità della nostra coscienza”.  Il confronto con l’eterno rivale germanico ha oggi una continua funzione di legittimazione, autoassoluzione e giustificazione di se stessi, della propria storia e della propria cultura. L’identità tedesca e la percezione che gli italiani hanno di essa è centrale nella determinazione dell’identità italiana contemporanea e dei valori condivisi che animano la collettività nazionale. Il ripetuto utilizzo della Germania e dei tedeschi come metro di paragone e di giudizio mostra come il legame tra Italia e Germania, tra italiani e tedeschi, sia ancor oggi più vivo che mai. Nel bene e nel male.

Articolo pubblicato in esclusiva per Il Giornale