Ennesimo attentato nel cuore dell’Europa e ancora una volta a causa di un flop dei meccanismi di monitoraggio nei confronti di soggetti ben noti all’intelligence; misure che dovrebbero servire a prevenire gli attacchi, ma a quanto pare così non è stato. Il caso dell’aggressione di giovedì a una pattuglia di polizia a Berlino ha però delle dinamiche ancor più assurde, in primis per la condizione del soggetto in questione, l’iracheno Rafik Youssef, che era allo stesso tempo “terrorista” e “rifugiato politico”; in secondo luogo perché non era un esaltato qualunque, ma un ex membro di un gruppo qaedista iracheno con alle spalle una lunga lista di accuse; in terzo luogo perché invece di scontare la pena alla quale era stato condannato nel 2008, era stato rilasciato con la condizionale nonostante fosse un soggetto socialmente pericoloso; inoltre perché Rafik non ha avuto alcun problema a togliersi il braccialetto elettronico prima di scendere in strada armato di coltello.

Andiamo con ordine partendo dal fatto:

Nella mattinata di giovedì 17 settembre la polizia berlinese riceve numerose telefonate per segnalare la presenza, nel quartiere di Spandau, di un “pazzo armato di coltello”, un uomo alto e magrissimo, capelli scuri e barba, che si aggira per la zona minacciando i passanti. All’arrivo delle prime auto della polizia, sul posto segnalato, l’uomo si scaglia contro una poliziotta e le infila il coltello vicino alla clavicola, l’altro agente apre il fuoco e scarica diversi colpi contro il terrorista che morirà poco dopo durante il trasporto in ospedale. L’agente donna è stata operata d’urgenza ed è ora fuori pericolo. Fin qui nulla di particolarmente insolito, un’aggressione da parte di un pazzo esaltato? E invece no, perché Rafik Mohammed Youssef (41) era molto di più, era un ex membro del gruppo estremista sunnita Ansar al-Islam, nato nel 2001 nel nord dell’Iraq e responsabile di decine di attacchi suicidi, tra cui quello all’interno della mensa di una base militare americana a Mosul, il 21 dicembre 2004, che causò la morte di 14 soldati statunitensi. Ansar al-Islam aveva però una particolare predilezione per gli attentati contro partiti e istituzioni curde, con attacchi suicidi contro le sedi dell’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) e contro obiettivi governativi iracheni. In aggiunta, il 29 agosto 2014, una cinquantina di comandanti dell’organizzazione avevano giurato fedeltà all’ISIS, mentre altri esponenti rigettavano l’alleanza, restando di fatto legati ai qaedisti.

Rafik Youssef era stato arrestato nel 2004 dalla polizia tedesca mentre stava pianificando un attentato a Berlino dell’allora premier iracheno Iyad Allawi e fondatore del partito sciita INA (Iraqi National Accord), in visita ufficiale in Germania. Youssef era infatti un acerrimo nemico dei curdi e degli sciiti, un elemento su cui riflettere, considerando anche lo scenario mediorientale dei primi anni del 2000, con indipendentisti curdi che venivano bollati dall’occidente come terroristi e l’Iran come “stato canaglia”. Assieme a Youssef vennero arrestati anche Ata Abdulaziz Rashid e Mazen Ali Hussein, tutti membri di Ansar al-Islam. Youssef nel 2008, dopo un lungo processo, era stato condannato a 8 anni di carcere per poi venire rilasciato con la condizionale nel 2013, con obbligo di portare il braccialetto elettronico e il divieto di contattare altri membri di Ansar al-Islam. Sarebbe interessante sapere il motivo per cui Youssef è stato rilasciato, magari per buona condotta? Assolutamente no. Il magistrato Rebsam-Bender lo ricorda bene come “personalità complessa, difficile” e come uomo “irascibile e incapace di controllarsi”. Nel 2013 Youssef si era distinto per alcuni comportamenti aggressivi, tra cui delle ingiurie a degli agenti di polizia e ad un magistrato. Insomma, non certo il candidato ideale per una “condizionale”, visti i precedenti e il profilo psicologico.

Rafik Mohammed Youssef non poteva neanche essere rimpatriato in quanto “rifugiato politico”; se fosse tornato in Iraq sarebbe stato condannato alla pena di morte. Insomma, terrorista o “perseguitato politico”? A giudicare dal “curriculum vitae” del soggetto in questione, è un po’ difficile farlo passare per “rifugiato politico”, anche perché se così fosse, allora in Europa potrebbero tranquillamente entrare centinaia di jihadisti lamentando “persecuzione” da parte dei cattivoni di turno a casa propria e non è detto che non sia già successo e non stia succedendo oggi, magari sfruttando il flusso di “profughi” da est. In passato jihadisti e predicatori dell’odio del calibro di Abu Qatada e Anwar Shabaan trovarono asilo rispettivamente in Gran Bretagna e Italia in quanto, se rimpatriati, avrebbero rischiato la pena di morte. Curiosamente però le stesse regole non valsero per Abdullah Ocalan, leader del PKK, frettolosamente cacciato dall’Europa per essere poi attirato in un tranello in Kenya, dove venne arrestato dai turchi. Altro fatto interessante, Rafik Youssef era considerato pericoloso, sorvegliato dai servizi di sicurezza e soggetto sul quale la polizia emetteva rapporti giornalieri, un profilo anomalo per un rilascio con condizionale. Nonostante ciò , Rafik giovedì mattina non ha riscontrato alcun problema nel togliersi il braccialetto elettronico, teoricamente non rimovibile, almeno così dovrebbe essere, per poi riversarsi in strada armato di coltello. Una storia che vacilla dall’inizio alla fine e che sembra quasi la scena di uno di quei film d’azione dove accade l’impossibile e l’improbabile, ma invece è la triste realtà e se oggi non siamo qui a piangere l’ennesima vittima del terrore è proprio grazie alla prontezza di riflessi di uno dei due agenti aggrediti, che non ha esitato un momento nel compiere il suo dovere.