Se il carattere geopolitico della Cina è la centralità e il suo essere Impero di Mezzo, quello del Giappone non può che essere l’insularità. Un dato geografico che si rivela dote politica capace di condizionare il dualismo dialettico tra apertura e chiusura del Sol Levante, soprattutto nei confronti dei vicini cinesi e coreani. La tendenza giapponese ad accentuare la propria specificità culturale ha prodotto poi nel corso dei secoli una “psicologia del secondo”, un atteggiamento mentale che si riverbera nell’idea di kaizen (miglioramento continuo) e che, in unione alla necessità di fare fronte all’alta sismicità del territorio, ai tifoni, agli tsunami, ha prodotto una dimensione di attaccamento quasi sacrale al suolo, alla terra. Ma la scarsità di materie prime ha portato altresì il Giappone a dipendere dalla sicurezza delle rotte di approvvigionamento e quindi dalla sua capacità di proiezione e autonomia nella periferia marittima; un triangolo di acque che risulta però all’incrocio di interessi diversi tra Corea, Taiwan, Cina e paesi dell’Asean verso lo Stretto di Malacca. L’esercizio della sovranità sulle isole e sui mari circostanti e la penetrazione commerciale verso Siberia, Manciuria, Cina e Sud Est Asiatico rimangono quindi tra gli obiettivi fondamentali della politica estera giapponese regionale, sia nella sua forma patologica interpretata dal militarismo giapponese (la Sfera di Co-prosperità dell’Asia) degli anni ’30, sia in quella mercantilistica della dottrina Yoshida degli anni ’60.

Si capisce dunque perché la questione delle isole Curili (Kunashir, Iturup, Shikotan, Habomai), in mano russa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, sia importante tanto quanto la disputa con la Cina sulle Senkaku/Diaoyu. Le Curili danno accesso al Mare di Okhost, protendono verso la penisola della Kamchatka e la regione siberiana, si tratterebbe cioè di qualche chilometro di terra capace di dare ossigeno a Tokyo verso Nord rispetto alla minaccia nucleare nord-coreana sulla costa occidentale. E inoltre la possibilità di superare il blocco diplomatico con Mosca permetterebbe una vera normalizzazione dei rapporti russo-giapponesi, formalmente ancora fermi alla Dichiarazione Congiunta Nippo-Sovietica del 1956 e mai tradottasi in un vero Trattato di Pace. L’apertura del Primo Ministro Shinzo Abe a Vladimir Putin e la storica visita del 2013 in Russia, sembrava andare proprio in questa direzione. Il miglioramento delle relazioni con Mosca aveva subito una frenata durante gli anni di Medvedev, assolutamente contrario a qualsiasi accomodamento sulle Curili, mentre il dialogo era tornato più disteso con la nuova presidenza Putin. La tegola in questo difficile rapporto è stata però la crisi in Ucraina e l’annessione della Crimea che ha costretto Tokyo ad allinearsi agli Alleati occidentali e ad imporre sanzioni contro la Russia. Putin ha ovviamente reagito con un avvicinamento più marcato a Pechino, essenziale non solo per superare l’isolamento politico ma anche per rilanciare l’economia, e con una serie di provocazioni militari nel Mare di Okhost, partecipando all’imponente esercitazione navale nel Mar del Giappone con 22 navi da guerra e mettendo sotto stress il sistema di difesa giapponese, già impegnato nella sorveglianza nord-coreana, con voli di ricognizione.

Ma il Governo di Tokyo, saggiamente, ha deciso di tenere comunque le porte aperte al dialogo e Abe ha incontrato Putin a settembre scorso a New York (a cui è seguito un vertice informale tra Lavrov e il suo omologo Kishida a Mosca, con l’annuncio dell’avvio di consultazioni bilaterali per arrivare alla firma di un Trattato di Pace) e nuovamente in maggio a Sochi, incontro che Obama aveva chiesto al Primo Ministro di evitare. La distensione si è rivelata tuttavia piuttosto illusoria e sempre in maggio, in occasione del Vertice dei Paesi ASEAN, Putin ha dichiarato che non esiste alcuna connessione tra la cooperazione commerciale russo-nipponica e la sorte delle isole contese, aggiungendo una chiara precisazione: “Siamo pronti a comprare molte cose, ma non vendiamo niente”. Dunque, oltre la buona volontà del Governo di Tokyo, per il momento la soluzione non sembra vicina. La Russia, durante il premierato di Krusciov e successivamente con Eltsin, offrì al Giappone la possibilità di recuperare unicamente le isole Shitokan e Habomai, proposta ovviamente rigettata da Tokyo, e che non sembra essere mutata sotto Putin. La possibilità che il Giappone recuperando le isole possa aprirsi alla Siberia e al Mare di Okhost non è vista con eccessivo ottimismo da Mosca che teme, a fronte di un disengagement americano, poco probabile ma possibile, un rinnovato attivismo giapponese come nel 1905. Il Ministro della Difesa, Sergej Shoigu, ha opposto un netto diniego a qualsiasi accordo perché le Curili rappresentano il principale perno della strategia anti-som (anti sommergibile) di Mosca nel Nord del Pacifico. Inoltre cedere sulle isole Curili rischierebbe al tempo stesso di mettere in crisi la partnership con Pechino, perché si creerebbe un precedente che Tokyo sfrutterebbe immediatamente per risolvere la disputa sulle Senkaku con la Cina, isolotti troppo importanti per il controllo del Mare Cinese e per l’accesso a Malacca.

Ma anche Tokyo, Abe in prima persona, non accetterà compromessi al ribasso (come la cessione di Shitokan e Habomai) perché troppo è stato speso, in politica interna e in campagna elettorale, sulla restituzione delle isole e sulla firma di un trattato di pace con la Russia.
Nonostante queste frizioni, bisogna comunque notare che Mosca non ha mai chiuso il dialogo con i giapponesi e questo induce a pensare che nonostante i punti critici di cui sopra, anche un riavvicinamento con Tokyo rientri negli interessi russi. I rapporti con Pechino non sono infatti idilliaci soprattutto per la questione del gas della Siberia Orientale, dell’immigrazione cinese nei territori della Federazione e il rischio di colonizzazione delle Repubbliche centrasiatiche. I rifornimenti provenienti dalla Siberia Orientale sono altamente strategici per la Cina in quanto, a differenza di quelli che provengono dal Golfo, dall’Africa o dall’America Latina, sono trasportati via terra e quindi lontano dal dominio statunitense e dei loro alleati sulle vie di comunicazione marittime. Pechino infatti non ha utilizzato lo SCO (Shangai Cooperation Organization) per costituire un blocco continentale contrapposto a quello navale americano, ma come leva per accrescere la propria influenza in Asia Centrale riducendo il potere russo a quello di un junior partner. Quest’ultima prospettiva sarebbe assai rischiosa per Mosca perché le impedirebbe di opporsi ad un avvicinamento sino-americano, soprattutto a fronte della difficoltà di trovare alleati in Europa dopo la crisi ucraina per compensarlo. Restituire le isole Curili al Giappone, o comunque paventare la possibilità di farlo, potrebbe quindi essere uno strumento negoziale per ricalibrare i rapporti con la Cina che, altrimenti, si troverebbe con un governo giapponese più determinato che mai a riprendere il controllo delle Senkaku e quindi assai più influente nel sistema Asia-Pacifico.