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La complessa architettura istituzionale iraniana riflette ragioni religiose e politiche che hanno trovato un’incarnazione storica nella rivoluzione khomeinista del 1979. La rivoluzione, da molti definita islamica, a ben vedere richiederebbe una maggior cautela nell’utilizzo di questa etichetta per ragioni che contribuiscono a spiegare l’anomalia rappresentata dal sistema iraniano. Il contributo politico e filosofico di Khomeini appare infatti del tutto originale (e in questo sì, rivoluzionario) rispetto all’ortodossia sciita, che della separazione tra politica e religione aveva sempre fatto un pilastro della condotta del clero, da sempre ispirato a principi di quietismo per sottolineare il ruolo non protagonista che avrebbe dovuto occupare rispetto alla vita civile. Il quietismo sciita è la ragione per cui fino alla rivoluzione khomeinista il ruolo del clero iraniano si è limitato ad essere un braccio destro della corona, con una funzione prevalentemente di baluardo della tradizione che di istituzione vera e propria.

La rivoluzione di Khomeini è soprattutto una rivoluzione interna all’interpretazione della dottrina sciita: il principio khomeinista della velayat-e faqih, il governo dei giurisperiti, si pone alla base del nuovo ordinamento costituzionale ma rovescia al contempo la tradizione sciita, che vedeva nel ritorno dell’Imam la condizione per l’instaurazione di un nuovo ordine politico, in attesa del quale tutto era temporaneo. Se il quietismo tradizionale sciita poggiava saldamente sulla separazione del religioso dal temporale, la rielaborazione filosofica di Khomeini incardina le due sfere in un apparato istituzionale condiviso, in cui al potere temporale viene accostato (e in qualche modo sovraordinato) quello religioso, a garanzia del perseguimento del bene e della conformità dell’azione politica alla suprema legge di Allah.

L’etichetta islamica associata alla rivoluzione khomeinista necessita dunque un utilizzo cauto, dal momento che la rivoluzione non costituisce una stretta adesione alla tradizione sciita ma una sua rielaborazione filosofica, la cui paternità è di Khomeini e che da quella tradizione, semmai, si discosta. Il contributo dottrinale di Khomeini è sì rivoluzionario in senso interno alla tradizione sciita, ma non è la ragione per cui il fenomeno rivoluzionario si verificò: le sue cause erano di più vasta portata, e solo il carisma di Khomeini e la veste religiosa che seppe dare alle istanze popolari resero la rivoluzione islamica solo in una seconda fase.

L’ideologia rivoluzionaria poteva contare infatti sulla sponda laica offerta dai contributi dottrinali del pensiero marxista, che in Iran erano incarnati dal partito Tudeh e dalle élite intellettuali, che fornirono di fatto il terreno ideologico adatto alla mobilitazione di massa. Questo ci porta a considerare un altro aspetto rilevante ai fini di una comprensione del sistema politico iraniano: la composizione degli interessi e la sua articolazione partitica.

Alcune immagini della rivoluzione islamica del 1979

Le forze partitiche e i gruppi di interesse

Due elementi meritano di essere evidenziati in prima battuta: primo, che l’Iran non possiede un vero e proprio sistema partitico, non esistendo la forma-partito nel senso strutturato e definito che conosciamo; la seconda è che il trasformismo e la fluidità che da sempre caratterizzano la politica iraniana rendono molto complicata una categorizzazione efficace delle forze in campo e delle loro affiliazioni ideologiche. Per queste ragioni spesso si finisce con il semplificare il panorama politico iraniano attorno alla linea di faglia tra conservatori e riformisti.

Lo schieramento conservatore è per definizione quello garante della tradizione, ma è a sua volta declinabile in una componente teocratica e in quella “tecnocrate” o pragmatica. La prima antepone la conservazione della tradizione islamica tanto dal rischio secolare interno quanto dall’influenza culturale straniera, in una concezione che si riflette  anche all’interno in un primato del religioso sul politico. In materia economica, sposa idee liberali segnate dal limitato intervento statale anche in senso fiscale e redistributivo, motivo per cui godono del consenso elettorale dei bazaari, il segmento mercantile della società iraniana, mentre in politica estera, nonostante l’imperativo della difesa culturale dell’Islam dalle influenze soprattutto occidentali, si attiene ai principi del quietismo anche allo scopo di tutelare gli interessi commerciali esteri dei bazaari.

La componente tecnocrate dello schieramento conservatore si è consolidata alla morte di Khomeini attorno alla figura di Rafsanjani, orientata ad un pragmatismo dai tratti quasi riformisti che poteva contare in virtù di ciò sull’appoggio politico di alcune linee della sinistra iraniana e che raccoglieva il suo consenso elettorale nella classe industriale e imprenditoriale ma anche tra le associazioni dei lavoratori. Dal punto di vista economico e di politica estera si attengono all’orientamento liberale proprio anche della componente tradizionalista, sebbene con un’adesione ancor più convinta al sistema capitalistico globale e un’attenzione più marcata per la redistribuzione della ricchezza, ma attribuiscono un’importanza maggiore al binario civile dell’apparato costituzionale rispetto a quello religioso, con importanti ricadute in ambito culturale anche rispetto ai temi dell’informazione, della scienza, dei diritti umani e delle tematiche di genere.

Dal lato dei riformisti, spesso identificati attraverso il filtro destra-sinistra come la sinistra islamica, ferma restando l’accettazione dei principi dell’Islam si attribuisce un peso privilegiato alla società civile, considerata propulsore del cambiamento politico anche sulla scia del processo rivoluzionario del 1979. Lo spirito riformista si propone infatti una trasformazione del regime in una direzione più liberale soprattutto sul piano culturale, mentre in ambito economico l’approccio si ispira ai principi propri della sinistra, con un’attenzione particolare per le fasce socioeconomiche più svantaggiate e il supporto ad un ruolo più redistributivo dello stato, ragioni per cui il bacino di consenso si rintraccia prevalentemente nelle classi operaie, negli studenti, nel ceto medio e fra gli intellettuali, con maggiori adesioni nelle dimensioni urbane rispetto alle campagne. In politica estera si sono caratterizzati spesso per i toni provocatori, in un’aperta sfida all’imperialismo occidentale, ma negli ultimi anni sono progressivamente approdati a più miti posizioni sposando il pragmatismo delle forze di Rafsanjani e manifestando maggiore inclinazione ad un dialogo con l’Occidente.

Sempre in casa riformista troviamo infine la frangia ultra radicale, che riprende la bandiera della velayat-e faqih in una rielaborazione che punta a rafforzare il ruolo del presidente rispetto alla rigidità dell’ufficio religioso. Prendendo a prestito dalla sinistra le battaglie anti-occidentali e anti-americane in particolare, gli ultra-radicali si collocano in una posizione peculiare in cui l’estremizzazione delle posizioni riformiste è accompagnata da una vicinanza ideologica ai principi di conservazione culturale propri del clero sciita, che si riflette in politica estera in una aperta avversione per l’Occidente, la sua immagine e la sua influenza politica e culturale, arginata all’interno proprio dal bastione culturale e morale che ha le sue fondamenta nei principi islamici. La visione economica ultra-radicale rifiuta il capitalismo e il prezzo che impone alle classi più svantaggiate, elemento che contribuisce alla polarizzazione sociale e che è giudicata in contraddizione con i principi islamici.