Nel dicembre 1991 l’ammaina bandiera sulle torri del Cremlino segnò l’indecoroso tramonto dell’Unione Sovietica appena suicidatasi. Insieme ad essa venne seppellita anche la Guerra Fredda. Con l’approssimarsi della conclusione dei primi 20 anni del XXI secolo possiamo ben dire che nessuno spettro si aggira per l’Europa come nel 1848, nessun Metternich e nessun Guizot hanno sguinzagliato i cani alla ricerca del pericolo del comunismo. L’onda lunga della Storia che secondo Kruschev spingeva naturalmente i popoli verso le conquiste del socialismo ha esaurito il suo combustibile e si è fermata come carcassa male in arnese in qualche soffitta di Mosca, di Pechino o dell’Havana. Dunque perché si è convinti che la tensione odierna tra Stati Uniti e Federazione Russa sia semplicemente un altro capitolo di una storia cominciata a Yalta nel 1945? Per due motivi: il primo è di rassicurazione psicologica, il secondo, levatore del primo, è di annebbiamento politico. La Guerra Fredda era un ordine mondiale la cui pietra angolare poggiava su due poli. L’equilibrio del terrore nucleare fondava una apparente pace stabile attorno ad una simmetria euclidea di contrapposizione tra blocco orientale, assai meno monolitico di quanto si pensasse allora, e occidentale. Blocchi che avevano carattere geopolitico, economico, ideologico e, da un certo punto di vista, morale. L’Impero del Male di Reagan era una convinzione quasi spirituale, evangelica, della propria superiorità etica sull’avversario. La posta in gioco era l’Europa, una posta che nessuno tentava però di tirare giù dal piatto e che quindi, anche sotto l’ombra dell’apocalisse nucleare, poteva permettersi di concentrare i propri sforzi sulla ricostruzione.

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Winston Churchill, Franklin Delano Roosvelt e Joseph Stalin alla conferenza di Yalta 11 febbraio 1945

L’Unione Sovietica, sebbene avesse più cose in comune con l’Impero Ottomano che non con il suo rivale occidentale, possedeva il tonnellaggio sufficiente per reggere 50 anni di aspro confronto, sostenuta poi da una ideologia universalista capace di mobilitare le masse, le élites, i popoli e i propri disegni imperiali. Era certamente malata, ma di una malattia che ha avuto una incubazione e una manifestazione sintomatica assai lunga. Il conflitto bipolare aveva poi, come definite acutamente da Lucio Caracciolo, sintassi e grammatiche geostrategiche condivise, pressoché speculari e quindi tutto sommato decifrabili dall’avversario. I rischi di incomprensioni, e quindi di danni catastrofici per l’intera umanità, esistevano (come ha dimostrato la crisi di Cuba nel 1962 o l’esercitazione Able Archer nel 1983) ma erano in fin dei conti esigui. La globalizzazione della Guerra Fredda, contestuale allo stabilizzarsi della questione tedesca e ai processi di decolonizzazione, permise poi di scaricare le tensioni e far sfogare i vari Curtis Le May americani e sovietici in conflitti locali eterodiretti, dando prova di esibizioni muscolari e circoscrivendo il conflitto per evitare che degenerasse. Le spie in tutto questo se le suonavano di santa ragione al di qua e al di là della cortina di ferro. I sovietici finanziavano il Vietnam del Nord e sostentavano i Vietcong? Gli americani rispondevano cercando di assassinare Castro o rovesciando qualche regime filosocialista in Sud America. Mosca disponeva di una superiorità di forze convenzionali in Europa con dodici divisioni corazzate? Washington poteva isolare l’Unione Sovietica controllando l’accesso ai mari e ai cieli con le sue squadre navali di portaerei nucleari.

Come si può ben osservare, pur nella complessità concettuale e politica del periodo storico, vi era una simmetria nello scontro tra i due campi. E ciò che è simmetrico, che ha un ordine, che si può quantificare è, soprattutto per noi occidentali nutriti a pane e razionalismo cartesiano, rassicurante. L’equilibrio del terrore nucleare, la teoria della deterrenza era per noi una garanzia di stabilità e di comprensione. Il conflitto che esiste oggi tra Stati Uniti e Federazione Russa sfugge invece a queste classificazioni; perché non è una guerra aperta, né dichiarata. Non ci sono perdite dirette ma copioso spargimento di sangue altrui nei teatri di battaglia per procura come in Siria e Ucraina, a cui si aggiunge la guerra cibernetica, invisibile ma assai più pericolosa di un ICBM, la propaganda, la disinformazione, lo spionaggio, la speculazione finanziaria, le “rivoluzioni colorate”. Al Pentagono, in mancanza di meglio, la chiamano guerra ibrida. Un modo tutto accademico per definire uno scontro caotico che si tenta di contenere per evitare che sfoci in un conflitto generale. L’Ucraina è stato per dire uno dei più brillanti successi della CIA e dei servizi europei a danno di Mosca e Berlino; l’annessione della Crimea, come ha raccontato efficacemente Vitalij Tret’jakov, è stata anch’essa un perfido capolavoro di strategia meritevole di Sun Tzu. “Con un piccolo atto di teppismo”, disinformazione, mobilitazione dell’opinione pubblica, forze speciali senza insegne e a volto coperto, si è conquistato un territorio di incredibile importanza. Ma di che tipo di guerra stiamo parlando quindi? Così come quando si voleva comprendere le strategie della guerriglia si prendevano dalla libreria gli scritti di Mao, anche adesso è opportuno rivolgersi ad un saggio pubblicato nel 1999 da due brillanti colonnelli dell’Esercito popolare cinese, Qiao Liang e Wang Xiangsui. L’attento studio presentato dai due ufficiali, Unrestricted warfare, circolato in Occidente grazie al servizio di traduzione della CIA, muove dall’analisi della guerra del Golfo nel 1991 affermando che, dopo il ritiro dell’esercito iracheno, siamo entrati in una fase della strategia di guerra assimilabile a quella di caos strutturato. È interessante notare che la rivista Limes ha adottato una definizione simile per descrivere quell’arco di crisi che dall’America Centrale attraversa il Nord Africa, il Medio Oriente e si separa per giungere in Asia Centro-occidentale e nel Pacifico sud-orientale.

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L’opera analizza i nuovi scenari bellici mondiali, spiegando il terrorismo e le sue tecniche, la guerra condotta attraverso le manipolazioni dei media, le azioni di piraterie sul web, le turbative dei mercati azionari, la diffusione di virus informatici e altre armi non tradizionali

Secondo Liang e Xiangsui la guerra intesa in termini clausewitziani di masse d’urto che collidono simmetricamente, seguendo armoniche geometrie euclidee, è da considerarsi superata. Per descrivere l’avvento di una guerra senza limiti (o senza limitazioni?) – unrestricted – che si adatta al caos strutturato dell’ordine internazionale post-bipolare, sono più adatti oggetti geometrici come il frattale di Mandelbrot. Nel suo studio del 1975, il matematico polacco proponeva la spiegazione di comportamenti matematici apparentemente caotici attraverso l’auto-similarità, la cui proprietà è quella di sfruttare l’omotetia interna dell’oggetto geometrico. Si tratta di una trasformazione geometrica del piano o dello spazio che contrae o dilata gli oggetti, mantenendone invariati gli angoli cioè la forma. Nei termini di strategia militare, la guerra rimane guerra, ma si lacera quel confine che stabiliva la differenza tra tempo di pace e tempo di guerra, tra strumento di pace e strumento di guerra. Un aereo di linea, una protesta popolare, la vendita di titoli di Stato, il lancio di un nuovo social network, i giochi olimpici, sono, nelle parole dei due colonnelli, strumenti dual-use capaci di mettere in ginocchio una superpotenza. Lo scopo del loro saggio, ispirato dall’acuirsi della minaccia dell’integralismo islamico in Egitto, Algeria, Afghanistan, Sudan e nei confini cinesi con la minoranza turcofona uiguri, era infatti dimostrare come la Cina potesse combattere gli Stati Uniti. L’analisi dei due strateghi non deve però trarre in inganno, le trasformazioni geometriche nel piano e nello spazio dell’oggetto frattale non ne mutano gli angoli, quindi la forma, e questo significa che lo strumento convenzionale della guerra rimane portante. Anche se improbabile, in uno scenario di guerra con la Russia, i paesi baltici e l’Europa orientale saranno occupati in 36-60 ore grazie alla rapida avanzata di divisioni corazzate attraverso la breccia di Suwalki in Polonia. La gravità sarà data dal fatto, come hanno evidenziato analisti e ricercatori russi e americani nell’incontro del club di Valdaj, che l’offensiva non riguarderà unicamente il territorio geografico ma i primi bersagli coinvolti saranno le infrastrutture elettroniche di comando, i canali energetici, economico-finanziari e i cavi sottomarini di internet. Un conflitto regionale sarebbe potenzialmente in grado di ledere interessi mondiali.

Quindi non si tratta di una nuova Guerra Fredda, ma piuttosto di una guerra ibrida assai poco definita che ha come obiettivo di fondo quello di evitare una escalation che ci ponga per inerzia su di un pericoloso piano inclinato. La Grande Guerra, come scrisse Barbara Tuchman, è scoppiata quando nessuno lo voleva. Il contesto è assai diverso da quello del periodo 1945-1991, l’Europa ha sperimentato in poco tempo il ritorno della guerra nella Jugoslavia, in Georgia e adesso in Ucraina. La Federazione Russa non è più l’Unione Sovietica, è afflitta da grandi malattie come la scarsità demografica, l’eccessiva estensione territoriale, una economia incapace di ristrutturazione, è un tronco rigido di radici accerchiate attorno ad una incerta identità che però è dispersa anche all’interno dei suoi ex sudditi. Oltre un quinto di russofoni e di cittadini di etnia russa vivono infatti al di fuor dei confini della Federazione. Il fatto che la Russia non sia più l’URSS significa anche che Vladimir Putin non è il Segretario del PCUS e neanche lo Zar che simpaticamente dipingiamo, piuttosto un amministratore, questo sì, di interessi di una oligarchia più vasta dalla quale deve guardarsi con attenzione. Giocare sul fuoco del nazionalismo russo ha permesso al Presidente di puntare su una serie di partite al rilancio al buio che, come tutti i rilanci, dipendono però dalla volontà altrui di venire a guardare il bluff. Il nazionalismo è infatti come una droga che ad ogni successo chiede una dose più alta, finché dall’altro lato del tavolo qualcuno non proporrà di mettere le carte in tavola. A quel punto, Putin sarà costretto o a rilanciare di nuovo, con il rischio di una conflagrazione, o ad accettare un compromesso al ribasso. Ipotesi quest’ultima che finirebbe per alienargli quell’oligarchia alle sue spalle che potrebbe pure pensare di sostituirlo con qualcuno non altrettanto freddo e incline al negoziato con l’Occidente.

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Nel giorno della parata, nella simbologia, traspare una chiara “russificazione” dell’ideologia sovietica

Quanto detto finora, dalle teorie dell’ordine internazionale a complesse interpretazioni matematiche della guerra, potrebbe sembrare aria fritta, speculazioni per così dire dottrinarie. Cercando la polpa, il succo del contrasto tra Federazione Russa e Stati Uniti è stato ben descritto dall’analista Rostislav Iscenko: la paranoia del Cremlino è dovuta allo storico senso di insicurezza russo che la porta a temere un accerchiamento da parte americana “con un cordone sanitario euroasiatico imperniato sulla NATO”. La soluzione è per Mosca quella di creare una quantità di vie di transito talmente elevata da impedire a Washington di tagliarle tutte quante; dall’estensione dei gasdotti sottomarini ai porti sul Baltico, dall’avvicinamento alla Cina e al Giappone per la Siberia orientale al varco bielorusso per l’Europa e la Germania, fino alle vie kazake e armene. Con questa prospettiva bisogna poi guardare anche all’intervento russo in Siria, agli ambigui rapporti con Teheran e Ankara, alle operazioni di influenza in Libia e nel Golfo; tutte mosse che hanno colto l’Occidente con i calzoni abbassati e che sono servite a dimostrare come la “Russia potenza regionale” fosse solo retorica obamiana. Programma forse velleitario, a tratti anche propagandistico quello di Mosca, ma che risponde alla logica americana di impedire da parte russa, cinese, o di un gruppo di potenze (leggi Germania), il controllo dell’Heartland, la massa compatta continentale euroasiatica che consente, come affermato da Brzezinski, di mettere in ginocchio gli Stati Uniti isolando e interdicendo le vie di comunicazione marittime. Il potere americano è d’altronde un potere navale e aereo, non certo terrestre. Questa minaccia è percepita al Pentagono in modo assai fumoso ed è per questo che, ad operazioni di terra in Eurasia, l’amministrazione Obama ha preferito fare lavoro di consolidamento, contenimento, manutenzione, sfruttando le necessità imposte dalla repressione al terrorismo.

Riprendendo il discorso, parlare di Guerra Fredda non è poi così corretto, e questo dimostra che Mark Twain aveva ragione quando affermava che la storia non si ripete, ma va in rima. Il motivo per cui definiamo “guerra fredda 2.0” questa nuova fase di tensioni deriva unicamente dall’assicurazione psicologica che ci dava un fenomeno che, alla fine, eravamo capaci di comprendere e più o meno dominare. Questo bisogno di interpretare con altri schemi le relazioni internazionali contemporanee è il risultato del fatto che oggi Stati Uniti e Russia non riescono a capirsi, ed è un fattore che va oltre l’astio personale che può esserci stato tra Obama e Putin. E non riuscire a capire l’altro, ma soprattutto non riuscire a rendere intellegibili i propri messaggi, può essere assai pericoloso. Fin troppe guerre sono iniziate perché si riteneva che fossero inevitabili; e l’atteggiamento interno all’Alleanza Atlantica non sta certamente aiutando. In un contesto internazionale dominato dalla sfiducia reciproca, un blocco alleato si scopre diviso tra chi frena un certo linguaggio bellico come Italia, Germania, Francia e chi, soprattutto in Europa orientale e nel Baltico, ritiene lo scontro definitivo con l’impero russo un dato di fatto tutt’al più rimandabile. Questo non significa che la situazione sia irreversibile ovviamente, la soluzione potrebbe nascere proprio da una predica italiana che ha invocato più volte la ricerca di un accordo che abbia alla base la costruzione di una architettura di sicurezza paneuropea ma che coinvolga tutti, specialmente i russi e i paesi che sono la posta in gioco come Ucraina, Georgia, Moldavia, Polonia. Il fallimento deriverebbe dal perseverare nell’errore ripetuto non a Yalta, bensì a Versailles nel 1919, nel 1947 e dopo il 1991 quando la Russia fu poco gentilmente relegata nel suo anfratto di mondo. A covare risentimento per una sconfitta prodotta dal suo stesso suicidio. La minaccia ad un ordine internazionale è sempre stata il risultato del revisionismo, dell’umiliazione, della frustrazione degli sconfitti nei confronti dei vincitori che per ben tre volte nel corso della storia europea del Novecento decisero di isolarli. Nessun accordo duraturo potrà mai garantire stabilità ad un sistema finché nella sua progettazione non saranno inclusi anche i vinti.