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Dal giorno della sua elezione, passando per quello del suo effettivo insediamento, il mondo intero ha guardato Donald Trump in due modi opposti: da una parte, quelli che lo hanno applaudito come il leader democraticamente eletto dalla nazione simbolo della democrazia per antonomasia (assunto che, nei tempi che viviamo, meriterebbe di essere vissuto in modo molto meno dogmatico di quanto si faccia); dall’altra parte, quelli che hanno avuto la sensazione di vederlo vestire i panni di un Joker che vuole solo veder bruciare il mondo.

Se parliamo in questi termini del presidente di una nazione che per più di settant’anni ha contribuito in modo preponderante alla strutturazione del sistema internazionale, la preoccupazione è sana e ancor più è necessaria. Quale che sia l’opinione che si ha del presidente eletto, si deve fare i conti con l’istituzione che si associa alla presidenza degli Stati Uniti: il fatto, cioè, che dal Novecento in poi gli Stati Uniti si sono ritagliati un ruolo di guida, del blocco occidentale durante la guerra fredda e del mondo intero poi, guadagnandosi una certa posizione (e un certo riconoscimento mondiale) come attori fondamentali del sistema. Facile dedurre che il presidente degli Stati Uniti non è quindi solo il presidente degli Stati Uniti: assume sulle sue spalle la leadership del suo paese, ma anche una buona parte delle redini di un sistema che gli stessi Stati Uniti hanno costruito a loro immagine e misura, catalizzando, oltre all’attenzione politica di tutto il mondo, una certa aspettativa sul ruolo che avrebbero tenuto sullo scacchiere internazionale.

Donald Trump e Benjamin Netanyahum incontratisi recentemente, hanno rinsaldato il rapporto di amicizia tra Israele e Stati Uniti

Donald Trump e Benjamin Netanyahum incontratisi recentemente, hanno rinsaldato il rapporto di amicizia tra Israele e Stati Uniti

Nell’era Trump, in cui tutto sembra all’insegna della rottura della continuità con l’immagine e il ruolo tradizionali degli Stati Uniti dentro e fuori i loro confini, il Medio Oriente in particolare si presta ad essere una cartina al tornasole paradigmatica del cambio di rotta di Washington, talmente spregiudicato da sembrare a tratti paradossale. La rottura è resa ancora più netta e visibile dal confronto con l’operato e i toni dell’amministrazione uscente. Dall’inizio dell’esercizio della nuova presidenza, sono state molte le azioni che hanno riguardato in modo diretto o tangente il Medio Oriente.

Un primo esempio è rappresentato dal Muslim Ban, che ha sollevato le proteste perfino delle Corti americane. Il bando, rivolto a titolari di passaporto di sette paesi musulmani (Iran, Iraq, Sudan, Siria, Libia, Somalia e Yemen), impedisce l’ingresso a persone provenienti da questi paesi entro i confini americani per “motivi di sicurezza nazionale” giustificati con l’evergreen del rischio terroristico. La vaga formulazione del decreto è sintomatica dell’approssimazione dell’azione che pare caratterizzare la politica di Trump e ha permesso interpretazioni arbitrarie in varie parti del paese, spesso concretizzatesi in altrettanto arbitrarie applicazioni, ad esempio a danno di possessori di visti o di green card che si sono trovati impossibilitati a tornare nel posto in cui vivono, lavorano, hanno famiglia. Ma anche leggendo la lista dei paesi banditi si capiscono molte cose.

Ironico, ad esempio, che l’accesso sia impedito ai siriani, dilaniati da una guerra che dura da sei anni e in quanto tali protetti dal diritto internazionale con lo status di rifugiati, e non ai sauditi, che invece sono ancora i benvenuti, forse più per ragioni petrolifere e per il volume di interessi reciproci, in forma di investimenti e capitali, che per altri meriti. Il ventinove gennaio in una telefonata al re dell’Arabia Saudita Salman, Trump ribadisce l’amicizia reciproca (soprattutto economica) e l’unità d’intenti nell’arginare “le destabilizzanti attività dell’Iran nella regione”, collante politico delle nuove relazioni con i Sauditi, ancora delusi dalle concessioni fatte al paese sciita dall’amministrazione Obama.

Il Muslim Ban conferma infatti la pagella dell’Iran, da decenni allievo difficile per la diplomazia americana. E l’Iran, per parte sua, ricambia il favore, con parole poco lusinghiere sulla nuova leadership americana e con dei test balistici che hanno impensierito non solo gli Stati Uniti, ma anche Israele, che torna ad essere il partner prediletto dopo la breve parentesi di esclusione che aveva caratterizzato la diplomazia statunitense durante la conduzione delle trattative sul nucleare iraniano.

Trump dichiara che l’accordo sul nucleare iraniano sia stata la transazione condotta nel modo più incompetente di sempre

Proprio l’accordo sul nucleare è la bandiera agitata da Trump contro l’Iran, quando dichiara di volerlo mettere in discussione. Se così fosse, si distruggerebbe il prodotto di tredici anni di difficilissimi negoziati. Anche se non ha mai rappresentato per nessuna delle due parti il primo mattone di una salda alleanza futura, l’accordo sul nucleare aveva comunque dei meriti soprattutto sul piano dei rapporti iraniano-statunitensi, che erano congelati dal 1979. Un successo che aveva permesso, oltre ad un accordo volto alla disciplina e al monitoraggio su un tema delicatissimo come quello nucleare, anche un avvicinamento a due storici nemici, riaprendone i canali diplomatici. Opportunità che è stata il vero trionfo dell’amministrazione Obama e che poteva essere usata come leva per un possibile ripensamento degli equilibri geopolitici della regione, gravata anche dalla presenza destabilizzante di entità come ISIS, ma che oggi diventa, nell’ottica di Trump, un feticcio da bruciare. Se alla fine dell’era Obama sembrava che ci fosse una sorta di slittamento verso l’Iran e un allontanamento dal Israele, Trump inverte la rotta, sbilanciandosi molto più apertamente a favore del secondo.

Trump dichiara che “uno stato o due è la stessa cosa”, seppellendo, in modo lapidario, ogni tentativo negoziale mosso in quella direzione negli ultimi quarant’anni, dopo faticosi tentativi di trovare un nucleo di consenso attorno ad una possibile soluzione.

Proprio in queste settimane, Israele si è reso protagonista di una serie di azioni che hanno il retrogusto della provocazione e il sapore assai più marcato del superamento di un limite. Il 6 febbraio la Knesset ha approvato una sanatoria che legalizza oltre quattromila insediamenti illegali in Cisgiordania, con 60 voti favorevoli e 52 contrari. Un’emanazione gravissima perché si innesta su una ferita aperta dal 1967, quando i territori palestinesi vennero forzosamente occupati e mai più smobilitati, e anzi progressivamente consacrati come israeliani proprio attraverso la costruzione di insediamenti. Una legge emessa da un organo istituzionale in cui la popolazione araba palestinese non ha rappresentanza, e che di fatto consacra uno stato di cose che ha ricevuto nel corso degli anni diverse pronunce sulla sua illegalità, in primis sotto il profilo del diritto internazionale. Una situazione come questa potrebbe portare Israele davanti alla Corte Penale Internazionale.

Le implicazioni di una legge simile non sono trascurabili dal punto di vista internazionale. Se già solo l’atto in sé è giudicato come gravissimo anche dall’ONU, da un punto di vista pratico non fa che bruciare i ponti verso la soluzione del conflitto israelo-palestinese attraverso la creazione di due stati, soluzione che pareva, nella prassi degli ultimi venticinque anni e nella teoria giuridica e politica degli ultimi quaranta, la soluzione più accreditata per arrivare ad una fine del conflitto.

Dal 1947, anno della creazione dello stato di Israele, la Palestina è stata destinata ad una riduzione dei propri territori senza precedenti

Dal 1947, anno della creazione dello stato di Israele, la Palestina è stata destinata ad una riduzione dei propri territori senza precedenti

Anche se Trump aveva cautamente invitato ad un freno all’espansione degli insediamenti, la prospettiva di una soluzione dei due stati, già messa in crisi dalla pronuncia unilaterale della Knesset per mezzo della sanatoria sugli insediamenti, è stata ulteriormente indebolita dalle parole del presidente americano durante la visita ufficiale di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Con una leggerezza imbarazzante, Trump dichiara che “uno stato o due è la stessa cosa”, seppellendo, in modo lapidario, ogni tentativo negoziale mosso in quella direzione negli ultimi quarant’anni, dopo faticosi tentativi di trovare un nucleo di consenso attorno ad una possibile soluzione.
Rispetto all’amministrazione Obama, che era stata più critica rispetto allo spazio di manovra di Israele e alla sua condotta in generale nella regione ma anche rispetto alla questione israelo-palestinese è un segnale forte. Smarcando gli Stati Uniti dalla palude israelo-palestinese, Trump vuole lasciare che i giochi al tavolo negoziale siano condotti dalle parti in causa, limitandosi a fornire un appoggio esterno alla soluzione (qualunque essa sia) concordata da Israele e i paesi arabi coinvolti nel processo (e bisognerà anche vedere quali), con una posizione che è però tutt’altro che imparziale come può sembrare. Ai tavoli negoziali vince sempre il più forte e anche in fasi più felici del processo di pace tra Israele e Palestina la bilancia è sempre stata più favorevole allo stato ebraico che alle autorità palestinesi. La neutralità statunitense è pertanto solo apparente, dal momento che gli strumenti a disposizione di Israele sono molto maggiori di quelli a disposizione delle forze arabe palestinesi.

La situazione è resa ancora più critica dal fatto che lo stesso mondo arabo è al momento alle prese con i problemi provocati dalla presenza di ISIS e dal timore di un Iran più attivo a livello regionale, cosa che potrebbe far mancare la solidarietà alla causa palestinese che nel corso del Novecento era stato un fattore di coesione trasversale in tutti i paesi arabi dell’arco mediorientale. I timori di Israele continuano invece ad essere quelli di sempre: la nascita di uno stato arabo militante contro di lui, preda dell’estremismo islamico, che possa portare ad esecuzione il leitmotiv novecentesco della distruzione dello stato ebraico. Teme le infiltrazioni radicali, teme Hezbollah e di conseguenza anche l’Iran. “Non vogliamo un nuovo Iran”, afferma infatti Netanyahu, ed è qui che il cerchio si chiude e si riesce a comprendere il nesso, sottile ma importantissimo, tra la rilevanza della questione israelo-palestinese e l’ascesa iraniana che tanto impensierisce il Medio Oriente.

La visita ufficiale di Netanyahu alla Casa Bianca assume quindi tutti i profili di una rinnovata amicizia e comunione d’intenti tra gli Stati Uniti e Israele. Rispetto all’amministrazione Obama, un’inversione di rotta pressoché totale. Particolarmente rilevante è proprio la triangolazione tra Stati Uniti, Israele ed Iran, che si candida ad essere il tavolo di gioco principale della prossima partita diplomatica in Medio Oriente.

I lati della barricata sembrano ben definiti. In mezzo ci sono un Medio Oriente distrutto e il pericolo di escalation in un contesto potenzialmente nucleare.

L’Iran sembra essere contemporaneamente il nemico numero uno di Israele e degli Stati Uniti e si sa che è dove il nemico è comune che si rinsaldano le alleanze. Resta da capire perché dopo un successo come quello dell’accordo sul nucleare gli Stati Uniti abbiano preferito minacciare di stracciare l’accordo e tendere nuovamente la corda dei rapporti con l’Iran piuttosto che sfruttare quella che poteva essere una buona eredità, ancor più se letta alla luce degli ultimi difficili decenni diplomatici. Già dalla campagna elettorale, Trump aveva attaccato l’accordo promettendone lo smantellamento, forse giocando d’anticipo nel tendere una mano ad Israele, mentre Hassan Rouhani continuava a restare persuaso della bontà dell’accordo, e con lui anche gli altri negoziatori che avevano preso parte al tavolo.

L’escalation di tensione da parte iraniana degli ultimi giorni, dalle parole dell’Ayatollah Khamenei sul “vero volto degli Stati Uniti” mostrato da Trump, passando per i test balistici che sono valsi una segnalazione congiunta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU da parte di Stati Uniti e Israele, per l’appunto, mostra che l’Iran non ha intenzione di piegarsi alle minacce senza rispondere. Elemento che una classe politica ed un corpo diplomatico più consapevole ed esperto non avrebbero mancato di considerare, essendo nota la tempra che ha sempre caratterizzato il profilo della Repubblica Islamica sul piano internazionale.

Nell’era Trump, in cui tutto sembra all’insegna della rottura della continuità con l’immagine e il ruolo tradizionali degli Stati Uniti dentro e fuori i loro confini, il Medio Oriente in particolare si presta ad essere una cartina al tornasole paradigmatica del cambio di rotta di Washington, talmente spregiudicato da sembrare a tratti paradossale.

In occasione dei test balistici di fine gennaio, Trump ha dichiarato che l’Iran sta giocando col fuoco. Ma la stessa cosa potrebbe ben dirla anche Teheran.
Difficile prevedere come evolveranno i rapporti tra Stati Uniti e Iran, più facile invece prevedere che il matrimonio con Israele tornerà ad essere solido, mentre i rischi sul tavolo non sono pochi e la cautela e la diplomazia sembrano non essere priorità dell’establishment americano. I lati della barricata sembrano ben definiti. In mezzo ci sono un Medio Oriente distrutto e il pericolo di escalation in un contesto potenzialmente nucleare. Oltre, naturalmente, ad un ambiente internazionale più ampio che coinvolge il mondo intero. Quello che sembra mancare, invece, è una vera strategia, o anche solo un’idea di politica internazionale.