La rocambolesca corsa al fuggitivo Abdeslam Salah, ottavo componente del commando terroristico su cui pende un mandato di arresto internazionale; la paura destata dalla “libera circolazione” della Seat Ibiza Nera lungo le strade torinesi, in seguito smentita, poiché rinvenuta presso il quartiere di Montreuil; l’arresto dell’artificiere Mohamed Amri; l’individuazione della “mente” degli attentati parigini che corrisponde al nome di Abdmid Abaaoud – leader di una cellula terroristica a Verviers – ed infine, la rabbia mossa nei confronti della mancata attenzione riconosciuta alle altre stragi – Beirut, Sinai, Russia, Kenya – ed anche verso la pratica di disconoscimento e “giustificazione” operata dalla comunità islamica, che ha risposto alla seguenti “barbarie” con l’hashtag #NotInMy Name, sono alcuni degli eventi che hanno preceduto l’inizio dell’incontro che determinerà la “cooperazione” delle potenze mondiali.

Argomenti antitetici, ma complementari quelli usati dai Presidenti e dagli attori politici protagonisti del vertice internazionale G20, che ha avuto luogo ad Antalya, all’indomani degli attentati di Parigi, con l’intento di individuare soluzione comuni per garantire la “stabilità” della Siria e determinare modelli ideali per la famigerata “transizione”. Perentorie le parole del Presidente Putin, che con estrema pragmaticità afferma: « Il Califfato è finanziato da persone fisiche». Per contro, mentre si definivano le sanzioni atte a disincentivare i finanziamenti ai miliziani jihadisti e si prevedeva un governo transitorio di sei mesi – che sì, ben rimanda a destituzioni passate ed interventismi sviluppisti- il Presidente Hollande comunicava al parlamento francese di essere in “Guerra”. Significativo il ricorso alla famigerata frase che ormai è diventato un intercalare comune: «scontro tra civiltà». Ebbene, secondo Hollande: «non siamo in presenza di scontro, poiché questa non è una civiltà […] E gli attacchi sono stati pianificati in Siria,organizzati in Belgio e manifestati sul suolo francese, da francesi». Nonostante ciò, afferma, che è necessario trovare una soluzione efficace per combattere l’Isis, che è il vero nemico – il che potrebbe far pensare ad una rivalutazione relativa all’accusa precedente mossa nei confronti di Bashar al- Assad ed alla fine di eventuali strategie destituenti. Ma alla luce di quanto accaduto, sarebbe necessario tentare una decostruzione geopolitica dei fatti.

Le cornici rappresentative all’interno delle quali sono stati collocati gli attentati francesi e le “consequenziali” riposte belligeranti sono delle “formazioni discorsive” all’interno delle quali ogni evento trova collocazione opportuna e legittimata. Attacchi diretti a Raqqa – capitale del sedicente “Stato islamico” in Siria e città di oltre 200 mila abitanti, 160 chilometri a est di Aleppo [1] – sono stati compiuti dall’esercito francese, che in ottemperanza all’obbligo morale e civile ha “rivendicato” la strage compiuta venerdì scorso; quella che ha mietuto più di 100 vittime ed altrettanti feriti. Hollande attacca la Siria, la coalizione si difende e porta alta la bandiera dell’occidente, giustiziando le giovani vittime e compiendo circa 20 bombardamenti al giorno, che evocano palesemente un intervento massiccio e degno di guerra. Questo “l’effetto realtà” istituzionalizzato all’interno della messa in scena internazionale, che coinvolge organismi sovranazionali, retoriche paternalistiche e strategie di marketing atte a veicolare posizioni dicotomiche ed approcci conflittuali. Simili costruzioni, però sono fuorvianti. Ciò su cui si dovrebbe indagare è in realtà, la precarietà esistenziale stessa dell’umanità e delle politiche retoricamente campanilistiche e palesemente appaiate e non già antagonistiche. Alla stregua di quanto accaduto durante l’attentato presso Charlie Hebdo ed al supermercato Kosher, lo scorso gennaio, molti indizi precari determinano prove inconfutabili: passaporti e schede anagrafiche divengono dispositivi autenticanti l’identità altra – quella costruita potremmo dire- analogie differenti, fanno da collante alla medesima trama narrativa. Ѐ forse un caso, che alcuni degli otto terroristi siano stati identificati come “siriani”dapprima ed in seguito come abitanti della periferia belga, radicalizzati in Siria e, che ciò inneggi all’etnocentrismo più spietato? Inoltre, è lecito non ricordare che i processi di addestramento hanno avuto luogo proprio in questi luoghi, ma per opera di altre menti ed in funzione di altri obiettivi? Ѐ possibile che i Kamikaze, vadano a volto scoperto, indossino giubbotti antiproiettili, circolino liberamente tra i luoghi cult della capitale parigina ed al contempo portino con sé insieme alla cintura esplosiva i documenti di identificazione? Perché i sopravvissuti dichiarono di avere assistito ad un attacco militare assimilabile a quello delle “forze speciali”? «Erano freddi come dei Robot» hanno dichiarato i giovani colpiti. I tempi ed il modus operandi erano tipici di un commando addestrato ad hoc. Inoltre, sarebbe legittimo chiedersi: perché pare che l’identità dei miliziani jihadisti debba corrispondere a quella di giovani “lupi”? Ѐ più facile manipolare ed asservire le menti del popolo ricostruendo nazionalità e politiche identitarie? I servizi segreti francesi dichiarano che oltre alla mente delle stragi Abdelhamid Abaaoud, anche altri uomini del commando siano di origine belga o algerina e che vivano nelle banlieue di Bruxelles. Che i processi di reclutamento e proselitismo passino attraverso le fila del ciberspazio è ormai noto – e non già perché gli “altri” abbiano imparato ad usare le “TIC occidentali” – ma un esercito così preparato, che ripropone modelli perfettamente introiettati, che condivide relazioni parentali come requisito fondamentale, che s’identifica tramite giuramenti e che attua strategie del terrore analoghe a certe organizzazioni criminali a noi note, può ancora essere ancora apostrofata come frutto di uno “scontro tra civiltà”?

[1] A. Negri, «Lo Stato islamico visto da vicino» in Le Maschere del Califfo, «Limes»09/09/2014.