Mentre la grande finanza globale immerge i suoi tentacoli tra Russia ed Europa, per aumentarne la distanza, e nel minestrone mediorientale, per mantenerlo caotico, la Cina, sembra aver capito come colpire la testa del polpo, utilizzando le sue stesse armi, le istituzioni finanziarie internazionali. L’obiettivo della sua strategia è costruire alternative alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale e rompere il monopolio delle grandi banche d’affari e delle loro società di rating, spesso capaci di decidere le sorti di interi paesi. Quattro sono le mosse strategiche del gigante asiatico.

– La Asian Infrastructure Investment Bank, nata a ottobre 2014 in risposta sia al rifiuto plurimo, da parte del congresso degli Stati Uniti di modificare le complesse normative sui diritti di voto nel FMI, che alla recente disputa sulla mancata adesione dello Yuan ai diritti speciali di prelievo (DSP, L’unità di conto del FMI, sostitutiva dell’oro nelle transazioni internazionali, costituita da un comune denominatore tra un paniere di valute che, essendo composto da dollaro, euro, sterlina e yen, vede escluso lo yuan). Proprio l’altro ieri, il 15 aprile, scadeva la data per entrare a far parte dei fondatori dell’AIIB, e oltre 40 paesi europei e non, tra cui alcuni stretti alleati degli USA, compresa l’Italia, ne hanno preso parte, suscitando le ire da oltre atlantico, insieme a qualche dubbio per gli osservatori più acuti sulla capacità di mantenere tale banca indipendente all’influenza di tanti potenziali cavalli di troia. Quest’ istituto diminuirà certamente l’influenza della “Banca Asiatica dello Sviluppo” (ente sottoposto al controllo occidentale), rientrando così nella strategia di costituzione della “nuova via della seta”, avviata dal presidente cinese Xi Jinping a inizio mandato. Avrà come obiettivo costruzione della ferrovia ad alta velocità trans eurasiatica (a cui anche la Russia si ricollega) e la diminuzione del gap infrastrutturale dei paesi asiatici in campo energetico, logistico e delle telecomunicazioni.

– La Banca dello sviluppo dei BRICS, fondata lo scorso luglio in Brasile a Fortaleza, sempre in risposta al rifiuto statunitense di modificare le regole del FMI, con lo scopo di intensificare l’unione tra i cinque paesi, capaci di avvicinarsi insieme ai 16.000 miliardi di forza economica in PIL degli Stati Uniti o dell’Europa. Sarà operativa nel 2016, avrà sede a Shangai, e garantirà l’indipendenza dalle istituzioni occidentali essendo stabilito per statuto che il capitale sociale dei BRICS non può scendere sotto il 55% e nessun paese non fondatore può assumere quote superiori al 7%.

– La nuova agenzia di Rating, Universal Credit Rating Group, nata a giugno 2013 con lo scopo di spezzare il monopolio delle tre grandi occidentali, Fitch, Standard&Poor’s, Moody’s, il quale giudizio sull’ affidabilità dei titoli di borsa, tra cui i debiti sovrani, troppo spesso è stato decisivo nel destituire governi o mandare in fallimento intere nazioni. UCRG è posseduta da tre compagnie con le stesse quote, la russa RusRating, la cinese Dagong Global Credit, e l’americana Egan Jones (famosa per aver spesso remato contro le decisioni delle agenzie appartenenti alle grandi banche d’affari sulla valutazione di rating).

– Il China International Payment System, un circuito finanziario alternativo allo SWIFT, sarà attivo entro il 2015 e favorirà l’ascesa dello yuan come valuta di scambio internazionale affiancandosi a dollaro ed euro. Secondo le proiezioni dei maggiori istituti bancari il commercio cinese denominato in yuan passerà dal 25% al 50% nei prossimi 5 anni seguendo il trend delle banche che operano in yuan, cresciute in numero dai 900 istituti del 2010 agli oltre 10000 del 2014.

Gli ultimi anni di storia ci hanno insegnato che nei mercati internazionali vige una più o meno tacita legge: chi smette di commerciare petrolio in dollari deve fare una brutta fine (Saddam, Gheddafi, l’Iran). Ma se improvvisamente fosse possibile per tutti smettere di farlo, quali conseguenze per gli Stati Uniti e per il Medio Oriente? Grazie alla politica di incremento della domanda interna cinese e all’ aumento di capacità produttiva di petrolio causato dall’incessante espansione del dragone nel mercato azionario dei combustibili, è inevitabile che il prezzo del petrolio sarà presto denominato anche in yuan. Il petroyuan si affiancherà al petrodollaro e tra i primi effetti sarà liberata la forza potenziale dello stato iraniano che si affermerà paese leader della regione mediorientale. Alcuni analisti concordano con il fatto che, se il dollaro non fosse più appoggiato dal petrolio, diventerebbe abbastanza instabile a causa del grande debito americano, da ritornare a grandi quantità in patria, causando inflazione e costringendo il governo USA a far valere la propria potenza militare con più aggressività di quanto già non faccia, portando il mondo in guerra. È però valida anche la teoria opposta, come hanno dimostrato gli anni di guerra fredda, un mondo multipolare è un posto più sicuro. Oltretutto è possibile affermare che quasi ogni conflitto del mondo sia a vantaggio se non direttamente causato dell’elites finanziaria globale, proprietaria delle maggiori multinazionali che vedrebbe certamente ridotta la propria influenza, anche sugli stessi USA, dalla strategia geopolitica e geofinanziaria cinese.

E la questione dell’inquinamento? Se oltre un miliardo di cinesi inquinano quanto 300 milioni di americani, cosa succederebbe se ogni cinese raggiungesse lo stile di vita del cittadino americano? C’è chi dice che il pianeta terra non sopporterebbe una Cina con una forte domanda interna, una Cina non più soltanto esportatrice ma anche importatrice. Altri come il professor Galloni sostengono che oggi il progresso nella ricchezza di un paese va di pari passo con il progresso nella tecnologia dell’efficienza energetica e della riduzione dell’ inquinamento. L’Unione Europea saprà affiancarsi all’Unione Economica Eurasiatica giocando in questa grande partita il ruolo di arbitro?