Cosa esattamente stia succedendo nel cuore dei balcani, non è facile da dire. La regione, quasi congenitamente turbolenta, stenta a stabilizzarsi dopo anni di guerre civili ed interstatali, soprattutto dopo la fine della Federazione Jugoslava. Uno degli attori principali dell’area è la Serbia, il Paese che da tutti questi conflitti è decisamente uscito come il grande sconfitto, perdendo non solo in peso geopolitico, ma anche in sovranità territoriale. Cerca così, di raccogliere le idee, di riposizionarsi, dopo 17 anni dai bombardamenti NATO, in un contesto regionale profondamente mutato.

Cosa fare? I fronti interni ed esterni sono numerosi e la pressione che la Serbia subisce è notevole. Il continente eurasiatico (secondo la classica formula “da Lisbona a Vladivostok”) va sempre di più dividendosi, a livello di organizzazioni regionali, tra l’Unione Europea (UE) nella sua parte occidentale e la nuova Unione Economica Eurasiatica (UEE) ad est. Nessuno stato attualmente è membro di entrambe. Significativi in questo senso sono i casi dell’Ucraina e dell’Armenia: la prima ha abbandonato gli accordi stabiliti con l’Unione Eurasiatica per stipularne di nuovi con l’Unione Europea (Maidan e la controrivoluzione del Donbass sono figli anche di questo voltafaccia), viceversa la seconda ha chiuso gli accordi con Bruxelles, per diventare a pieno titolo membro dell’organizzazione regionale a guida russa; incontrando anche qui risentimenti e sommosse di piazza. La Serbia si trova quasi sulla frattura geografica che divide le sfere di influenza delle due organizzazioni regionali e cerca una terza via d’uscita: da una parte è risaputa la volontà serba di entrare come stato membro dell’Unione Europea, dall’altra la storica amicizia con Mosca ha fatto apertamente dichiarare all’ambasciatore serbo in Russia Slavenko Terzic: “ci aspettiamo che questo anno si possa firmare un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica” (fonte Sputnik). Un piede in due staffe, ma con una maggior propensione a ovest, visto che un semplice accordo di libero scambio può essere considerato come la base dei rapporti economici che uno stato può intrattenere con un altro stato o organizzazione sovranazionale, comunque non paragonabile all’unione politica di un’eventuale adesione di Belgrado all’UE. Adesione peraltro contrastata dal vicino di casa croato, storicamente ostile – come ogni vicino di casa nella zona balcanica – a vedere una Serbia che possa nuovamente godere di prestigio internazionale. Anche per questo nelle prossime settimane è prevista una visita del premier serbo Aleksandar Vucic a Zagabria. Lo stesso Vucic si è recato pochi giorni fa nelle municipalità a maggioranza serba in Kosovo per ragioni di campagna elettorale, ribadendo il no all’indipendenza del neoproclamato stato kossovaro ma si è anche dichiarato a favore del mantenimento del dialogo anche in chiave di adesione all’Unione Europea. La sua posizione non è condivisa da molti dei serbi in territorio kossovaro, ritenuta fin troppo moderata e accondiscendente. L’accoglienza, infatti, non è stata delle più affettuose: a poche ore dall’arrivo del premier è stata lanciata una bomba nella struttura che ospitava il palco dal quale Vucic avrebbe tenuto il suo discorso. Ultimo fronte caldo è senza dubbio la cooperazione avviata con la NATO, che ha provocato il risentimento di diversi settori della società civile serba e la forte opposizione delle minoranze parlamentari che sono scese in piazza riscuotendo un notevole succeso. A fronte di questo l’establishment serbo ha tenuto a ribadire (soprattutto alla stessa Russia) per voce del Presidente Tomislav Nikolic che il suo Paese non ha alcuna intenzione di entrare nell’Alleanza Atlantica.

In conclusione, sembra che la Serbia stia cercando di ritagliarsi un proprio spazio di indipendenza geopolitica, probabilmente sfruttando il contesto regionale che vede minoranze serbe sparse negli stati limitrofi. Questa ricercata autonomia sia da ovest che da est è un tratto tipico del carattere politico jugoslavo, basterebbe pensare all’assassinio del Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo nel 1914, che diede avvio alla Prima guerra mondiale, o all’opposizione di Tito a Stalin che gli permise di creare un socialismo balcanico relativamente indipendente da Mosca. Va comunque sottolineato che il gioco che la Serbia sta tentando potrebbe ritorcerglisi contro: l’autonomia geopolitica e l’influenza nell’estero vicino sono costose sotto diversi profili. A livello economico, le prestazioni del PIL risentono di una fase recessiva dalla quale si sta riprendendo solo da poco tempo, la moneta serba è molto debole rispetto all’euro e al rublo; mentre a livello di popolazione, l’inverno demografico dura ormai da diversi lustri e non accenna a diminuire. Tante idee sul tavolo: sfruttare la solidarietà identitaria slava ad est, presentarsi come Paese affidabile e con potenzialità di sviluppo a ovest: una strategia tra più blocchi dalla quale la Serbia può guadagnare tanto, o rimanere schiacciata. Ucraina docet.