di Fabio Falchi

È noto che la riforma del sistema politico sovietico voluta da Gorbaciov negli anni Ottanta del secolo scorso innescò un processo che avrebbe aggravato i già difficili rapporti tra la Russia e le altre repubbliche sovietiche, nonché tra la stessa Unione Sovietica e gli altri Paesi del “blocco sovietico”, tanto che, il 1° luglio del 1991, si giunse a sciogliere il Patto di Varsavia e l’8 dicembre dello stesso anno i leader delle repubbliche di Russia, Ucraina e Bielorussia decisero lo di sciogliere la stessa Unione Sovietica, mentre venne costituita la Comunità degli Stati indipendenti. Con la fine dell’Unione Sovietica terminava però anche quell’equilibrio bipolare che aveva caratterizzato la politica internazionale nel secondo dopoguerra. Un equilibrio che, in quanto basato sulla consapevolezza da parte delle due superpotenze che nessuna delle due avrebbe potuto sconfiggere l’altra in una guerra termonucleare, aveva impedito che la guerra fredda potesse degenerare in una vera e propria guerra. Non che la guerra fredda fosse una sorta di “pantomima”, come oggi qualcuno pensa solo perché l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti non si scambiarono delle “mazzate” termonucleari, ma, per così dire, la tensione fra le due superpotenze si sarebbe scaricata soprattutto in “aree periferiche”. Basti pensare a guerre e conflitti come le guerre di Corea e del Vietnam o gli stessi confitti arabo-israeliani, anch’essi, in un certo senso, “guerre per procura”, perlomeno dopo la cosiddetta crisi di Suez del 1956. Ma queste sono “cose risapute”.

Meno noto forse è il documento NSC-68 (approvato nel mese di aprile del 1950, ossia poco prima dello scoppio della guerra di Corea, ma reso pubblico solo nel 1975) con il quale non solo si riconosceva esplicitamente che il riarmo degli Stati Uniti era essenziale per la ripresa dell’economia statunitense, ma si indicava la necessità di creare delle “aree di crisi” per giustificare tale mutamento di rotta1. Di fatto, il “motore” dell’apparato tecnico-produttivo della potenza capitalistica predominante era ormai chiaramente quello della spesa militare. Si formò così quel Warfare State – o complesso “militar-industriale”, come lo definì nel 1961 lo stesso presidente americano Dwight Eisenhower – che da allora è alla base della politica statunitense, tanto che il sociologo Charles Wright Mills, in un saggio giustamente famoso2, affermò che in America ormai il “vero” potere era detenuto da una élite, i cui membri erano ai vertici delle istituzioni politiche, militari e dei maggiori gruppi economici, e il cui interesse principale consisteva nel generare conflitti e “aree di crisi” in tutto il pianeta, al fine di consolidare e rafforzare il proprio potere. Non dovrebbe sorprendere quindi che la politica di potenza degli Stati Uniti non sia terminata con la scomparsa del Patto di Varsavia.

Invero, dopo il crollo del Muro di Berlino, la politica della Casa Bianca, oltre a rafforzare la presenza statunitense in Asia orientale, ha seguito due fondamentali direttrici (geo)strategiche: Washington, da un lato, ha come obiettivo quello di consolidare le posizioni degli Stati Uniti nel Medio Oriente, spingendosi fino alle regioni del Caucaso e dell’Asia centrale; dall’altro, mira a “controllare” da ovest la stessa Russia, attraverso l’acquisizione di posizioni dominanti nei Balcani e, in generale, in Europa orientale. In sostanza, lo scopo di Washington è quello di impedire che una qualsiasi altra “potenza” (sia o non sia ostile agli Stati Uniti per ragioni di carattere ideologico) giunga a dominare la “regione centrale” dell’Eurasia (che corrisponde, grosso modo, a quell’area che Mackinder definisce Heartland, ovvero il “cuore della terra”). In tal caso, infatti, si formerebbe un nuovo “polo geopolitico” in grado di esercitare anche una forte “attrazione” (politica ed economica) sul continente europeo. Due però sono stati gli eventi che hanno favorito la strategia di Washington: la decisione di Saddam di invadere il Kuwait nel 1991, dando così modo agli Stati Uniti di intervenire direttamente in Medio Oriente, e lo scoppio della guerra civile in Iugoslavia, che ha permesso agli Stati Uniti non solo di mettere saldamente le tende nei Balcani (in particolare nel Kosovo – uno Stato in pratica creato da Washington per installarvi la gigantesca base di Bondsteel), ma di ridefinire la Nato in funzione degli interessi d’oltreoceano. Washington ha potuto così intraprendere una “lunga marcia” verso Est, “inglobando” nella Nato, con il consenso dei “vassalli” dell’Unione Europea, la repubblica Ceca, la Polonia e l’Ungheria nel 1999, e i Paesi baltici, la Bulgaria e la Romania nel 2004. Si tratta di una politica di espansione e di influenza che non è esagerato definire come una sorta di Drang nach Osten (ossia di “spinta verso oriente”) che per la prima volta (non considerando il confine tra la Russia e la Norvegia a nord della Finlandia) ha portato le forze della Nato a “premere” direttamente e minacciosamente sui confini occidentali della Russia.

Ovviamente i lineamenti essenziali della politica di Washington non sono affatto mutati con il “cambio della guardia” alla Casa Bianca avvenuto nel 2008. Obama, a conferma che gli Stati Uniti non hanno alleati permanenti ma solo interessi permanenti, ha cambiato i “mezzi” ma non gli scopi strategici della precedente amministrazione. Preso atto del fallimento della politica di George W. Bush in Iraq e in Afghanistan, nonché dei rischi connessi ad una “sovraesposizione imperiale” degli Stati Uniti, Obama ha lasciato ampio margine di manovra alle petromonarchie del Golfo (in particolare all’Arabia Saudita e al Qatar) in Medio Oriente e, in generale, nel mondo musulmano, mentre ha lasciato che la Nato, dopo aver “inglobato” nel 2009 pure la Croazia e l’Albania, continuasse la sua “spinta verso oriente”, al fine di poter piantare la bandiera americana anche in Ucraina, puntando però in questo caso soprattutto sull’azione di Ong e di “quinte colonne” di vario genere, non esclusi movimenti neonazisti. La situazione disastrosa che si è venuta così a creare è sotto gli occhi di tutti: una Libia “allo sfascio”, in cui hanno messo radici perfino i terroristi dell’Isis (un movimento islamista nato dalle “ceneri” dell’Iraq di Saddam); una emigrazione di massa del tutto fuori controllo e che “preme” su un continente europeo, già stretto nella morsa di una crisi economica (di cui Washington è in gran misura responsabile, per aver tolto ogni “freno” al capitalismo finanziario) che ha cancellato un secolo di conquiste sociali; una Siria “infestata” da una miriade di bande armate islamiste, ma che comunque resiste da quattro anni e mezzo ad una aggressione finanziata e sostenuta dalle petromonarchie del Golfo, nonché dalla Turchia di Erdogan, e che ha già causato centinaia di migliaia di vittime, milioni di profughi e danni e lutti immensi.

Né in Ucraina la situazione è migliore. Qui Washington non ha esitato ad appoggiare un golpe per rovesciare il legittimo presidente (corrotto, ma non più di tanti politici occidentali, inclusi quelli di “casa nostra”), il quale, conoscendo evidentemente la storia (passata e recente) del suo Paese, cercava di “mantenersi in equilibrio” tra l’Unione Europea (che ormai pare agire come una “quinta colonna” dell’America) e la Russia. Si sa però come è andata a finire. La Crimea si è staccata dall’Ucraina e si è riunita a “furor di popolo” con la Russia. L’azione decisa di Putin a sostegno della secessione della Crimea è stata criticata in Occidente, ma in realtà ha evitato che la Crimea (ceduta da Krusciov all’Ucraina nel 1956; ma notoriamente è l’intera “configurazione geopolitica” dell’Ucraina odierna a non essere che il frutto della vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale) si trasformasse in un lago di sangue come il Donbass, dove continua la “resistenza” dei “ribelli filorussi” che non riconoscono il governo di Kiev dopo il golpe della primavera del 2014. Ma adesso la Casa Bianca è stata pure colta di sorpresa dalla “contromossa” di Putin, ovvero dalla decisione di Mosca di intervenire direttamente in Siria al fine di debellare i terroristi dell’Isis e sostenere il regime di Assad, in quanto permette alla Russia di avere la sua unica base nel Mediterraneo.

Ma il principale scopo strategico di Mosca è un altro. Infatti, è chiaro che la Russia con questo intervento ha dimostrato che se davvero nel Donbass anziché dei semplici “volontari” vi fossero delle “unità regolari” russe, queste disporrebbero di una potenza di fuoco enormemente superiore a quella dei miliziani del Donbass, ma soprattutto ha voluto far capire a Washington che non si può costruire un nuovo ordine mondiale senza la Russia o peggio ancora contro la Russia. Vale a dire che la fase del cosiddetto “unipolarismo” statunitense appartiene ormai al passato e che occorre dar vita ad un ordine mondiale di carattere multipolare. Altrimenti ad ogni azione della Nato e degli Usa seguirà una reazione “uguale e contraria” della Russia. Si è venuta a creare dunque una situazione talmente “incandescente” che con ogni probabilità la Nato sarebbe già in guerra contro la Russia se non ci fosse il rischio di andare incontro ad un conflitto termonucleare. Ma gli “squilibri” che si sono prodotti a causa della politica di potenza degli Stati Uniti negli ultimi decenni non lasciano molto spazio all’ottimismo. Né si può ignorare che gli Stati Uniti hanno potuto contare sui “vassalli” europei per conseguire i propri scopi strategici, infischiandosene del diritto internazionale e del diritto dei popoli, mentendo pubblicamente (come non ricordare il discorso all’Onu di Colin Powell secondo cui le armi di distruzione di massa possedute da Saddam erano un pericolo per la pace nel mondo che doveva assolutamente essere eliminato?) e ricorrendo alle cosiddette “guerre umanitarie” per eliminare quei governi che non si piegavano ai diktat di Washington.

Difficilmente quindi tutto questo sarebbe potuto accadere senza il consenso tacito o esplicito di gran parte degli europei e soprattutto degli intellettuali europei. Non di tutti però. Certo non di Manlio Dinucci, che in questi ultimi venticinque anni ha puntualmente descritto con grande chiarezza e lucidità intellettuale la politica di “pre-potenza” di Washington e della Nato, che altro non è se non il braccio armato degli Stati Uniti in Europa, anche se il suo ruolo è stato integrato nella costruzione di un ordine mondiale a guida statunitense. Merito dell’editore Zambon è allora quello di aver raccolto in un unico volume le riflessioni e i commenti di Dinucci (tra cui quelli pubblicati settimanalmente su “il manifesto”) sulle operazioni belliche e le strategie, più o meno occulte, della Nato e degli Usa3. Il sottotitolo del libro, Annali della strategia Usa/Nato (1990/2015), non potrebbe illustrare meglio il contenuto del volume. Otto sono i principali conflitti trattati da Dinucci: la prima guerra del Golfo, la guerra civile in Iugoslavia, la cosiddetta “guerra al terrorismo” dopo l’11 settembre 2001, la guerra in Afghanistan, l’invasione dell’Iraq nel 2003, la distruzione della “Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista”, la guerra “coperta” contro la Siria e infine il golpe in Ucraina e il conflitto che ne è seguito, ad un “passo” cioè dalla guerra contro la Russia. Dinucci non rinuncia neppure a svelare i “retroscena” della politica internazionale del “dopo guerra fredda”, ma cifre e fatti, benché perlopiù ignorati o presentati in modo palesemente “distorto” dai media mainstream, sono sempre ben documentati e analizzati con sobrietà intellettuale e alla luce di un equilibrato realismo (geo)politico. Tuttavia, ancora più significativo del sottotitolo è il titolo stesso del libro di Dinucci, ovverosia L’arte della guerra, che è anche il titolo del capolavoro di Sun Tzu (vissuto a cavallo tra i secoli VI e V a. C. secondo la datazione tradizionale, ma più probabilmente nel IV secolo a. C.), un’opera che a distanza di oltre due millenni è indubbiamente ancora attuale.

Non a caso Dinucci ha scelto di premettere ad ogni capitolo del libro una frase tratta dal capolavoro del pensatore cinese, secondo il quale lo stratagemma, la diplomazia e l’inganno sono “armi” di cui la politica si deve avvalere per conseguire i propri scopi, tanto che non vi è miglior stratega di chi riesce a sconfiggere il nemico senza che sia necessario combattere. Del resto, Dinucci mette bene in evidenza come Obama preferisca lo spionaggio e le “azioni coperte” piuttosto che l’uso della forza convenzionale come George W. Bush. Ma leggendo il libro di Dinucci non si può fare a meno di ricordare anche l’opera del grande teorico prussiano della guerra, Carl von Clausewitz, talora considerato (a torto) come il principale esponente del militarismo prussiano. In realtà, per Clausewitz, nonostante il suo modo di esprimersi possa apparire “involuto” e “oscuro”, è lo scopo politico che conta in guerra. Pertanto, la supremazia del Politico rispetto agli “affari militari” per il pensatore prussiano è fuori discussione. Questo, peraltro, è il senso della sua celebre affermazione spesso fraintesa (a cominciare dai vertici militari della Germania “guglielmina”) secondo cui la guerra non è altro che la prosecuzione della politica con altri mezzi. Ma quando Clausewitz scriveva erano i governi degli Stati nazionali europei a “decidere” della guerra e della pace. Chi “decide” invece oggi in Occidente, se non quel sistema del potere di cui fanno parte coloro che occupano le posizioni strategiche dell’economia, della finanza, delle forze armate, dei “servizi” e della politica degli Stati Uniti? L’opera di Dinucci è certo la migliore risposta che si possa dare a questa domanda, ma al tempo stesso dimostra, sia pure implicitamente, che è solo il Politico che può evitare l’irreparabile, a condizione che non si sottragga alle sue responsabilità. Tuttavia, Dinucci ha messo di fronte alle proprie responsabilità non solo i politici europei ma anche ciascuno di noi, facendoci guardare “in faccia” la realtà. In definitiva, con questo libro Dinucci ha tolto davvero ogni alibi a chi pensa di potersi “giustificare” affermando che non è possibile sapere dove conduca la politica di potenza dell’Occidente.

1Vedi Gabriel Kolko, Il libro nero della guerra, Fazi Editore, Roma, 2002, pp. 442-443.

2 Charles W.right Mills, L’élite del potere, Feltrinelli, Milano, 1986.

3 Manlio Dinucci, L’arte della guerra. Annali della strategia Usa/Nato (1990/2015), Zambon, 2015.