Migliaia di ecuadoregni nel fine settimana sono scesi in piazza per le strade di Guayaquil, la più grande città del Paese, per protestare contro le politiche del presidente Rafael Correa. È la terza settimana di manifestazioni di massa contro il governo, riassumibili nello slogan “l’Ecuador non è il Venezuela”, che hanno avuto luogo anche nella capitale Quito e in altri capoluoghi. A istigare gli animi ci ha pensato Jaime Nebot, sindaco di Guayaquil e leader di centrodestra all’opposizione, che accusa il partito di governo Alianza Pais di aver iniziato una lotta di classe per dividere i cittadini e traghettare l’Ecuador verso il socialismo.

I “Democracy Promoter” – sponsorizzati dalla fondazione americana National Endowment for Democracy – hanno sfruttato i due disegni di legge sulla tassa di successione e sui capitali finanziari presentati all’Assemblea Nazionale per mobilitare i cittadini contro Correa. L’accusa è sempre la stessa: il governo avrebbe un’attitudine “dittatoriale” perseguendo la “Revolution Ciudadana”, che non è nient’altro che il programma che ha portato l’alleanza di sinistra a conquistare 100 seggi su 137 nel Parlamento. Il momento è più che mai opportuno per screditare il presidente prima della visita che Papa Francesco terrà dal 6 all’8 luglio nel Paese. Il presidente ha quindi deciso di congelare i due provvedimenti per permettere la realizzazione di una campagna d’informazione pubblica sul significato di queste due proposte; quindi nessun passo indietro, ma la volontà di spiegare ai propri cittadini le motivazioni dietro questa legge. È stata volutamente fatta una campagna di disinformazione – specialmente dalla CNN in spagnolo, dalla NTN24 e da tutti i giornali legati alla SIP (Sociedad Interamericana de Prensa) – per terrorizzare i cittadini che, in caso di approvazione della legge, sarebbero stati iper-tassati. In realtà la “Ley de Ridistributiòn de la Riqueza” proponeva una patrimoniale progressiva dal 2,5% fino al 77,5%, che avrebbe colpito appena il 2% della popolazione e un’analoga tassazione del 75% per le rendite finanziarie. In effetti, in un Paese dove la maggioranza delle attività economiche è a conduzione familiare, terrorizzare l’opinione pubblica su una tassa di successione è abbastanza semplice; lo dimostra anche un sondaggio condotto dalla Cedacons-Gallup International che conferma che se il 72% degli ecuadoregni disapprova la patrimoniale, solo l’11,70% ha lo stesso atteggiamento verso la legge sulle rendite.

Il meccanismo è sempre lo stesso: portare in piazza manifestanti strumentalizzati da qualche specifico argomento grazie all’attività e ai soldi delle solite fondazioni statunitensi (National Endowment for Democracy, Soros Foundation, Mac Arthur, Gates, ec..) e cercare di unire le screditate e sconfitte forze politiche liberali e conservatrici nel tentativo di abbattere il “regime” di turno, democraticamente eletto. Che Rafale Correa non sia gradito a Washington non è un mistero: dopo il fallito tentativo di colpo di stato del 2010 ha proseguito nella sua politica bolivariana di decolonizzazione dell’America Latina liberandosi dal cappio del FMI, non rinnovando il permesso per l’utilizzo della base di Manta agli Stati Uniti e diventando presidente della CELAC (Comunità di Stati Latino Americani e Caraibici). L’Ecuador e il Venezuela vivono una situazione molto simile: dopo gli importanti risultati socio-economici ottenuti grazie alle esportazioni petrolifere, che hanno permesso politiche di nazionalizzazione e di lotta all’estrema povertà, il calo del prezzo del barile ha messo a dura prova il bilancio dello Stato. Il limite di queste politiche popolari però risiede proprio nel modo in cui queste sono state finanziate. Il denaro proveniente dalle rendite petrolifere ha permesso la realizzazione di politiche incoerenti – ovvero delle misure anticapitalistiche che però lasciano l’edificio capitalista sostanzialmente intatto – procrastinando il cambiamento radicale e la “vera rivoluzione”. L’oro nero quindi rimane sempre un’ambigua benedizione perché, se da un lato garantisce l’appoggio di movimenti popolari di autorganizzazione dei poveri, dall’altro impedisce l’affrancamento totale dai circuiti internazionali ed espone il governo alle oscillazioni del mercato energetico decise altrove.