Altre esplosioni che scuotono il cuore della Turchia, altre bombe che colpiscono dritte nei luoghi più sensibili ed importanti di un paese che oramai convive in maniera costante con la tensione e la cui normalità è scandita dai suoni delle sirene di ambulanze e Polizia. I kamikaze stavolta entrano in azione in una delle zone considerate più sicure dell’intera nazione, ossia nei locali interni dell’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, luogo dove migliaia di persone si muovono ad ogni ora visto che questa infrastruttura è un vero e proprio maxi hub per gran parte dei voli diretti verso il medio oriente e l’Asia minore, oltre ad essere approdo privilegiato della flotta della Turkish Airlines, oramai una delle prime compagnie al mondo. Ben si può capire quindi l’interesse strategico che ha l’aeroporto colpito dai kamikaze quando ad Istanbul da poco sono scoccate le ore 22:00 di un normale ed affollato martedì di fine giugno; un interesse troppo grande per poter pensare che il terrorismo che da mesi insanguina la Turchia può penetrare all’interno di questi grandi locali, nemmeno dopo le bombe all’aeroporto di Bruxelles la percezione della sicurezza si è abbassata presso l’Ataturk International. Eppure due kamikaze si fanno esplodere mentre il terminal delle partenze internazionali, lì dove hanno colpito, è affollato di gente intenta ad imbarcarsi sui propri voli; non solo gli attentatori suicidi, ma pare che a colpire sono anche altri terroristi armati di kalashnikov i quali hanno seminato il panico tra altri passeggeri in altre sale dell’aeroporto. A poche ore dall’inizio degli attacchi, le dinamiche sono ancora poco chiare, ma assomigliano molto a quelle viste in azione nel centro di Parigi lo scorso 13 novembre 2015, con una combinazione letale di attentatori kamikaze ed assaltatori armati che sparano su una folla inerme e già impaurita per le prime esplosioni.

Anche per questo motivo, in tanti sono orientati a pensare che gli autori di questo attentato siano alcuni affiliati all’ISIS, se così fosse il mese di giugno si potrebbe ritenere tra i più funestati dalla barbarie del califfato visto quanto accaduto ad Orlando ed a Parigi nelle scorse settimane; quella di martedì sera, è l’ennesima strage compiuta in Turchia negli ultimi 12 mesi: il terrorismo tra il 2015 ed il 2016 colpisce molte parti del paese, dal profondo sud che confina con la Siria, fino alla capitale Ankara durante una manifestazione e nella stessa Istanbul, dove si registra una media di un grave attentato ogni due mesi. E’ questa la Turchia di Erdogan; il presidente turco, con le sue mire neo ottomane, trascina il paese in un caos interno con pochi precedenti grazie al quale nessuna zona può ritenersi sicura, nemmeno quella di uno dei più grandi ed importanti aeroporti del mondo. La sua azione contro i curdi, così come la propria voglia di disgregare la Siria, minano giorno dopo giorno la sicurezza e l’integrità nazionale eppure proprio le recenti bombe permettono ad Erdogan di poter far presa con la sua retorica anti terrorismo; anzi, il presidente turco utilizza gli attacchi contro i civili come pretesto e giustificazione di molte leggi liberticide, di molte condanne di numerosi giornalisti indipendenti ed, in generale, di uno sprofondamento in senso autoritario della sua presidenza, durante la quale allontana persino il suo delfino Davutoglu dalla carica di primo ministro e capo del governo.

Una tensione che alimenta voglia di sicurezza per i turchi, cavalcata in maniera preponderante da Erdogan che, nelle prossime ore, non mancherà di certo l’invocazione della mano dura contro ogni forma di terrorismo; come detto in articoli passati, dietro quel ‘ogni’ del presidente turco, si cela la sua strategia futura: ad ‘ogni’ bomba, si arma la mano di esercito e Polizia che vengono autorizzati al pugno duro verso chiunque venga considerato, per qualche motivo, terrorista o complice dei nemici dello Stato, comprendendo in seno a questa categoria una variegata gamma di gruppi od anche professionisti, come ad esempio gli stessi giornalisti. L’attentato all’aeroporto di Istanbul, arriva in un momento molto delicato per la diplomazia di Ankara: prima l’accordo con Israele che mette fine a sei anni di presunta discordia per via dell’incidente della Flottilia del 2010, poi le scuse ufficiali alla Russia per l’abbattimento di un jet di Mosca in Siria a novembre, infine la sempre viva questione siriana che non manca di trascinare dentro per un motivo o per un altro il governo turco. Se davvero quella che ha agito martedì sera è la mano dell’ISIS, si potrebbe ipotizzare una reazione degli uomini del califfato alle azioni di Ankara nel nord della Siria, dove i mercenari agli ordini di Al Baghdadi sembrano essere stati abbandonati dai turchi a favore invece di altri mercenari, quelli di Al Nusra, impegnati nella decisiva battaglia di Aleppo.

Ma è ancora presto per tracciare il quadro esatto della situazione e capire il contesto che porta agli attacchi presso l’aeroporto di Istanbul; di certo, come detto prima, essi arrivano in un momento delicato per la politica estera turca che mai come adesso mostra tutti i suoi difetti e tutte le sue ambiguità e che mai come adesso fa risaltare fuori tutti gli errori di Erdogan, molti dei quali compiuti nella foga di assecondare le velleità del suo governo di estendere l’influenza di Ankara in molte zone del medio oriente. Gli attentati, in un modo o nell’altro, sono figli di questi errori e diretta conseguenza dell’instabilità prodotta negli anni dal governo: se oggi appare facile per i terroristi colpire la Turchia più di ogni altro paese europeo, lo si deve soprattutto al fatto che quella ‘autostrada della jihad’ alimentata da Erdogan verso la Siria, oggi viene percorsa da molti terroristi nel verso opposto.

La Turchia appare come un immenso campo di battaglia: nel sud est del paese, continuano da parecchi mesi le azioni ufficialmente di ‘Polizia’ in funzione anti curda ed anti PKK, che mietono vittime e durante le quali si radono al suolo interi quartieri di importanti città; le principali metropoli turche sono oggetto di continui attentati terroristici e la popolazione appare in preda ad una costante ansia. In definitiva, non è azzardato parlare di un paese in fiamme con un governo che continua ad alimentarle od al massimo a non far nulla per spegnerle; le bombe di Istanbul planano mentre Ankara con una mano contribuisce alla prosecuzione del conflitto in Siria e con l’altra tiene per i capelli i rappresentanti dell’Unione Europea sul fronte dell’emergenza migranti e, in mezzo a questi continui giochetti politici, i cittadini turchi oramai sono rassegnati nel sentirsi vulnerabili in ogni luogo del paese chiedendosi ogni giorno semplicemente dove e quando scoppierà il prossimo ordigno. Uno scenario del genere, risulta senza dubbio essere emblema di cosa è oggi la Turchia di Erdogan, vera e propria mina vagante in un contesto mediorientale già di per sé compromesso e pericoloso.