Quando vi è l’Africa di mezzo, la confusione ed il caos regnano sovrani; il continente nero, è spesso contrassegnato da faide interne a piccoli o medi gruppi di potere, in cui capire le varie posizioni tanto a livello locale quanto nei rapporti con l’estero è molto difficile. Tuttavia, qualcosa di significativo all’occhio risalta in queste ore, dopo il caos che si è scatenato in Burundi. Si tratta di un piccolo paese africano, posto al confine con il Ruanda e che proprio con questo ha in comune una divisione etnica che in passato ha creato tra i più feroci ed atroci genocidi; infatti, il Burundi ha una popolazione suddivisa tra hutu e tutsi. Nel 1994, in Ruanda la ribellione hutu sfociò in un’ondata di estremismo che decimò la popolazione tutsi: quasi un milione di morti nel solo mese di maggio, fosse comuni sparse in varie parti del paese, atrocità di ogni tipo ed il tutto nel silenzio di un complice occidente. In Burundi non si arrivò al genocidio, ma il paese ha sofferto 15 anni a causa di una feroce guerra civile, sempre tra hutu e tutsi; soltanto nel 2000, con gli accordi siglati in Tanzania, il piccolo stato africano ha iniziato un lento cammino verso la normalità.

Dopo tre anni di transizione, nel 2005 arriva al potere Pierre Nkurunziza; di etnia hutu, il presidente del Burundi, dopo un primo mandato dato su incarico del parlamento, risulta essere il primo eletto da democratiche elezioni nel 2010. La costituzione nata dagli accordi del 2000, parla chiaro ma allo stesso tempo omette un dettaglio: non ci possono essere più di due mandati presidenziali consecutivi, ma da dove bisogna iniziare a contare? Questa semplice domanda, ha scatenato violente rivolte in tutto il Burundi; infatti, Nkurunziza ha annunciato la propria candidatura alle presidenziali previste a maggio nonostante sia al potere da dieci anni. Secondo Nkurunziza, il primo mandato non vale nel conteggio, in quanto affidato direttamente dal Parlamento e non dal voto popolare; dunque, soltanto quello del 2010 secondo il parere del presidente è valido per poter iniziare il conteggio dei due mandati. Ma alla decisione di candidarsi, ha fatto seguito un importante tumulto in tutto il Burundi; in piazza sono scesi centinaia di manifestanti, alcuni dei quali accampati dentro le tende a Bujumbura, capitale e città più importante della nazione africana.

Da qui al colpo di stato il passo è stato breve: il generale Niyombare il 14 maggio ha guidato una fronda di rivoltosi dell’esercito, occupando parlamento e tv di stato, approfittando di una visita in Tanzania di Nkurunziza. Nel giro di 24 ore però, le forze lealiste hanno contrattaccato: a 24 ore dall’annunciato colpo di Stato, è stato ripreso il controllo dell’aeroporto della capitale e Nkurunziza è potuto nuovamente atterrare nel paese. Poco dopo, anche il palazzo presidenziale era nelle mani dei lealisti ed adesso a Bujumbura la situazione sembra essere saldamente a favore del presidente in carica; non vi è però alcuna calma: diversi gli scontri, molte zone rimangono assediate ma soprattutto è già emergenza umanitaria. Infatti, almeno 50mila persone, spinte dalla paura di un ritorno delle violenze tra tutsi ed hutu, hanno varcato il confine con la Tanzania, paese non certo preparato ad affrontare una crisi del genere. Ma quale chiave di lettura può emergere da questo contesto? Bisogna osservare le tappe che hanno portato alla crisi di Bujumbura: prima una controversia costituzionale, poi le prime proteste di piazza, le prime tendopoli, le condanne da parte di USA ed UE, con i relativi media pronti a definire Nkurunziza un tiranno sanguinario, infine il colpo di Stato. Sembra lo stesso copione visto già nell’est Europa e, soprattutto, lo stesso scenario visto in Africa pochi mesi fa nel Burkina Faso.

L’unica differenza con il caso del Burundi, è che a Bujumbura per l’appunto il colpo di stato non è fallito; ma le assonanze con fatti e circostanze simili non possono non saltare all’occhio. Nkurunziza è un presidente di difficile interpretazione: da un lato in 10 anni di governo ha garantito il mantenimento della pace, dall’altro però molte sue forze che lo sostengono hanno sempre più mire estremistiche e sembrano vogliose di riaccendere gli animi contro i tutsi. In più, da un lato ha garantito una certa stabilità, dall’altro non sono poche le accuse in cui si punta il dito contro gli sperperi suoi e del suo apparato di potere. Però di certo, a prescindere dal giudizio che si può dare a Nkurunziza, qualcosa in Africa sta succedendo; dopo i vari incontri YALI, ossia le riunioni con i giovani leader africani organizzate dalla Casa Bianca, in due paesi si è assistito agli stessi fenomeni visti in est Europa: vigilia incandescente di elezioni, manifestazioni di piazza, denigrazione mediatica del presidente, colpo di Stato con imposizione di personaggi molto più autoritari dei predecessori e molto più vicini all’occidente. L’ultimo passaggio in Burundi è fallito, ma il copione sembra lo stesso: pare che qualcuno da oltreoceano stia spingendo affinché l’Africa venga anch’essa attraversata da varie primavere e rivoluzioni colorate. Lo ha notato anche la Russia, che in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, all’atto di votare un atto in cui si sollecitava Nkurunziza a lasciare il potere e non candidarsi, ha affermato come risulti essere molto grave il fatto che l’ONU intervenga su dispute costituzionali interne. In Africa dunque stesse scene ucraine o georgiane; presidenti rovesciati, piazze in rivolta e parlamenti dati alla fiamme, con l’arrivo (o con il tentativo di far arrivare) uomini dell’esercito. Quel che sta accadendo in Burundi in questi giorni, oltre ad essere pericoloso per un paese da sempre attraversato da guerre settarie, rappresenta un campanello d’allarme per tutta l’Africa.