“Hegel osserva che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda sotto forma di farsa”.

Ancora una volta l’incipit iniziale de “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” di Karl Marx rende perfettamente l’idea di ciò che sta accadendo nell’attualità politico-internazionale di questi giorni. Per tutto l’arco del XIX e l’inizio del XX secolo l’Impero Ottomano, in progressivo declino e schiacciato nella morsa del grande gioco di influenze delle potenze europee volto anche al contenimento dell’espansionismo russo, veniva considerato come il “grande malato d’Europa”. Una diagnosi che portò successivamente alla sua definitiva disgregazione ed a quella inevitabile catastrofe geopolitica di cui ancora oggi subiamo i più nefasti effetti. A distanza di più di cent’anni da quegli avvenimenti, la Turchia torna ad essere considerata dalla diplomazia europea come un “malato sotto attenta osservazione”. Se, come abbondantemente dimostrato dagli eventi storici, la prima volta la tragedia si è presentata nella forma della Prima Guerra Mondiale e della spartizione coloniale degli ex-possedimenti ottomani nel Levante, oggi, è abbastanza evidente che siamo totalmente nell’ambito della farsa. In primo luogo perché questa Europa autolesionista e succube del Nord America non può permettersi di dare del malato a nessuno. In secondo luogo perché, come brillantemente sottolineato sulle colonne de “Il sole 24 ore” da Alberto Negri, i rapporti tra UE e Turchia già da tempo sono basati su di una accentuata ipocrisia bilaterale. Ed il recente blocco dei negoziati per l’ingresso della Turchia nell’UE è semplicemente un’ulteriore capitolo di questa interminabile farsa diplomatica. Da anni per i vertici dell’AKP l’accesso della Turchia nell’Unione Europea è un obiettivo più che secondario mentre nessuno in Europa (Germania e Francia in primis) vede di buon occhio l’ingresso nell’Unione di un paese così vasto e densamente popolato che negli ultimi anni ha abbandonato il laicismo imposto dalla modernizzazione kemalista in favore di una nuova islamizzazione della societàAllo stesso tempo però l’UE continua a versare miliardi nelle tasche della Turchia affinché disinneschi in loco la bomba umanitaria della migrazione dalle zone di guerra, e la Turchia continua a dipendere economicamente dal mercato europeo con il quale intrattiene la maggioranza dei suoi scambi commerciali. Tutta l’attività del governo Erdogan negli ultimi anni è stata profusa nel cercare di limitare o quanto meno di diversificare le forme di dipendenza economica del paese. Tuttavia, dopo il brusco ridimensionamento delle politiche neo-imperiali, dovuto soprattutto al diretto intervento russo in Siria, la Turchia, che proprio grazie al suo appoggio alla ribellione siriana (salafismo jihadista compreso) aveva sperato di ottenere un ininterrotto flusso di denaro dalle monarchie del Golfo, si è ritrovata a dover bussare di nuovo la porta della casa Russia, principale ed unico fornitore energetico affidabile, anche dopo la crisi nata dall’abbattimento del caccia Su-24, ed unico partner assolutamente disinteressato ad ingerenze in politica interna. Così il ruolo turco nella crisi siriana si è ridimensionato da aperto sostegno a tutte le forze ostili al governo di Bashar al-Assad ad aperto sostegno a tutte le forze ostili al minaccioso autonomismo curdo nel Rojava in stretto rapporto di alleanza col PKK.

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Lo smembramento dell’Impero Ottomano 1863 – 1920

Se la politica estera neo-imperiale volta alla diffusione nell’area levantina del modello di governo islamista dell’AKP si è risolta in un sostanziale fallimento, lo stesso non si può affermare per ciò che concerne la politica interna in cui Erdogan, soprattutto dopo il tragicomico tentativo di golpe, si trova in posizione di assoluto vantaggio rispetto ai suoi oppositori. Il fallito golpe, estremo e disperato tentativo dei residui gulenisti e kemalisti dell’esercitò di defenestrare Erdogan con la forza, ha conferito a quest’ultimo un inaspettato nuovo carisma politico e addirittura un’autorità morale da tempo perduta che gli ha permesso una decisa svolta autoritaria corredata da pesanti purghe nei confronti di tutte le opposizioni. Gulen e gulenisti in particolare, più della stessa minoranza curda, sono considerati dai vertici dell’AKP come la principale minaccia alla stabilità del paese. Fetullah Gulen, predicatore, ex-alleato ed ora acerrimo rivale di Erdogan, è colui che di fatto ha fornito la sovrastruttura ideologica al progetto egemonico (nel senso realmente gramsciano del termine) dell’AKP volto alla costruzione di una sorta di Stato etico su basi islamiche capace di accantonare il laicismo kemalista in Turchia. Le sue idee, che si ispirano al lavoro intellettuale del riformatore religioso Said Nursi e della sua Risale i-Nur (Epistola della Luce), un commentario coranico di oltre seimila pagine espressione della secolare tradizione mistica dell’Islam ottomano, sono state definite dallo storico turco Hakan Yavuz come il punto di partenza per un vero e proprio illuminismo islamico. Ora è abbastanza evidente che associare l’Islam o cercare di interpretarlo in a base a eventi storici o a categorie occidentali produce sempre degli esiti quantomeno ambigui e controversi, ma allo stesso tempo raggiunge l’obiettivo di catalizzare l’attenzione di un pubblico che si nutre di stereotipi e luoghi comuni. Hakan Yavuz questo lo sa bene, ma dopotutto, alla pari del suo mentore, vive e lavora negli Stati Uniti, da sempre patria benevole ed interessata a forme di dissidenza organiche al sistema capitalistico-neoliberista (Solzenicyn docet). Nonostante il potere e la ricchezza economica reale del circolo guleniano, sono stati loro ad uscire sconfitti dalla lotta interna contro Erdogan. E la mancata estradizione dell’Imam in Turchia ha sancito il quasi totale gelo diplomatico con gli USA, anche se la permanenza del paese nella NATO non è mai stata messa in discussione.

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Erdoğan e Fethullah Gülen in tempi più felici

Qui entra in gioco la Russia. Di fronte all’isolazionismo diplomatico, provocato dall’ambigua e semi-fallimentare politica estera che ha fatto terra bruciata tanto ad Occidente che tra le monarchie del Golfo, con l’esclusione del solo Qatar, Erdogan ha dapprima stretto i tempi per il riavvicinamento con Israele, altro alleato storico della Turchia, e successivamente si è riagganciato a Mosca. La riapertura alle relazioni con lo Stato ebraico, presentata come un enorme successo diplomatico che porterà alla fine dell’assedio di Gaza (bufala colossale), consentirà comunque alla Turchia, quantomeno nel lungo periodo, di poter diversificare i suoi fornitori energetici visto che Israele, nonostante la controversia con Libano e Gaza, ha già pronti i piani di sfruttamento dei ricchi giacimenti di gas recentemente scoperti a largo delle “sue” (il virgolettato è d’obbligo) coste.  Il riavvicinamento alla Russia ha invece aperto un nuovo capitolo nella storia delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, e di fatto ha aggiunto una nuova importante pedina nello scacchiere geopolitico eurasiatico che sta abilmente disegnando il Cremlino. Ed il recente, ancora una volta non privo di ambiguità, avvicinamento “interessato” di Erdogan alla SCO (Shanghai Cooperation Organization), centro istituzionale dell’eurasiatismo politico-economico, ne è un’ulteriore dimostrazione. La storia dell’evoluzione delle relazioni tra Russia e Turchia è  ben più complessa di quanto si possa immaginare e supera i classici cliché dell’incontro/scontro tra potenze imperiali rivali. È una relazione in cui fenomeni di sincretismo politico-culturale, di rispetto e di vigorosa contrapposizione militare allo stesso tempo hanno contribuito a forgiare i reciproci caratteri nazionali. È un dato storico incontrovertibile che i due imperi, eredi della tradizione bizantina, si siano scontrati militarmente per ben dodici volte nel corso della loro storia e la stessa Russia zarista, alla pari delle altre potenze europee, giocò un ruolo più che ambiguo nel processo di disgregazione dell’Impero Ottomano. Una politica a suo tempo aspramente criticata dal pensatore conservatore Konstantin Leont’ev, resosi conto con ampio anticipo rispetto ai tempi degli influssi turanici nella cultura russa e del fatto che la missione della Russia non potesse essere unilateralmente slava visto che l’enorme espansione che l’Impero zarista conobbe tra il XVIII e il XIX secolo portò lo stesso a trasformarsi in una comunità multi-religiosa e multi-culturale avendo sottomesso al proprio dominio vasti territori, soprattutto in Oriente ed in Asia Centrale, abitati da popolazioni turcofone e di religione islamica. Idee e teorie successivamente portate avanti anche dallo storico e antropologo Lev Gumilev che ha associato la sua elaborazione del concetto di “etnogenesi” con lo sviluppo etnico-culturale del continente eurasiatico. Concetto che cerca di dimostrare quanto costanti e prolungati rapporti tra diversi gruppi etnici, nel tempo e in ampi spazi geografici, portatori di differenti stereotipi comportamentali, abbia favorito processi di mescolanza etnico-culturale capaci di determinare e forgiare i rispettivi peculiari caratteri nazionali.

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L’opera di Repin illustra un momento storico, ambientato nel 1676 durante la guerra russo-turca, accreditando la leggenda secondo la quale i cosacchi avrebbero redatto una colorita risposta ad una lettera precedentemente inviata loro dal sultano dell’Impero ottomano, Mehmet IV. I cosacchi dell’armata dello Zaporož’e (da “za porohamy”, “oltre le rapide”), abitanti delle terre attraversate dal fiume Dnepr nell’odierna Ucraina meridionale, avevano sconfitto le forze dei Turchi Ottomani in battaglia. Nonostante ciò, il sultano aveva espressamente richiesto loro di sottomettersi al suo impero. I cosacchi, guidati da Ivan Sirko, risposero a loro modo: scrissero un manifesto, ricalcando lo stile ampolloso della richiesta del sultano, ma riempiendolo di volgarità e insulti. Il dipinto coglie il divertimento dei cosacchi mentre inventano insulti da inserire nello scritto – Wikipedia

Le idee di Leont’ev, come quelle di Gumilev, di Nikolaj Trubeckoj (padre dell’eurasiatismo) o di Ivan Ilyin (padre del nazionalismo russo moderno), stanno riscoprendo una rinnovata fortuna in Russia e non solo, grazie alle elaborazioni teoriche del filosofo, ex leader del Partito Nazional-bolscevico, Aleksandr Dugin, da molti considerato come il vero stratega dietro le intuizioni geopolitiche di Mosca.  A questo punto è utile cercare di spiegare brevemente quali siano i punti essenziali della corrente di  pensiero del neo-eurasiatismo di cui proprio Dugin è l’esponente più conosciuto. L’elaborazione teorica dell’ideologo russo si basa essenzialmente sul concetto di “rivoluzione conservatrice” e sul concetto di multipolarismo da opporsi all’idea di mondo unipolare sviluppatasi dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ora se il concetto di “rivoluzione conservatrice” è una evidente antinomia e nasconde in sé altrettanto evidenti reminiscenze evoliane (Dugin è stato il primo a tradurre gli scritti di Julius Evola dall’italiano al russo); l’idea di multipolarismo, e quindi di una pluralità di centri di potere (l’Eurasia unificata su tutti) capaci di svolgere la funzione di “katechon” all’unipolare imposizione della sfrenata globalizzazione capitalistica di stampo nordamericano, è sicuramente più interessante. Soprattutto perché l’idea stessa di multipolarismo garantisce un rispetto delle differenze culturali e delle rispettive sovranità statali sconosciuto all’impostazione economicistica dell’assolutizzante modernità capitalistica.  Il successo che questa teoria sta conoscendo anche al di fuori dei confini russi ed a dispetto della galoppante russofobia europea, deriva proprio dal fatto che al vuoto culturale occidentale ed alla totale assenza di idee che non vadano oltre la pedissequa ripetizione di principi e valori privi di un qualsiasi riscontro nella realtà, viene contrapposta un’idea alternativa; giusta o sbagliata, malsana o ideologicamente genuina che sia. Inutile dire che l’eventuale e probabile inserimento della Turchia nel blocco eurasiatico, contrapposto a quello occidentale-nordamericano, provocherebbe uno scossone geopolitico capace di alterare significativamente i rapporti di forza nell’area del Levante e le stesse politiche energetiche mondiali. Erdogan, seppur abbia dimostrato una non indifferente capacità di persistenza nell’errore che ha messo non poco a rischio la stabilità interna ed esterna del paese, e seppur poco interessato a risvolti di carattere puramente ideologico, è riuscito a capire l’enorme potenziale che, soprattutto in termini economici, gli possa garantire il partenariato eurasiatico con Russia e Cina e le culturalmente affini repubbliche centro-asiatiche ricche di risorse naturali. Un partenariato poco interessato, a differenza dell’Occidente, alle questioni di politica interna e che quindi lascerebbe ampio margine di manovra per la riforma “sultanizzante” della Costituzione e per la definitiva chiusura di ogni spazio d’azione all’opposizione politica. Tuttavia seppur la tentazione eurasiatica sia forte, soprattutto perché consentirebbe di sfruttare appieno le potenzialità geopolitiche di snodo energetico tra Occidente ed Oriente, la Turchia rimane ancora una volta vittima dell’ambiguità politica della sua stessa leadership che, a dispetto dei proclami, è perfettamente consapevole della sua intrinseca fragilità, che nel breve periodo la sua sopravvivenza economica è tutta nelle mani della claudicante Europa e che la permanenza nella NATO la rende al momento immune da potenziali rivoluzioni colorate made in USA.

 

P.S. Nel marzo del 2013 mi trovavo nella città turca di Gaziantep per svolgere un progetto di volontariato. Venuta a conoscenza di tale progetto, l’amministrazione cittadina, ovviamente targata AKP, volle incontrarci per conoscerci e porre il suo benestare al nostro lavoro. Dopo le foto di rito, il tè ed i biscotti e le altisonanti dichiarazione retoriche del sindaco, ci venne posta dallo stesso la fatidica domanda: “cosa pensate dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea?” Tutti, desiderosi di finire quanto prima l’imbarazzante incontro, diedero le solite risposte infarcite di banalità e luoghi comuni. Io, un po infastidito dalla tracotanza del sindaco, al contrario tirai giù il mio solito pippone sul fatto che la Turchia non avesse nessuna necessità reale di entrare in Europa. Alla mia domanda finale su quale fosse il suo punto di vista, il sindaco, dopo qualche secondo di riflessione rispose così:

“Caro Daniele, per quale squadra di calcio fai il tifo?”