Che la nuova leadership di Riyadh voglia dimostrare di essere agguerrita e pronta alla guerra, lo si era già visto nella gestione della crisi yemenita. La sua posizione predominante dentro l’OPEC, nel Consiglio di Cooperazione del Golfo e la sua stretta alleanza con Stati Uniti e Israele gli permette di aspirare al ruolo di potenza regionale in chiave anti-iraniana. È finito il tempo del muoversi sottotraccia, di usare la diplomazia e di appoggiarsi agli americani nel delicato equilibrio mediorientale; il caos controllato che sconvolge la regione richiede un suo impegno diretto contro gli Sciiti e i loro alleati libanesi e siriani. L’operazione Decisive Storm – al di là del nome altisonante – non ha nulla di risolutivo, ma lancia il segnale che ora la nuova monarchia saudita faccia sul serio e disponga di uno esercito capace a combattere. Ovviamente la realtà è leggermente diversa e gli stessi generali si guardano bene dal varcare il confine via terra; perché un conto è bombardare dal cielo un Paese senza forze aeree, un altro scontrarsi sul terreno con le milizie Houthi e una parte dell’esercito yemenita ancora fedele all’ex presidente Saleh. Un terreno difficile e una popolazione fiera, temprata da anni di continua guerra civile che, a suo tempo, diede filo da torcere perfino agli Inglesi.

Dopo il temporaneo cessate il fuoco di cinque giorni – scaduto sabato – sono ripresi i bombardamenti, mentre sono iniziati i colloqui in Arabia Saudita sul futuro del Paese tra alcuni politici locali e leader tribali; eppure c’è poco da aspettarsi da queste tre giornate di incontri dato che gli Houthi hanno rigettato non solo la scelta della località dell’incontro, ma soprattutto la possibilità di una “restaurazione” del presidente Hadi. Un presidente corrotto, screditato agli occhi della maggioranza degli yemeniti che prima l’hanno cacciato da Sana’a e poi gli hanno messo una taglia sulla testa. Formare una coalizione, imporre un embargo navale e compiere raid aerei è altra cosa rispetto a condurre una vera guerra per il controllo del territorio – ne sanno qualcosa gli americani in Afghanistan e in Irak -, però intanto lancia un preciso segnale agli alleati regionali: la Casa Saud ora è in prima linea e non deve più nascondersi dietro Washington. Un vantaggio innegabile per accreditarsi agli occhi dei sunniti come difensore dei luoghi sacri dell’Islam e pazienza se dietro ci sono gli israeliani e il “grande Satana”; l’immagine dei caccia sauditi che bombardano gli sciiti è molto più accettabile di quelli a stelle e strisce o con la stella di David.

La monarchia saudita vede però come fumo negli occhi l’alleggerimento delle sanzioni e i passi avanti del gruppo 5+1 sul programma atomico di Teheran e, non potendo impedire l’accordo, si è già mossa facendo valere i crediti mai riscossi dal governo di Islamabad. Non è infatti un mistero che il programma atomico pakistano sia stato finanziato a suo tempo proprio dai Sauditi, che ora pretendono il proprio tornaconto sotto forma di missili e testate atomiche. Già due anni fa l’intelligence israeliana aveva chiaramente spiegato che il giorno in cui l’Iran avrà la bomba atomica, l’Arabia Saudita non aspetterà un solo mese. Dal punto di vista di Riyadh l’arsenale nucleare è già stato pagato e quando gli servirà, dovranno solamente andarselo a prendere. Ovviamente detenere testate atomiche non implica automaticamente avere una chiara strategia di deterrenza, ma potrebbe anzi inasprire il conflitto tra i due nemici in lotta per l’egemonia regionale, imprimendo una pericolosa accelerazione alla corsa agli armamenti. Molte altre nazioni hanno già dei programmi nucleari civili – per esempio l’Egitto e gli Emirati Arabi – e vi sono già stati casi celeberrimi di scienziati pakistani che hanno venduto all’estero i segreti del programma nucleare ai nordcoreani e ai libici. Il Medio Oriente già in fiamme si appresta quindi a diventare anche terreno di segreta proliferazione nucleare, osceno e pericoloso opposto del concetto stesso di dissuasione reciproca.