L’avvicinamento alla lunga tornata elettorale francese, la quale non si esaurirà con i due round delle presidenziali del 23 aprile e del 7 maggio ma proseguirà sino alle legislative dell’11 e del 18 giugno, sta portando con sé una serie di importanti questioni riguardanti la futura condotta del Paese e il ruolo che Parigi è destinata a giocare nei prossimi anni sulla scena internazionale. Il tramonto della Quinta Repubblica va in scena assieme al declino delle formazioni politiche tradizionali e dei dogmi principali che hanno accompagnato la lunga storia dell’edificio politico istituito dal Generale Charles de Gaulle dopo la sua elezione alla presidenza nel 1958. Tali dogmi erano basati sulla sicurezza della stabilità interna agli equilibri dei poteri, dovuta alla sostanziale concordanza “cromatica” del Presidente e della maggioranza parlamentare, che a sua volta doveva fungere da premessa per l’implementazione della “grande strategia” politica di Parigi imperniata sul forte ruolo assegnato al Presidente, detentore di speciale voce in capitolo sulle questioni internazionali.

Nella Quinta Repubblica, l’assegnazione di importanti prerogative di politica estera al Presidente è stata decretata nella convinzione che, nonostante le fisiologiche alternanze al potere e i passaggi di testimone, le linee guida internazionali della Francia fossero destinate a rimanere costanti e che, forte del suo ruolo di custode della grandeur nazionale, il capo dello Stato riuscisse a seguirle nel migliore dei modi. Tale principio è stato tutto sommato rispettato dall’epoca di de Gaulle sino alla fine del secondo mandato di Jacques Chirac: dagli Anni Sessanta all’inizio del nuovo millennio, la Francia ha implementato una linea d’azione nella geopolitica internazionale basata su un’appartenenza critica al blocco occidentale, mai messa in discussione ma garantita dallo sviluppo di un’autonoma politica di difesa fondata sul potenziale della force de frappe.

“La vittoria è a portata di mano”: così Jean-Luc Mélenchon ha arringato l’enorme folla riunitasi nella giornata del 9 aprile per assistere al suo discorso al porto di Marsiglia. Asceso nei sondaggi sino al terzo posto, il leader della coalizione La France Insoumise punta fortemente sulla sua proposta di un piano economico da 100 miliardi di euro e sulla sua visione multipolare delle relazioni internazionali per poter conquistare il ballottaggio di inizio maggio. Come Marine Le Pen, anche Mélenchon, in caso di vittoria, ritiene non negoziabile l’uscita di Parigi dal comando integrato NATO.

“La vittoria è a portata di mano”: così Jean-Luc Mélenchon ha arringato l’enorme folla riunitasi nella giornata del 9 aprile per assistere al suo discorso al porto di Marsiglia. Asceso nei sondaggi sino al terzo posto, il leader della coalizione La France Insoumise punta fortemente sulla sua proposta di un piano economico da 100 miliardi di euro e sulla sua visione multipolare delle relazioni internazionali per poter conquistare il ballottaggio di inizio maggio. Come Marine Le Pen, anche Mélenchon, in caso di vittoria, ritiene non negoziabile l’uscita di Parigi dal comando integrato NATO.

L’equilibrio che aveva già iniziato a traballare vistosamente nel corso delle ultime due presidenze è destinato ad arrivare a un punto di rottura se gli esiti del lungo percorso elettorale di primavera porteranno, come si prevede, a un completo sdoganamento dell’instabilità politica in Francia. Instabilità frutto di un decennio di completo stravolgimento delle prospettive del Paese e della completa mutazione delle principali forze politiche rispetto ai loro assetti tradizionali:

Les Republicains e il Parti Socialiste si sono trasformati in soggetti a cui Charles de Gaulle e François Mitterrand, rispettivamente, difficilmente sceglierebbero di aderire.

Gollisti e socialisti solo nominalmente, essi sono destinati a cedere il passo agli outsider nel voto presidenziale, ma al tempo stesso sembrano avviati verso il mantenimento di una cospicua quota di rappresentanza in Parlamento, traendo giovamento della rendita di posizione del radicamento territoriale. Lo scenario che sembra delinearsi, di conseguenza, è estremamente atomizzato: dato che i partiti di Marine Le Pen, Emmanuel Macron e Jean-Luc Mélenchon non saranno in grado, con ogni probabilità, di sfondare alle elezioni legislative, al termine della lunga primavera elettorale la Francia potrebbe trovarsi ad assistere alla coabitazione istituzionale di forze politiche che, per la prima volta in mezzo secolo, potrebbero avere idee decisamente diverse, se non diametralmente opposte, riguardo i futuri indirizzi della politica estera di Parigi.

La Francia vive una forte crisi della sua identità nazionale e necessita una repentina riqualificazione dei suoi obiettivi di politica estera: in campo europeo, la deludente presidenza Hollande è destinata a concludersi con Parigi nella posizione di nuovo “malato” del continente, fiaccata sotto il profilo economico dalla difficile sostenibilità degli alti tassi di disoccupazione e della stagnazione produttiva e, soprattutto, nettamente ridimensionata in un’Unione a trazione tedesca. La supponenza di Sarkozy, che nella fase cruciale della recente storia continentale non ha saputo rappresentare un argine alle politiche di austerità, e le debolezze di Hollande in campo europeo si sono accompagnate a una progressiva, ma inesorabile, espansione dell’esposizione di Parigi sul piano internazionale, condotta principalmente in Medio Oriente e in Africa Centrale senza una precisa definizione degli obiettivi nazionali. In quest’ottica si può capire la dura, radicale critica di Marine Le Pen verso l’impegno di Parigi in campo NATO e la non negoziabilità, nel suo programma elettorale, della volontà di recesso dall’Alleanza Atlantica.

Gigantografia raffigurante Charles de Gaulle e il Re di Cambogia Norodom Sianouk in occasione della visita di Stato del Generale nel Paese indocinese del settembre 1966. La visita segnò uno dei punti apicali della diplomazia multilaterale perseguita da de Gaulle, che nell’occasione ebbe modo di pronunciare forti parole d’accusa contro il coinvolgimento statunitense in Vietnam (© Gettyimages).

Gigantografia raffigurante Charles de Gaulle e il Re di Cambogia Norodom Sianouk in occasione della visita di Stato del Generale nel Paese indocinese del settembre 1966. La visita segnò uno dei punti apicali della diplomazia multilaterale perseguita da de Gaulle, che nell’occasione ebbe modo di pronunciare forti parole d’accusa contro il coinvolgimento statunitense in Vietnam (© Gettyimages).

La prospettiva di un inserimento della Francia, attraverso una ricerca autonoma delle priorità di interesse nazionale, nel contesto multipolare caratterizza tanto l’agenda di politica estera di Marine Le Pen quanto quella di Jean-Luc Mélenchon, favorevoli all’espansione delle prospettive geopolitiche di Parigi “da Lisbona a Vladivostok” in campo europeo e a un ridimensionamento dell’interventismo negli altri scenari maggiormente rilevanti sotto il profilo strategico. Il riavvicinamento alla Russia, considerato di importanza pivotale per entrambi, è ritenuto un presupposto logico per ricalibrare l’azione di Parigi in un’Europa che tanto Le Pen quanto Mélenchon avversano a causa dei suoi sviluppi germanocentrici prima ancora che per le sue inefficienze politiche e strutturali.

Dalle due ali opposte, ma sotto certi aspetti complementari, della “ribellione” elettorale si paventa il possibile ritorno alla Francia dei tempi di de Gaulle: ago della bilancia di sé stessa, in grado di condurre una diplomazia autonoma nel rispetto della propria appartenenza di campo (il Generale, ad esempio, riconobbe la sovranità della Repubblica Popolare Cinese nel 1964, anni prima di tutte le altre potenze occidentali), radicalmente diversa da quella di Sarkozy e Hollande. Una Francia sulla cui effettiva realizzabilità aleggiano diversi dubbi legati non solo alle dinamiche interne del Paese ma anche ai futuri sviluppi internazionali; dubbi che inficiano anche le prospettive dell’annunciato protagonismo in campo europeo della Francia di Emmanuel Macron, il quale in caso di elezione all’Eliseo si ritroverebbe con ogni probabilità invischiato nello stesso pantano che per anni ha intrappolato François Hollande.

25 agosto 1994: il Presidente francese François Mitterrand firma il libro d’oro commemorante il cinquantesimo anniversario della liberazione di Parigi dai nazisti nell’ufficio di Jacques Chirac, Sindaco della capitale francese. Anni prima, Mitterrand e Chirac avevano dato vita al più celebre caso di “cohabitation” della storia della Quinta Repubblica, portando avanti un rapporto che, seppur di difficile gestione, riuscì a rimanere efficacemente incasellato nel quadro istituzionale francese.

25 agosto 1994: il Presidente francese François Mitterrand firma il libro d’oro commemorante il cinquantesimo anniversario della liberazione di Parigi dai nazisti nell’ufficio di Jacques Chirac, Sindaco della capitale francese. Anni prima, Mitterrand e Chirac avevano dato vita al più celebre caso di “cohabitation” della storia della Quinta Repubblica, portando avanti un rapporto che, seppur di difficile gestione, riuscì a rimanere efficacemente incasellato nel quadro istituzionale francese.

L’estrema polarizzazione della dialettica politica francese è destinata a trasporsi sul terreno istituzionale: si va verso uno scenario di cohabitation forzata in cui è difficile che si possa giungere a una sostanziale compartimentazione delle competenze tra Presidente e Primo Ministro simile a quella occorsa tra il 1986 e il 1988, quando il Presidente socialista François Mitterrand si occupò principalmente delle incombenze di politica estera lasciando spazi di manovra e discrezione abbastanza ampi al premier gollista Jacques Chirac, eccezion fatta per alcuni screzi legati al rifiuto di Mitterrand di siglare alcune ordonnances di Chirac. La partita che si gioca oltralpe è decisiva, e nessun contendente vorrà lasciare all’avversario mano libera in settori chiave per il futuro destino del Paese: nulla di più diverso da ciò che si prospetta per la Germania, Paese in cui le linee guida per la politica estera sono già state decise dagli eventi e dai fatti da lungo tempo e che attende solo di sapere quale forza politica, tra la SPD e la CDU, guiderà la nuova versione della Große Koalition.

La Francia sembra destinata a vedere riflessa nella sua azione sul piano internazionale la frammentazione del suo panorama politico interno: la Quinta Repubblica, nata per tutelare la grandeur del Paese attraverso una ripartizione dei poteri non equilibrata, ma soppesata da precisi meccanismi di check and balance, declina sotto il segno dell’instabilità e della contrapposizione interna. Nel travaglio che potrebbe prodursi, il rischio più grande per Parigi è quello di un completo immobilismo che porterebbe la Francia a subire passivamente le conseguenze di un decennio di politiche assolutamente inefficaci.