Che lo scacchiere internazionale sia “vittima” di un continuo processo di riconfigurazione geopolitica, che prescinde dall’anacronistica istituzionalizzazione del sedicente “Stato Islamico”, è un dato di fatto. Analogie, contraddizioni e processi di costruzione di realtà sono le determinanti dell’ennesima rappresentazione “altra” saudita. L’esecuzione pubblica di 47 uomini e dello sceicco Nimr al – Nimr, leader dell’istituzione clericale sciita, accusati di avere sovvertito l’ordine costituito attraverso la parola e non già ricorrendo a pratiche ora barbariche, ora lecite, poiché subordinate “all’ordinamento islamico”; l’interruzione dei rapporti diplomatici pronunciato da Riyad all’indomani dell’attacco all’Ambasciata saudita di Teheran preceduto dalla manifestazione avvenuta al consolato saudita di Mashad; l’espulsione fisica degli ambasciatori iraniani entro 48 ore dall’attacco e la risposta consequenziale da parte delle Ambasciate saudite irachene; le perentorie parole di ammonimento dell’Ayatollah Khamenei, che definisce lo scempio compiuto nei confronti dell’Imam sciita Nimr al- Nimr come “un errore politico” ed invoca la legge divina, poiché: «Il sangue di questo martire oppresso versato ingiustamente mostrerà le sue conseguenze e la vendetta politica si abbatterà sui politici sauditi»; l’imparzialità della Repubblica Islamica, che condanna coloro che hanno assalito l’ambasciata a Teheran – pare siano circa 40 persone – l’iniquità dei processi che hanno di fatto messo a morte uomini “ribelli” ad un regime opprimente – che al di là di ogni maschera può essere debitamente definito come “totalitarismo retoricamente democratico” parafrasando Tolmon – sollevata da Amnesty International; nonché l’effetto domino, che ancora una volta attiva politiche conflittuali e retoricamente etno-settarie, ma di fatto mette in scena l’ennesima guerra tra la “mezzaluna sciita” e le Petromonarchie del Golfo. Quali gli schieramenti? Ma soprattutto, quali sono le cause di questa “spettacolarizzazione della morte” ormai nota all’occidente da più di un anno, ma puntualmente censurata dai media internazionali? Ebbene, ancora una volta, due schieramenti: l’Iran, l’Iraq, lo Yemen, il Libano, il Bahrein da una parte, uniti per combattere l’oppressione di un regime da sempre in minoranza, retorico e coercitivo e dall’altra coalizioni saudite istituite ufficialmente per combattere l’ISIS, ufficiosamente per destituire la regione dello Yemen ed il potere sciita di quella che – è giusto ricordare- è l’unica teocrazia legittima ed esistente, insieme con quell’occidente che fornisce armi e addestra “marines” nei campi. I giochi di potere non si esauriscono qui. Se, infatti, potrebbe sorprendere – ma anche no, poiché è tutto “politicamente corretto” – l’improvvisa critica mossa dagli USA nei confronti degli eterni alleati: «sui diritti umani moderazione» (questa l’ennesima pantomima linguistica, degna di ogni democrazia liberale); dall’altra ci si potrebbe interrogare sulle “improvvise” sanzioni presentate dall’amministrazione del Presidente Obama alle aziende iraniane impegnate nella vendita di missili balistici. Ma le coincidenze non finiscono qui. Pare, infatti, che pochi istanti prima che si verificasse lo scempio corale delle decapitazioni, Riyad avesse invocato la fine del cessate il fuoco – istituito il 15 dicembre – in Yemen alle 14:00 di sabato scorso e che successivamente siano esplose le manifestazioni contro le ambasciate. Per contro, se l’Ayatollah iracheno Ali al- Sistani definisce ciò «un’aggressione»; dall’altra lo schieramento partigiano saudita ricorre alle sue categorie legittimanti, infatti, il portavoce del Ministero dell’Interno saudita Mansur al Turki ha asserito che «alcuni uomini sono stati decapitati, altri fucilati, secondo le disposizioni dei giudici emessi della sentenza». Estremamente pertinente e ideologicamente legittimata la risposta del Grande Muftì saudita Sheikh Abdul- Aziz Alal- Sceikh, a tenore del quale: «i prigionieri sono stati graziati» – poiché il martirio è uno dei pilastri dell’islam (ndr)- «e la morte eviterà loro di combattere altro male». Infine, la condanna dello Human Rights Watch.

Le due facce del potere e la disobbedienza di Al – Nimr

Che le etichette linguistiche siano un utile dispositivo per ricostruire la realtà ed apostrofare gruppi determinandone ora l’appartenenza ora la razza è un dato oggettivo. Nella moltitudine di eventi che attanagliano lo scacchiere internazionale (Yemen, Siria, Ucraina) il comune denominatore è rappresentato dalle seguenti categorie :«terroristi», «ribelli»,«sedizione», «apostasia», «barbarie». L’accusa mossa nei confronti dell’Imam Al- Nimr ed ai 46 uomini uccisi pubblicamente era quella di avere partecipato agli attentati attribuiti ad Al Qaeda tra il 2003 ed il 2006. Nello specifico, fonti giuridiche arabe parlano di sedizione nei confronti del governo saudita. Prescindendo dal ricorso metalessico (2003 Iraqi freedom/ analogie tra terrorismo ed Al Qaeda sempre più dimentico dell’Isis in terre saudite) quel che desta sospetto è l’accusa di terrorismo puntualmente riproposta. Ma chi sono i terroristi? Gli Houthi, piuttosto che il PKK, oppure lo era l’Imam Al- Nimr? Arrestato nel luglio del 2012 e condannato a morte per sedizione Nimr al Nimr era un dissidente, che lottava attraverso la parola le oppressioni di un regime che ricorre al settarismo solo per fomentare guerre geopolitiche e strategie di controllo. Per comprendere la forza, la tenacia e la rilevanza del ruolo sociale del leader sciita, basta analizzare alcuni frammenti del discorso oggetto di un sermone postato su Youtube [1]. Destituendo le costruzioni politiche del regime saudita e rivolgendosi alla comunità sciita Nimr asserisce: «Stanno continuando a complottare per causare un massacro» e ancora «Le forze congiunte hanno invaso il Bahrein», segue: «il potere politico non conferisce autorità legittima ad un governante». Eccola l’espressione più terroristica che esista. Che sia una provocazione, una legittimazione, l’ennesimo escamotage da usare per eseguire interventismi del caso, non cambia lo stato dell’arte. Essa è “solo” una grande privazione.

La retorica nella retorica: califfato e sauditi

Perdureranno nel tempo gli effetti dell’ennesima strategia politica compiuta nei giorni scorsi in Arabia Saudita nei confronti dei 47 “terroristi” accusati di sedizione – o defezione che dir si voglia – ed attentatori alla liceità ed irreprensibilità del sistema politico saudita. Quel sistema fondato sulla legge islamica, la Sharia, che tutto governa e costruisce politiche di consenso sociale ricorrendo ai precetti del Wahabismo. Un sistema che recentemente mostrava al mondo le facce della “democratizzazione” e ricorreva altresì alle strategie mediatiche di propaganda pro-evoluzione, immortalando sul piano esterno, il volto di giovani donne “condotte” al voto; e ratificando propositi puritani verso un piano interno. L’uso reiterato del sistema mediatico occidentale, il ricorso massiccio ai registri stereotipici per legittimare pratiche concepite alla stregua delle barbarie medioevali; insieme con le azioni destituenti mosse nei confronti degli “apostati” sono i pilastri della nuova gestione dell’immagine pubblica di Casa Saud e delle politiche di costruzione identitarie retoricamente etno-settarie. Una rappresentazione corale ed autoreferenziale, quella avvenuta nei giorni scorsi in Arabia Saudita. Un rituale ormai noto al mondo occidentale, ma soprattutto orientale e troppo spesso tacciato di barbarie altrove. Ѐ forse una strategia atta a legittimare l’intervento in Yemen contro gli Houthi? A suscitare l’ulteriore reazione dell’Iran? Perché Obama impone sanzioni sull’esportazione di missili balistici iraniani, ma ufficialmente riconosce l’accordo sul nucleare? Che ruolo hanno la Siria e lo Yemen in questa guerra per procura? La strategia mediatica/politica i cui effetti non tarderanno a presentarsi è stata abilmente decostruita dall’Ayatollah Khamenei che attraverso twitter mostra al mondo le due facce della stessa medaglia. Due immagini evocative che appalesano senza filtri la realtà costruita dai sauditi: “qualche differenza?” titola la prima immagine decostruzionistica. Rappresenta in piani apparentemente antitetici, ma sostanzialmente congiunti, miliziani arabi e jihadisti di al-Bagdhadi nell’intento di eseguire una decapitazione. La decostruzione segue e la seconda immagine è più eloquente della prima. Alla rappresentazione grafica, si accosta una didascalia che dice: «uccisi perché terroristi come l’ISIS» e «uccisi perché combattono contro l’ISIS». La dichiarazione di verità dell’ayatollah non lascia nulla al caso. Ma quali sono queste analogie ancora una volta anacronistiche? L’uso politico delle immagini ad esempio, la spettacolarizzazione della morte, infatti, non era appannaggio dei miliziani jihadisti ed era apostrofata come pratica barbara? E ancora, perché veicolare una simile rappresentazione pubblicamente? Ѐ un caso che circolino nuovi video inneggianti alla guerra il Gran Bretagna? Perché ricorrere alla retorica relativa alle politiche di sicurezza in Arabia saudita, che di fatto mostra al mondo un’immagine apostata dei condannati, alla stregua di quanto accaduto altrove? Nelle spiegazioni date dal mondo arabo relativo al “sacrificio” compiuto dai “martiri” sciiti non si trovano le tracce di una legittimità politica diversamente evocata? Perché ricorrere ad inverosimili analogie che assocerebbero Nimr e gli altri uomini ancora una volta ad Al Qaeda? Del resto, il terrorismo – in tutte le declinazioni del caso – è solo un mezzo di comunicazione politica [2].

[1] http:// www.yuotube.com/watch?v=-He3gR2mls.

[2] D. Tosini, 2007, Terrorismo e antiterrorismo ne XXI secolo, Roma- Bari Laterza, p. 21.