Per tutti coloro che conoscono anche superficialmente la Storia d’Europa, la caduta di Costantinopoli ha da sempre rappresentato una data cruciale, uno spartiacque da cui il Mediterraneo ha cambiato per sempre connotati. Caduto il bastione che legava l’antichità romana al presente, Costantinopoli, assediata dagli Ottomani, deponeva le insegne imperiali per diventare col tempo la capitale di un altro Impero e lasciare il campo ad Istanbul. Oggi, nel 2016, non è più Costantinopoli ad essere assediata, ma è lei, sulle coste del Bosforo, a condurre l’assedio. E l’assedio da parte di Costantinopoli/Istanbul non è condotto con le armi né con gli eserciti, ma col ricatto di chi da una parte infiamma il Medio Oriente alleandosi più o meno occultamente al Daesh e distruggendo ogni residuo di civiltà e di Stati tra la Siria e l’Iraq, e dall’altra parte tende la mano, lorda di sangue e di petroldollari, all’Unione Europea, fingendosi la trincea del continente europeo nella difesa contro l’immigrazione clandestina. L’accordo cui si sta per giungere è molto complesso, è vero, ma ahinoi notevolmente semplice da capire, almeno nei suoi aspetto essenziali. Ed è meglio dirlo in parole molto crude, come la situazione geopolitica e la realtà del fenomeno dei rifugiati ci impone: soldi (molti) in cambio di meno profughi in Europa.

L’accordo, infatti, prevede che per ogni clandestino rimpatriato dalla Grecia alla Turchia, un “siriano” sarà inserito in Europa. In cambio di questo accordo, l’UE è disposta a versare tre miliardi di euro ad Ankara, oltre a concedere la possibilità per i turchi di andare in Europa senza visto e di riprendere in futuro il negoziato sull’ingresso della Turchia nell’Unione. Ma qual è il problema? Il problema è con chi si sta facendo l’affare del secolo, cioè il peggior vicino possibile per l’UE, quella Turchia che bombarda i curdi, che provoca attentati, che non controlla appositamente le frontiere, che fa affari con il Califfato, che odia la Russia, che scatena le sue forze di polizia contro le proteste di piazza e che, in ultimo, si avvicina sempre di più verso il sunnismo di Stato. In questa Turchia divisa tra l’astro nascente Davutoglu e il sultano Erdogan, la meschina politica estera europea non può che piegare il capo. Divisa al suo interno tra chi è favorevole o contrario a questo accordo con Ankara, con la Francia e l’Italia che storcono il naso e la Germania che sembra soddisfatta, ma soprattutto preoccupata dall’arrivo delle migliaia di profughi in quei Balcani dove cova sempre la brace dello scontro etnico, l’Europa non può fare altro che chinare il capo.

La sconfitta dell’Europa, per ora, è soltanto questione di ore se non di giorni. Una resa che nasce da lontano, da quella mancanza di idee, di prospettive future, di politica, nel senso alto del termine, che ha lasciato decidere le sorti dei popoli ai freddi calcolatori bancari e non a progetti di matrice civile. Ed è una sconfitta anche nel senso che si vuole dare a questa Europa, perché tra la Russia e la Turchia, si sceglie la Turchia, quindi la NATO, quindi chi fa affari con chi ha distrutto il Medio Oriente e sostiene il terrorismo internazionale, quindi con il nemico della Russia, quindi con il Paese che dal laicismo di Ataturk si sta spostando verso la deriva islamista di Erdogan. È una scelta che mette in luce non tanto la miopia del sistema europeo, ma la mancanza di volontà di leggere la situazione in senso ampio, e compiere scelte di campo scegliendo sempre la via non solo più complicata, ma anche la più miserabile. L’Europa si arrende. Ma si arrende non agli altri, ma a sé stessa. Alla peggiore Europa che potevamo creare, che tradisce la sua Storia e la sua possibilità di combattere il Male per sporchi giochi elettorali o per dare sempre, a tutto, un prezzo: anche a costo di inchinarsi al Sultano.