di Gabriele Repaci

La questione della permanenza della Grecia nell’eurozona si sta rivelando non semplicemente una mero argomento di natura economica, ma sta assumendo connotati di natura geopolitica. Se, nonostante l’accordo raggiunto a Bruxelles, Atene dovesse dichiarare bancarotta e uscire dall’euro ciò potrebbe mettere seriamente a rischio la tenuta della moneta unica. Come hanno sottolineato su L’Espresso gli economisti Emiliano Brancaccio e Mauro Gallegati: «Noi non reputiamo plausibile la tesi di Francesco Giavazzi, secondo cui un default della Grecia e un’eventuale uscita del paese dall’euro costituirebbero un caso marginale e isolabile. La ricerca economica sulle crisi dei regimi di cambio mostra che eventi del genere tendono a propagarsi anche ad altri paesi, mettendo in discussione l’impianto generale degli accordi valutari.» (cfr. E. Brancaccio, M. Gallegati, Crisi greca, il comportamento della troika ha condotto al referendum deciso da Tsipras, L’Espresso, 29 giugno 2015). Se ciò avvenisse Atene avrebbe comunque un problema: quello dei finanziamenti esteri. Si pone il quesito di capire chi avrebbe interesse a finanziare la Grecia dall’estero nell’arco della transizione, eventualmente quest’ultima decidesse di uscire. All’indomani dell’esito del referendum del 5 luglio – che ha visto la vittoria dei «no» sul piano di austerità voluto dall’eurogruppo – il Presidente russo Vladimir Putin e il Premier greco Alexis Tsipras hanno avuto un colloquio telefonico.

Nei giorni precendenti il Cremlino aveva specificato di essere disponibile a venire in aiuto alla Grecia, qualora Atene ne avesse fatto richiesta. Le ragioni dell’interessamento di Putin per le vicende elleniche sono essenzialmente due. La prima è la costruzione del gasdotto Turkish Stream, che punta a rifornire l’Europa bypassando l’Ucraina. L’accordo è stato firmato il 19 giugno a San Pietroburgo dai ministri dell’energia dei due paesi. In cambio Atene riceverà un finanziamento pari al 100% dell’importo del gasdotto. Ciò permetterebbe a Putin di realizzare il suo principale obiettivo in politica estera: ovvero quello di rimanere il principale fornitore di gas del Vecchio Continente. In secondo luogo Mosca è certamente interessata a indebolire la U.E che, sposando a pieno le posizioni statunitensi, ha deciso di appoggiare Kiev e adottare sanzioni contro l’esecutivo russo. In queste ultime settimane il governo ucraino ha rafforzato le difese intorno a Mariupol’ nel timore di una massiccia offensiva da parte del ribelli filo-russi. L’obiettivo di Putin infatti non è quello di conquistare l’Ucraina (se fosse stato così la guerra si sarebbe già conclusa da un pezzo) quanto quello di saldare, attraverso Mariupol’ e poi seguendo la costa del Mar Nero sino a Odessa, la Novorossija con la Transnistria, cioè con quella parte della Moldova che fu trattenuta nella sfera d’influenza sovietica e poi russa dalla 14esima armata e che è diventata di fatto un territorio indipendente, nonché riferimento più occidentale di Mosca.

Tuttavia vi sono alcuni ostacoli che potrebbero frenare il protagonismo russo nella questione greca. In primo luogo l’ancora relativa fragilità economica del gigante euroasiatico. Nonostante si prospetti una ripresa per la fine dell’anno la situazione – come ha dichiarato lo stesso vice premier Igor Shuvalov – rimane nel suo complesso difficile. In seconda istanza la Cina – che è divenuta un partner economico essenziale per Mosca dopo che l’Europa le ha voltato le spalle in seguito alla crisi ucraina – potrebbe finire per spingerla su posizioni più morbide. A seguito del referendum greco infatti le borse di Shangai e Shenzen sono crollate «bruciando» qualcosa come 3.500 miliardi di dollari: dieci volte il debito pubblico greco e quasi una volta e mezza quello italiano. Benchè si tratti più di una semplice ondata di panico – la finanza al contrario che nei cosiddetti paesi sviluppati gioca ancora un ruolo marginale rispetto all’economia reale rappresentando appena un terzo del Pil cinese – che di un vero e proprio rischio sistemico è ovvio che il governo di Pechino ha tutto l’interesse affinchè l’Europa non venga colpita da una crisi che metta in discussione la stabilità finanziaria della moneta unica. L’atteggiamento intransigente da parte della Merkel non è spiegabile – come vorrebbe una certa vulgata populista – da una presunta «malvagità» dell’establishment tedesco.

La ristrutturazione del debito greco chiesto da Tsipras è economicamente insostenibile per la Germania. Berlino infatti si ritroverebbe da sola a farsi carico dell’intero costo di tale operazione anche perchè paesi come la Spagna, il Portogallo o l’Italia non sono nelle condizioni finanziare per poter contribuire. Ciò impedirebbe qualsiasi prospettiva di una ripresa sostenuta nel breve o medio periodo. Inoltre come ha ricordato Luca Steinmann su L’Espresso: «L’intransigenza tedesca è dovuta ad un fatto molto semplice: qualora la Grecia mostrasse al mondo che è possibile rinegoziare il debito si creerebbe un precedente che potrebbe dare inizio a un effetto domino. Che coinvolgerebbe i tanti altri Paesi indebitati in cui le forze populiste sono in ascesa. Cosa estremamente dannosa per l’economia tedesca, che vedrebbe messa a rischio la possibilità di riscuotere i propri crediti.» (cfr. L. Steinman, Grecia: le sfide incrociate: Schäuble contro Draghi e gli Usa che difendono la Grecia, L’Espresso, 13 luglio, 2015)

Questa posizione non può che scontrarsi con quella degli Stati Uniti. Gli Usa infatti non desiderano affatto che la Grecia esca dall’euro sia per ragioni di natura geopolitica (temono che i russi possano fare di quest’ultima una sorta di «Cuba» del mediterraneo) che di natura economica. Un’eventuale «Grexit» infatti metterebbe a dura prova la tenuta della moneta unica. Contrariamente ad un’opinione diffusa infatti l’implosione dell’eurozona non avantaggerebbe gli americani, anzi. Come è stato fatto notare giustamente dall’autorevole economista Jacques Sapir: «Se l’euro dovesse scomparire, è il dollaro che si troverà in prima linea di fronte alla speculazione che si scatenerà in quel momento. E scommettiamo che non ci impiegherebbe molto a soccombere.  Sono in molti a pensare che la scomparsa dell’euro possa far felice i governanti americani. Ma si sbagliano di grosso. Un euro indebolito politicamente, ma esistente, che per diversi anni ancora attiri l’attenzione degli speculatori internazionali e freni lo sviluppo delle economie europee, è la migliore soluzione per i governanti di Washington». (cfr. J. Sapir, Bisogna uscire dall’euro?, Ombre corte, 2012, p.10) Non possedendo la sfera di cristallo non possiamo dire con certezza quale sarà l’epilogo della crisi greca. L’unica cosa di cui possiamo essere sicuri è che le decisioni che verranno prese in questi giorni avranno certamente delle ripercussioni a livello internazionale.