L’analisi della geopolitica cinese rappresenta a tutti gli effetti un vero e proprio rompicapo. Nella sua lunga corsa verso i vertici del sistema internazionale, infatti, il Paese di Mezzo si trova di fronte alla necessità di interfacciarsi con un’ampia pletora di interlocutori e di veicolare in maniera funzionale i propri interessi. Negli ultimi mesi chi scrive ha descritto l’architettura geopolitica che Pechino ha costruito negli ultimi anni descrivendo il complesso sistema economico, politico, militare e strategico che è alla base dei rapporti della Repubblica Popolare con le principali potenze attive nello scenario della macroregione asiatico-pacifica: Russia, Stati Uniti, Giappone e India. Con tutte e quattro questi importanti attori geopolitici, la Cina sta sviluppando una relazione ad alta intensità, mediata da una tendenziale convergenza tra interessi strategici di lungo periodo, convergenze o divergenze tattiche di breve termine e influenze del substrato storico dei rapporti bilaterali, secolari nel caso di India e Giappone, più recenti per quanto riguarda Stati Uniti e Russia. In ogni caso, il quadro tracciato porta a delineare un sistema complesso nel quale non si può dire in partenza se la situazione attuale sia destinata a protrarsi negli anni a venire, sia che si parli dell’attuale alleanza geopolitica tra Cina e Russia sia che l’oggetto dell’analisi sia l’ampia contrapposizione strategica nell’Oceano Pacifico tra Pechino e Washington.

In questo contesto decisamente “liquido”, la Cina continua ad avere nel Pakistan un importantissimo punto di riferimento, dato che la potenza musulmana rappresenta, allo stato attuale delle cose, l’alleato di più lungo corso della Repubblica Popolare e una pedina fondamentale per la strategia d’ampio raggio che essa sta sviluppando in questi anni. Tradizionalmente, infatti, Pechino e Islamabad avevano sviluppato una convergenza dettata principalmente dalla comune contrapposizione con l’India, e incentivata dall’isolamento internazionale di entrambi i paesi a cavallo tra la metà degli Anni Sessanta e i primi Anni Settanta: risale infatti al 1966 il primo protocollo d’intesa per la cooperazione militare, a cui seguì un patto per un’alleanza strategica nel 1972 e un accordo di cooperazione economica su larga scala nel 1979. Nel 1989, quando le proteste di Piazza Tienanmen portarono a un generale coro di proteste da parte della comunità internazionale contro la Repubblica Popolare Cinese, il Pakistan fu l’unico paese, assieme a Cuba, a offrire il proprio appoggio incondizionato all’operato del governo di Pechino.

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Due militari, uno pachistano l’altro cinese, in un gesto di fratellanza

L’ascesa repentina della Cina a cavallo tra i due secoli ha in seguito proiettato il governo di Pechino in una posizione geopolitica completamente nuova: in questo mutato contesto, il rapporto con Islamabad è stato ulteriormente valorizzato, e i vincoli politici ed economici hanno reso sempre più salda un’alleanza non più pensata come un semplice fronte comune anti-indiano. Se infatti, dopo l’ultima guerra del 1999, i contenziosi tra Islamabad e Nuova Delhi sono proseguiti sulla scia di una tensione protrattasi sino agli ultimi mesi, il salto di qualità della geopolitica cinese ha portato il governo di Pechino a riqualificare la sua relazione con il grande vicino indiano, come analizzato da chi scrive in un precedente articolo.

Nei fatti, tra Cina e Pakistan si è prodotta una convergenza multilivello dettata da numerosi fattori di ordine tattico e strategico: in primo luogo, ha pesato la volontà di Pechino di costituire una sfera di influenza autonoma volta a veicolare la sua proiezione geopolitica; in secondo luogo, la delicata situazione in cui il Pakistan si è venuto a trovare dopo l’intervento statunitense in Afghanistan ha spinto prima il generale Pervez Musharraf e poi il premier Nawaz Sharif ad approfondire i legami con la Repubblica Popolare; infine, il rafforzamento della sintonia sino-pakistana è stato incentivato dallo slittamento del baricentro geopolitico ed economico dell’ordine internazionale verso l’area indo-pacifica. In The China-Pakistan Axis: Asia’s New Geopolitics, il saggista britannico Andrew Small ha indagato i profondi legami che si sono venuti a creare nel corso del tempo tra Cina e Pakistan e hanno portato alla definizione di quella che Christophe Jaffrelot, direttore del centro studi della Grande Ècole Sciences Po di Parigi, ha definito come 

«una delle più resilienti e paradossali relazioni bilaterali dell’epoca post-coloniale […] costituitasi nell’arco di mezzo secolo al di là delle divisioni ideologiche»

Che necessariamente si sono prodotte tra uno Stato comunista monopartitico ed una repubblica di impronta islamica. Small amplifica il campo d’indagine superando il tradizionale, e semplicistico, riferimento esclusivo al triangolo sino-indo-pakistano e delineando un quadro prospettico d’ampia portata che considera anche i possibili influssi producibili dall’alleanza sino-pakistana sull’evoluzione interna dell’Afghanistan, che nel lungo periodo potrebbe gravitare attorno al sistema geopolitico che unisce le due nazioni. Il progetto d’integrazione strategica tra i due paesi rappresenta una delle chiavi di volta del piano geopolitico cinese One Belt, One Road (OBOR) focalizzato sulla realizzazione di una versione contemporanea della storica “Via della Seta” avente ramificazioni terrestri e marittime. A tal proposito, la costituzione del previsto corridoio economico sino-pakistano (China-Pakistan Economic Corridor, CPEC) consentirà a Cina e Pakistan di porre una vera e propria pietra miliare: il governo pakistano presenta il progetto come:

«Un percorso verso la regionalizzazione dell’economia in un mondo globalizzato»

Destinato a produrre “pace e sviluppo” e a essere un affare win-to-win per i contraenti. Il volano dell’amicizia sino-pakistana, al giorno d’oggi, è il progetto di costituzione di un alternativo modello di globalizzazione ad opera del governo di Pechino, condotto attraverso operazioni di ampissimo respiro: nei prossimi anni, attraverso una serie di investimenti infrastrutturali del valore complessivo di 51,5 miliardi di dollari, volti a costruire reti autostradali e ferroviarie, poli industriali e logistici e gasdotti, la città di Kashgar, nello Xinjiang, beneficerà di un collegamento diretto con il porto strategico di Gwadar, nel Balochistan.

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La Karakorum Highway, la strada asfaltata più alta al mondo, collega Cina e Pakistan attraverso il passo Khunjerab sito a 4.693 metri sul livello del mare. Tale importante infrastruttura sarà inglobata nella rete logistica del corridoio sino-pakistano in via di realizzazione. Nella geopolitica contemporanea, la rilevanza strategica dei passi montani e delle linee delicate di collegamento ad essi connesse assume rilevanza ancora maggiore rispetto al passato: l’impervia conformazione morfologica della regione contribuisce a individuare nel tratto di confine tra Cina e Pakistan uno degli snodi più delicati del CPEC

Tra i più importanti progetti in via di realizzazione collegati al CPEC, che saranno condotti utilizzando capitali forniti principalmente dalla Repubblica Popolare, si segnalano una linea di treni ad alta velocità che collegherà Karachi a Peshawar, accorciando notevolmente i tempi di comunicazione interni al Pakistan, nonché l’avveniristico Quaid-e-Azam Solar Park, l’impianto di produzione fotovoltaico intitolato al fondatore del Pakistan e destinato a diventare il più grande al mondo nei prossimi anni, oramai in via di completamento nella regione del Punjab. Il terminale del CPEC, il porto di Gwadar, è stato inoltre individuato come uno dei possibili componenti della String of Pearls, la “collana di perle” di basi navali che si ipotizza la Cina potrebbe avere intenzione di sviluppare per consolidare sotto il profilo militare il controllo economico sulla nuova “Via della Seta”. Di certo, allo stato attuale delle cose, vi è la continuità conosciuta dai rapporti militari tra Cina e Pakistan anche dopo l’inizio dell’ampia collaborazione economica. Lo scorso 19 aprile la Repubblica Popolare ha concluso il suo più grande accordo di vendita di dispositivi militari della sua storia, firmando con Islamabad un’intesa che frutterà alla Cina 5 miliardi di dollari in cambio della consegna di otto sottomarini alla Marina del Pakistan. Nel frattempo, tuttavia, la Cina compie ogni mossa per evitare che l’India possa sentirsi eccessivamente minacciata dalle manovre congiunte tra Pechino e Islamabad nell’area operativa regionale, e sta procedendo ad analoghi protocolli di intesa economica con Nuova Delhi, tra cui spicca il piano per il corridoio BCIM (Bangladesh, China, India, Myammar) destinato a collegare Kolkata a Kuming, nello Yunnan.

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Nell’ottobre 2015, il Pakistan ha testato con successo il missile a corto raggio NASR, capace di portare testate nucleari, che si prevede verrà fornito ad unità posizionate vicino agli insidiosi confini afghani e nella regione contesa del Kashmir. Quest’ultima area, su cui vengono a confondersi gli interessi geopolitici di Cina, India e Pakistan, è l’unica regione al mondo in cui i confini di tre potenze nucleari si incontrano: questo dato, nonostante il numero relativamente basso di testate in mano ai tre Stati, dà un’idea della pericolosità potenziale dell’instabilità del confine indo-pakistano nell’area del Kashmir, ove gli eserciti di Nuova Delhi e Islamabad sono perennemente intenti ad operare intimidazioni e provocazioni reciproche (© Al Jazeera)

L’evoluzione dei rapporti tra Cina e Pakistan diventerà materia sempre più importante nei prossimi anni: Pechino ritiene il grande Stato musulmano un caposaldo imprescindibile del suo sistema di alleanze, ed è al tempo stesso il paese a cui Islamabad si sente maggiormente vincolata. L’elemento incognito, in questa relazione, è l’India che continua a mantenere freddissimi e tesi rapporti con il Pakistan e vive una relazione ambivalente con la Repubblica Popolare. Sul lungo periodo, la convergenza sino-pakistana potrebbe portare tanto a un riequilibrio delle relazioni nello scacchiere indo-pacifico attraverso il coinvolgimento di Nuova Delhi in protocolli di intesa economica quanto a crisi geopolitiche di ampio respiro se a prevalere sarà la conflittualità di confine nell’area del Kashmir tra India e Pakistan. Un elemento importante sarà il futuro comportamento strategico degli Stati Uniti in Asia Orientale: Donald Trump ha infatti individuato nella Cina un primario rivale strategico e nell’India un importante alleato, ma al contempo non ha esitato a definire “eccezionale” l’operato e la personalità di Nawaz Sharif, primo ministro pakistano. Ci si trova dunque di fronte a una situazione in perenne divenire, che andrà monitorata attentamente nei prossimi mesi: tra le poche certezze dello scenario destinato a diventare centrale nella geopolitica del XXI secolo, vi è in ogni caso la tenuta dell’alleanza tra Cina e Pakistan, che declinandosi sotto il profilo militare, politico ed economico offre ai due paesi la possibilità di un saldo rafforzamento delle loro prerogative nel mondo multipolare.