Quattro mesi, poi basta. Le bolle di Minsk sono scoppiate, portandosi dietro nuovi strascichi di vittime alle spalle. Nella notte di mercoledì, con la ripresa delle ostilità nei pressi di Mariynka e Krasnogorivka, a circa 15-20 km da Donetsk, si è detto addio alla tregua sancita dagli accordi che lo scorso febbraio furono sottoscritti nella capitale bielorussa. La serie di attacchi si è protratta per 12 ore, provocando 24 vittime tra soldati delle truppe regolari ucraine, combattenti ribelli e civili delle province rivoltose e diverse decine di feriti da ambo le parti. I blitz hanno causato inoltre l’interruzione della corrente elettrica nella zona delle miniere di carbone Zasiadko e Skocinski, nelle quali sono rimasti intrappolati mille operai per diverso tempo.

Secondo le fonti locali le azioni bellicose sono state portate avanti attraverso l’utilizzo di carri armati e missili Grad, noti per le loro capacità distruttive, oltre che per la scarsa precisione in gittata. Tale condizione presuppone un mancato rispetto da ambo le parti del ritiro dei mezzi e delle armi pesanti dalla linea di demarcazione delle zone del conflitto, confermando dunque un mancato adempimento alla radice degli accordi di Minsk. Patti che, sin dal principio, per la natura e le condizioni in cui sono stati sottoscritti, apparivano fin troppo fragili per poter reggere il fardello che si proponevano di sostenere. L’obiettività, in tal caso, come in molti altri frangenti di questa crisi è venuta meno a livello ufficiale, pur palesemente latente che fosse. La denuncia reciproca che le autorità ucraine e russe hanno sporto verso la controparte evidenzia questa mancanza di trasparenza nella manifestazione degli attriti. Kiev, spalleggiata da Washington, condanna apertamente Mosca per le responsabilità circa la riapertura del conflitto, minacciando provvedimenti di intensità crescente all’aumentare dei costi territoriali e umani a carico dei ribelli. Il Cremlino rimanda le accuse al mittente, anzi, ai mittenti, denunciando – attraverso le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Lavrov – il fatto che chiunque si stia direttamente o indirettamente prodigando per far riprendere i conflitti in Donbass, lo stia facendo per mettere a repentaglio quello scoraggiato tentativo di intavolare delle trattative e di ripresa dei contatti. Secondo il capo della diplomazia russa, dietro una ripresa dei combattimenti sul fronte orientale dell’Ucraina si nasconda la nolontà da parte del governo centrale di Kiev di intraprendere quel percorso di riforme sociali ed economiche di cui il Paese necessità disperatamente.

Non si può certamente ignorare il fatto che le intenzioni di Kiev di portare acqua al proprio mulino possano essere una ottima motivazione per rimettere zizzania tra le parti in causa, come riportato dal quotidiano russo “Vzglyad” (Punto di vista, in russo): l’imminenza della riunione del G7 nella quale si parlerà della crisi ucraina; d’altro canto lo stesso Yatseniuk si era appellato ai sette grandi affinchè si prendessero dei seri provvedimenti contro il Cremlino. Un altro segnale di tensione è stato il fallimento della riunione trilaterale dei gruppi di contatto Kiev-Mosca-Osce nei giorni scorsi proprio a Minsk. In fondo, le milizie ribelli e i governi delle autoproclamate repubbliche indipendentiste non nutrivano un particolare interesse nel mutare lo status quo. Piuttosto il governo ucraino ha ripetutamente manifestato il suo rifiuto nel barattare la ripresa del controllo sul Donbass con la rinuncia alle proprie (o altrui) ambizioni euroatlantiche. Le vicende in tal senso si prefigurano come sempre più torbide, dopo la notizia diramata da diversi siti circa l’hackeraggio della posta elettronica di George Soros, facendo emergere dei carteggi riservati con il presidente Petro Poroshenko. Le missive conterrebbero delle rassicurazioni da parte del tycoon americano verso il Capo dello Stato ucraino circa il sostegno militare ed economico del conflitto, con la promessa di far intervenire il ministro del tesoro americano, Jacob Lew. Dulcis in fundo, si somma a ciò la recente approvazione da parte della Verkhovna Rada di una legge che consente l’ingresso di truppe straniere in territorio ucraino autorizzate da risoluzioni ONU o delibere dell’UE con scopi di sicurezza e di peace-enforcement (!?), escludendo da tale provvedimento le forze militari appartenenti ai Paesi con cui l’Ucraina è in contrasto (ma va’!).

Un puzzle che, anziché ricomporsi, sembra sparpagliarsi sempre di più, impedendo agli attori in campo di trovare la via da imboccare per una soluzione della crisi. Gli spettri stranieri alle spalle del governo-fantoccio ucraino si manifestano sempre più prepotentemente sulla scena, nel mentre che le vittime di questa situazione si trovino sempre più spaesate e senza dei riferimenti di natura politica, economica e sociale. È ormai palese che una situazione come questa, scongiurando le imponderabili ipotesi di un confronto a viso aperto, tenderà a mandare alla deriva un popolo attanagliato dalla fame e dalla disperazione, come più volte paventato dal presidente del governo regionale di Crimea, lasciando l’Ucraina sotto il giogo dei creditori. L’umanitarismo di circostanza non è un mezzo per risolvere i conflitti, ma combattere una logorante guerra di strategia e di dietrologie economiche sullo scalpo della povera gente non è neppure machiavellicamente giustificabile.