Dopo i toni da guerra fredda dei giorni scorsi, Stati Uniti e Russia tornano a parlare la lingua del dialogo e della distensione. In una telefonata, i leader delle due superpotenze, Obama e Putin, hanno sottolineato la necessità di un fronte comune anti terrorismo, valutando positivamente l’incontro sulla sicurezza in corso a Monaco. Entrambi si sono detti pronti ad implementare e rendere effettiva la dichiarazione sul cessate il fuoco del Gruppo Internazionale di Supporto sulla Siria, annunciata dai ministri degli esteri di Washington e Mosca la scorsa settimana. Un piano che prevede, anche, lo stop ai bombardamenti aerei russi sui gruppi ribelli. Ma è proprio su questo punto che si scontrano le visioni opposte di russi e americani. Nella dichiarazione sul cessate il fuoco, infatti, non si parla di stop agli attacchi contro i gruppi terroristici presenti in Siria, Stato Islamico e Fronte al Nusra. Ma per Mosca, terroristi sono anche quei gruppi di opposizione, come Jaysh al Islam, che sono invece considerati “ribelli” da Washington e alleati. Insomma, Mosca proseguirà i suoi raid anche contro le posizioni delle fazioni islamiste nonostante il “veto” occidentale. Del resto, senza la copertura aerea russa, le truppe siriane non avrebbero riconquistato buona parte della provincia di Aleppo e di Latakia. Mentre russi e americani cercano una possibile mediazione sulla spinosa questione dei raid aerei e sul futuro della Siria, sul campo le forze governative continuano ad avanzare. L’esercito di Assad, aiutato dalle truppe libanesi di Hezbollah e dalle milizie curde, è a pochi chilometri dalla frontiera con la Turchia e avanza rapidamente sulla strada verso Raqqa, capitale dello Stato Islamico.

Il rinnovato attivismo curdo nel conflitto ha,poi, riacceso gli animi della Turchia che da sabato bombarda incessantemente le postazioni curde nel nord della Siria. Ma, secondo i siriani, l’esercito turco avrebbe colpito anche reparti dell’esercito di Damasco, scatenando le ire del governo, che ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in risposta a quella che viene giudicata un’aggressione contro la sovranità territoriale della Siria. I bombardamenti turchi rischiano di lacerare ulteriormente la situazione, mettendo in seria difficoltà anche gli alleati statunitensi che considerano le milizie curde dell’YPG loro alleate. In una nota, il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, ha condannato le azioni della Turchia chiedendo il rispetto del cessate il fuoco. A complicare il quadro sono arrivati anche i sauditi. Da sempre protagonista della guerra siriana, nel 2011 Riyadh pensava di abbattere il governo di Assad istituendo formazioni ribelli di varia matrice. Dopo cinque anni di guerra le previsioni saudite e degli Stati sunniti del Golfo si sono rivelate errate. Assad è ancora lì, tutt’altro che sconfitto, con protettori ingombranti come Russia e Iran, in grado di ribaltare la partita e riconquistare buona parte del territorio perduto in questi anni. Per salvare il salvabile, Riyadh ha pertanto inviato caccia e uomini nella base turca di Incirlik, preparandosi per un attacco di terra dalle conseguenze imprevedibili. Se turchi e sauditi entreranno in Siria, oltre alla già preannunciata risposta siriana, anche l’Iran prenderà le sue “misure”, come dichiarato da Masoud Jazaery, capo di Stato Maggiore iraniano. Per gli iraniani l’annuncio saudita è un bluff, un atto di guerra psicologica. Del resto, pensare ad una azione di terra a sostegno dei gruppi ribelli è improbabile. La situazione è difficilmente ribaltabile e l’esperienza dello Yemen insegna che non basta la superiorità militare per vincere una guerra. Le conseguenze sul piano internazionale, poi, sarebbero imprevedibili e gli Stati Uniti potrebbero finire per “scaricare” due alleati diventati ormai troppo scomodi. Un’ operazione di terra turco-saudita sarebbe un suicidio politico e militare irreversibile. Il futuro della Siria è appeso a un filo e, ancora una volta, nelle mani di potenze straniere.