La crisi siriana sembra essere giunta ad un nuovo punto critico che rischia di compromettere ulteriormente il complesso quadro strategico che si è venuto a creare dopo anni di conflitto: Washington e Mosca, infatti, hanno ufficialmente sospeso i rapporti diplomatici relativi alla vicenda mediorientale. Il nucleo della questione, a quanto viene riportato dalla BBC, sarebbe il rifiuto da parte della Russia di distruggere 34 tonnellate di plutonio arricchito utilizzabile per il proprio arsenale nucleare, motivando la scelta additando il comportamento poco trasparente degli USA all’interno della guerra in Siria – ricordiamo, fra i numerosi eventi difficili da spiegare, il bombardamento da parte di un aereo americano nei confronti di truppe siriane, il 17 settembre –. A seguito del gran rifiuto, gli Stati Uniti avrebbero deciso l’interruzione del – fragile – dialogo con la seconda potenza politica coinvolta nel mandato ONU per la risoluzione della questione. In particolare, il ministro degli Esteri russo ha accusato Washington di minare il “cessate-il-fuoco”, dal momento che non avrebbe intrapreso alcun tipo di azione realmente efficacie contro i terroristi di Jabhat Al-Nusra: si tratta di un movimento eversivo affiliato ad al-Qaeda, fondata di concerto fra al-Baghdadi ed il comando centrale di al-Qaeda, allo scoppio della guerra civile siriana, con l’obiettivo di rovesciare il Governo di Assad. Come riportato da Russia Today, Washington:

“non ha urgenza di separare le forze antigovernative filoamericane da esso [Jabhat Al-Nusra]”.

Oltretutto, è stato affermato nella medesima occasione che gli USA si stiano approfittando del “cessate-il-fuoco” per poter proteggere il gruppo terroristico, dal momento che gli altri movimenti d’opposizione hanno confermato formalmente la loro partecipazione alla tregua. Come ricordato dal Rappresentante Permanente della Russia presso l’ONU Vitaly Churkin – che lunedì ha assunto l’incarico di Presidente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU –, la data dell’accordo ormai infranto è il 9 Settembre, a seguito di cui “abbiamo osservato numerose violazioni dell’interruzione delle ostilità da parte di Nusra e altri gruppi alleati con Nusra”. Le dichiarazioni di Churkin si sommano a quelle del portavoce del ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova, riportate da Russia Today il 1 ottobre: la preoccupazione di Mosca è la possibilità che gli Stati Uniti, avviando una campagna militare contro il Governo siriano, compromettano ulteriormente la stabilità del Paese e determinino tremendi effetti negativi a lungo termine. Il vuoto di potere che persiste a Damasco non fa altro che alimentare i “cosiddetti moderati, che sono, in realtà, affatto moderati ma solo terroristi di ogni sorta” (dichiarazioni della portavoce Zakharova).

Il lavoro della Russia sul fronte siriano, però, prosegue: il ministro degli Esteri Lavrov ha affermato la volontà del proprio Paese di proseguire nel percorso verso una soluzione del conflitto, nonostante Washington abbia deciso di sospendere la cooperazione che, ricordiamolo, rientra nella risoluzione dell’ONU approvata il 18 dicembre 2015. Tuttavia, la questione degli armamenti nucleari risale a molto prima, precisamente al 29 agosto del 2000: in quella data venne firmato l’accordo fra USA e Russia relativo alle armi nucleari, menzionato precedentemente ed entrato in vigore nel 2010. Da parte di Mosca vi sono state ripetute accuse nei confronti di Washington relative al mancato rispetto degli impegni presi, fatto denunciato ulteriormente nell’occasione odierna e che ha portato all’irrigidimento delle relazioni diplomatiche. Il progetto di revisione delle condizioni avviato dal Cremlino prevedere attualmente anche l’adozione dei seguenti provvedimenti: abolizione della “Legge Magnitskij” – sanzioni nei confronti delle persone coinvolte nel caso dell’avvocato Serghei Magnitskij, morto in carcere a Mosca nel 2009 –; abolizione delle sanzioni imposte per la vicenda ucraina; risarcimento dei danni dovuti alle sanzioni stesse.

Si tratta solo di questo? In realtà, sembrerebbe esserci dell’altro: la causa scatenante della rottura fra le due superpotenze, a ben vedere, sarebbe da collocare nella decisione russa di mandare un sistema di difesa missilistico S-300 presso la propria base navale nel porto di Tartus. Per chi non lo sapesse, si tratta della seconda città più importante del Paese dopo Damasco, nonché storico avamposto marittimo controllato dal clan degli Assad ed unica base russa al di fuori dell’ex territorio sovietico, oltre che l’unica nei mari caldi. A questo si deve aggiungere il fatto che la Russia, come riportato dalla BBC, stia attualmente modernizzando il proprio arsenale nucleare.

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Sistema missilistico di difesa Russo S-300 – ph Vladimir Mashatin / EPA file

È probabile che gli Stati Uniti non abbiano gradito il fatto che la Russia sia così determinata ad avere una propria politica estera e di difesa, soprattutto in un’area geografica ad essa limitrofa: a scandire l’aut aut è stato il Segretario di Stato americano Kerry che, in una telefonata con la sua controparte russa ha affermato che gli USA avrebbero ritenuto il Governo russo responsabile per l’uso di armi incendiarie e bombe a grappolo contro i civili – come riporta sempre la BBC il 28 settembre –. L’accusa per Mosca sarebbe quella di crimini di guerra. Al rifiuto da parte dei russi di ritirare i propri reparti missilistici e di ridurre il proprio potenziale nucleare, si è andata a produrre la situazione corrente, minacciando la stessa legittimità degli USA di presidiare il suolo siriano: la condizione che ha permesso loro di intervenire, infatti, è stato proprio il compito di concertare con la controparte russa una strategia per pacificare la zona. Ora che la Casa Bianca ha affermato di voler troncare la collaborazione, la già ambigua posizione degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo – che, ricordiamolo, è impegnato in Siria contro il Governo di Assad sostenuto da Putin –, sembra spingere la Siria sempre più verso un nuovo, lungo periodo di anarchia belligerante. La primavera, insomma, tarda ancora ad arrivare.