La vittoria di Mauricio Macri archivia definitivamente l’epoca del kircherismo in Argentina. Un successo risicato – il 51,40% contro il 48,60% di David Scioli – che però non impedirà al politico liberale di governare con una maggioranza (risicata) e che sancisce un cambio di tendenza negli assetti politici del Sudamerica. È innegabile che la politica di stampo socialista sia entrata in sofferenza in tutta l’America Latina: le difficoltà del Venezuela a rischio default, il brusco rallentamento dell’economia e l’impasse politica del Brasile, la sottoscrizione del TPP da parte di Cile e Perù, sono tutti chiari segnali dell’indebolimento dello “spirito bolivariano”.

Tireranno un sospiro di sollievo a Washington – e di riflesso anche alcuni italiani ancora invischiati con i Tango Bond -, perché la marea socialista che voleva affrancare il continente dalle ingerenze dei Gringos inizia a rifluire. D’altronde sono lontani i tempi della Guerra Fredda in cui la vittoria di partiti di sinistra equivaleva a un atto bellico, facendo scattare operazioni coperte e colpi di Stato. La finanza è più paziente, ti stritola pian piano e non teme nazionalizzazioni di sorta. La sconfitta di Scioli è però assai più grave di quanto i numeri stessi raccontino. Il candidato, erede designato della presidentessa, ha bruciato tutto il vantaggio con cui partiva (36,86% contro 34,33%) e non è riuscito a ottenere il sostegno dell’elettorato che al primo turno aveva votato il più radicale Sergio Massa. Ancora una volta si deve prendere atto come, in politica, il travaso di voti da due candidati sulla carta più affini non equivalga alla somma degli stessi. Così al ballottaggio il “peronismo tradizionale” ha aiutato maggiormente il candidato di Cambiemos piuttosto che l’alleato più naturale.

Macri ha puntato tutto sulla fine di un’epoca – i dodici anni di grande K -, sulla speranza del Paese di uscire dall’isolamento economico, promettendo però di non toccare i diritti e le riforme sociali approvate in precedenza. Ora bisognerà vedere come il presidente del Boca Junior riuscirà a coniugare l’apertura al Mercato con il welfare state che faticosamente è stato introdotto nel Paese. Più che lo scarso appeal di Scioli è stato la decisiva intromissione della Kirchner nella campagna elettorale a far pendere l’ago della bilancia verso Macri. Hanno fatto più danni le sparate della Casa Rosada per intimorire l’elettorato che il fascino del sindaco di Buenos Aires. Spaventare i cittadini sulle conseguenze del loro voto – eccetto che quando si tratta di Euro – è sempre controproducente: si smette di parlare di programmi e misure da prendere per scontrarsi sull’incognita. E dopo dodici anni è facile pensare che la voglia di cambiamento prevalga su una continuità fondata sul timore.
Pesano sulla sconfitta di Scioli le divisioni e le scissioni interne al peronismo, incapace di andare oltre a una contrapposizione pro o contro Cristina. Solo la presenza dell’ingombrante Massa è riuscita a portare un minimo di attenzione sulle politiche concrete che il nuovo presidente dovrà applicare. L’Argentina diventa ora il banco di prova per testare cosa un governo conservatore possa fare per allinearsi al Mercato, senza ricascare nelle vecchie formule liberiste così care ai “latifondisti della politica”.

Macri è il primo presidente delle Repubblica a non essere un militare, un peronista o un radicale, ma ha davanti a sé un compito tutt’altro che facile. Ha promesso di “costruire un’Argentina a povertà zero” applicando ricette liberiste, riformando lo Stato, senza però rinunciare alle conquiste sociali degli ultimi anni. Dovrà riproporre note ricette economiche – privatizzazioni, taglio della spesa pubblica, svalutazione della valuta e incentivi all’esportazione – con le esigenze della classe media che l’ha votato. Avrà l’ingrato compito di trovare un patteggiamento con i fondi speculativi americani che si sono rifiutati di rinegoziare il valore dei bond, prima di aprire nuovamente il Paese ai Capitali stranieri. Insomma coniugare il libero Mercato con la povertà zero; qualcosa di assolutamente rivoluzionario.

Il voto di domenica è il primo vero campanello d’allarme per l’asse della sinistra sudamericana; chiaro indizio che il rallentamento economico ha spinto la nuova classe media a cedere alle sirene dell’opposizione liberale. Il meccanismo è già ben rodato: le politiche di stampo socialista fanno aumentare un ceto medio che, alla lunga, diventa insofferente dell’autoritarismo del governo; a quel punto si torna a eleggere un politico conservatore che – dietro al paravento del libero Mercato – rimette in sella le vecchie oligarchie e gli interessi stranieri, portando all’ennesima “rivoluzione”. Così in un infinito gattopardesco “tutto cambia affinché nulla cambi.”