È stato definito un fenomeno epocale, una svolta nell’ambito della politica conservatrice wahabbita dei Paesi del Golfo, il frammento di un graduale processo di “apertura” delle “strutture delle opportunità” dei modelli di reclutamento tipicamente subordinati all’appartenenza ed al genere maschile; un nuovo spazio politico in cui riconoscere l’elettorato attivo e passivo delle donne nei paesi arabi; un’evoluzione progressiva del sistema politico saudita retoricamente patriarcale e lungimirante a fronte dei molteplici processi di delegittimazione sociale puntualmente evocati dalla controparte. Le donne arabe per la prima volta partecipano alle elezioni comunali e con “grande orgoglio” il 12 dicembre scorso si presentano alle urne. Questa la rappresentazione mediatica del fenomeno strategicamente più interessante che si sia presentato al mondo indossando le vesti della nuova/buona politica estera.

L’antefatto

Dopo le elezioni comunali del 2005 e del 2011, che avevano di fatto bandito le donne da qualsivoglia ruolo o sceneggiata rappresentativa politica nei Paesi del Golfo; e nonostante le promesse fatte prima -2009- delle famigerate rivoluzioni arabe, le donne hanno varcato per la prima volta lo spazio politico maschile aderendo ad una pratica a loro sconosciuta: il voto. Ma è questa la novità? Qual è il significato latente dell’ennesima forma di controllo sociale e politico? Ebbene, le donne avevano rivendicato i loro diritti prima del 2015 e nella fattispecie nel 2011 durante le “rivoluzioni dei gelsomini” al re Abdullah Bin Abdul Aziz deceduto lo scorso gennaio; ma la richiesta ha trovato responso negativo a causa dei noti “problemi logistici” presentati dal sistema politico elettorale dell’epoca. Le loro aspettative però, non sono state disattese, ed ecco che finalmente, la riforma del sistema elettorale in favore delle donne prevista dal decreto regio ha trovato compimento nelle amministrative del 2015. Questi i numeri: 130.000 donne sono state registrate alle urne, contro 1,35 milioni di uomini; 980 cittadine candidate per conquistare i 2/3 dei seggi, e almeno 13 donne vincitrici che hanno conquistato il “potere”; “grazie” all’applicazione riformistica attuata dall’attuale Re Salman. Uno dei dati più significativi porta il nome di Salma Bint Hizab al Oteib, alla quale è stato assegnato il seggio de La Mecca, ma anche a Jawf, Tabuk ed altre aree saudite hanno dato “voce” alle donne. Ma di che ruolo si tratta? I media hanno definito ciò ricorrendo alla famigerata espressione: parità di genere. No, non è una partità; ma un “gioco delle parti”. Il fenomeno retoricamente prima descritto può essere definito come l’ennesima fallacia inclusivista o l’ennesimo “effetto società civile” [1] pronto a rimarcare differenze e spazi conflittuali piuttosto che istituire sistemi politici nuovi. Ibridi, sicuramente, ma in termini più che retorici e solo per attivare nuove forme di controllo sociale delle politiche xenofobe e denigranti mosse nei confronti delle donne.

La biopolitica del genere

Ricorrere all’uso di categorie cognitive aprioristiche per veicolare particolari rappresentazioni del sé e dell’altro è una delle strategie comunicative tipicamente investite di significati politici ed ideologici. Non è un caso che le donne vengano apostrofate come “ribelli” e poi si mostri al mondo un riconoscimento politico che di fatto è pari a zero ed ha l’unico intento di mettere a tacere il dissenso della minoranza oltre che istituire processi di marketing e di branding saudita in vista delle nuove “coalizioni”. È importante decostruire il fenomeno e comprendere i processi di costruzione della notizia veicolata dai media, ai quali spetta il compito di mostrare i Paesi del Medio Oriente, come “conservatori progressisti” e non come alleati americani.

Se gran parte dei media nostrani hanno definito il fenomeno enfatizzando l’occidentalizzazione del sistema politico arabo, oltre che come processo delegittimante qualsivoglia intervento nelle medesime aree, ma su tutto l’importanza delle politiche interventiste altrove (Siria) oltre che in Yemen, è lecito chiedersi cosa possa celare una simile azione strategica. Pertanto, le donne hanno avuto un vero ruolo politico? Assolutamente no. Scortate in auto perchè vige il famigerato divieto di guida, coperte fino ai capelli grazie al Niqab, escluse dalla rappresentazione mediatica e dal gioco delle immagini su di un paino interno (conservatore)- nessun manifesto elettorale, e presenti sul piano esterno – media occidentali e propaganda pro-demoratizzazione; scartate dai ruoli istituzionali produttivi e limitate a ratificare, escluse altresì dalle elezioni politiche, ben più importanti; il senso di questa forma inclusiva di controllo è quella di farle divenire membri del “Consiglio della shura” – organo religioso di fondamentale importanza dell’islam sunnita, i cui 150 componenti vengono votati dal sovrano [2] – deputato alla funzione consuntiva e non già legiferante. Le donne, dunque son pronte a ricoprire ruoli socialmente costruiti e rimanere vittime dei processi di segregazione sociale, quando si recano al voto separatamente distanziandosi dagli uomini e portando a termine l’obbligo morale e politico del voto, in ottemperanza ai precetti della Sharia. Un sondaggio condotto dalla Reuters Foundation e pubblicato da Reset nel 2013 [3] verteva sulle condizioni delle donne nei paesi arabi ed investigava le pratiche di controllo per comprendere l’impatto delle rivoluzioni arabe sul processo di “emancipazione” delle medesime. I dati sono piuttosto significativi. Su una scala da 1 a 22, l’ultimo posto è concesso alle donne egiziane; nessuna svolta dovuta alla rivoluzione. Il ventesimo posto è occupato dall’Arabia Saudita, prima dell’Iraq e dopo la Siria. Secondo il sondaggio, pare che le donne siano controllate e sottoposte ad un regime di “tutela” da parte del parente uomo più prossimo e che non possano disporre nemmeno di un documento di identità; che serva altresì il permesso del garante per viaggiare, sposarsi, frequentare scuole e ricevere assistenza sanitaria. Adesso che le donne votano è cambiato qualcosa? No, purtroppo. Il sondaggio è estremamente attuale, poiché mentre i media conservatori esaltano le amenità paesaggistiche del Golfo ed i processi di “wahbismo” ab origine; in realtà le cose seguono un altro ordine. Fonti locali attestano che le donne abbiano avuto difficoltà a registrarsi, poiché non intestatarie di documenti (era necessaria una bolletta della luce intestata al marito); non hanno compiuto un passo; poiché condotte per mano da un “taxi”; hanno votato separatamente rispetto agli uomini. Che il potere sia subordinato all’appartenenza ed al genere ne è prova il fatto che ad esse è stato concesso potere consultivo in una prospettiva partecipativa dal basso molto sui generis, le cui finalità politiche sono altre; pare, infatti, che tutto ciò legittimi ulteriormente il ricorso ai precetti teocratici da una parte (circa il 72% del popolo saudita appoggia la scelta, ma il 69,5% ritiene ciò anti- sharitico); e dall’altra serva altresì come scudo protettore che si rivolge alle future e strategiche alleanze occidentali, legittimanti il ruolo dei sauditi e delegittimando quello di altre realtà politiche istituite (vedi Daesh).

L’inclusione della disobbedienza

Che la dimensione temporale – oltre che spaziale – sia estremamente rilevante per gli attori politici internazionali e che sia deputata ad una pluralità di intenti è sufficientemente noto. Intessere relazioni, ricorrere metalessicamente ad usi anacronistici del tempo per configurare realtà altre eternamente autoreferenziali e legittimanti le strategie del potere; nonché far leva sull’attualità di certe rivendicazioni ideologiche – conservatrici rappresentano solo alcuni frammenti del più grande puzzle le cui tessere delle idee puntualmente evocate per conferire legittimità ed istituzionalizzare retoriche paternalistiche ed azioni apparentemente disinteressate fanno da cornice ed al contempo da sfondo ai giochi di ruolo della politica estera. Il processo di “costitutività” del soggetto politico femminile avvenuto in Arabia Saudita il 12 dicembre scorso può essere debitamente definito come l’emblematica estrinsecazione di quel famigerato approccio “evoluzionistico” e “lineare”, che oltre a mostrare la referenzialità delle azioni politiche compiute dai contendenti dello scacchiere internazionale, conferiscono altresì liceità ai molti volti del potere.

Un tempo, quando gli spazi politici erano circoscritti nella mera dimensione conflittuale e non già consensuale, gli uomini del potere esercitavano in maniera coattiva il “dominio” istituendo pratiche di controllo sociale di tipo asimmetrico ed egemonico. Oggi, la retorica iconoclastica, le immagini viventi e l’uso politico del genere determinano, invece, la riconfigurazione formale dello spazio politico e l’essenzializzazione dei fatti sociali. L’idea che il processo di reclutamento politico in uno dei paesi più “conservatori” ed autoritari al mondo, possa passare attraverso le politiche di genere e possa essere altresì inteso come prodromico segno di democratizzazione è estremamente fuorviante. Una simile affermazione allieterebbe i sostenitori del paradigma “transitologico”. Come interpretare, invece, l’uso politico delle donne? Che relazione intercorre tra le nuove alleanze tattiche in Medio Oriente dedite all’applicazione dell’ennesimo modello sviluppista nei confronti della Siria? Perché ricorrere alla volontà del Re scomparso ed utilizzare l’identità politica delle donne come escamotage per ricordare che in Arabia Saudita non è necessario protrarre rivolte nel tempo? Il senso dell’azione sociale non è mai fine a se stesso, piuttosto esso è sempre eteroriferito. Sembra lecito domandarsi allora: perché nell’attuale contesto geopolitico è necessario mostrarsi al mondo come un sistema politico “aperto”, “tollerante” e ricorrere su tutto alle determinanti delle rivoluzioni arabe? Rappresentare i soggetti al potere attraverso le trame della “volontà di verità” è il dispositivo di efficacia che potrebbe concedere il nuovo habitus mentale – parafrasando Bourdieu – ai destinatari della comunicazione politica internazionale. Oggi, il campo internazionale è continuamente riconfigurato: 34 paesi hanno aderito alla “Grande coalizione” araba per sconfiggere il Daesh; la situazione in Yemen non è tra le più rosee; gli attentati mossi nei confronti dell’Occidente sono all’ordine del giorno, gli accordi sulle strategie anti-Assad mutano di ora in ora; che vi sia un unico filo rosso che guidi l’intera rappresentazione corale?

[1] R. Di Peri, P. Rivetti, 2010, Effetto società civile. Retoriche e pratiche in Iran, Libano Egitto e Marocco, Bonanno editore.

[2] http:// accademia.edu/ 3374257/Arabia_Saudita._Concesso_ il diritto_ di voto _alle_ donne_ ma_ a Partire_ dal _2015

[3] http:// www. reset.it/ reset-doc/donne-nel mondo- arabo- egitto-allultimo-posto-la-classifica-reuters-foundation