La Repubblica Moldava, l’economia più arretrata d’Europa, ha risvegliato il suo sentimento di insofferenza nei confronti di un panorama istituzionale pervaso da corruzione e latrocinio da decenni. Un popolo storicamente pacifico e mansueto come quello moldavo ha maturato la volontà di ribellarsi alle angherie di un governo che esprime dei fantocci da esposizione, di fatto marionette nelle mani di potenti che tirano le fila dall’oscurità. La fantomatica goccia che ha fatto traboccare un vaso ricolmo di astio nei confronti dei gestori della cosa pubblica si è manifestata lo scorso anno, quando è trapelata la notizia di una maxi-truffa legata ad uno scandalo bancario che ha visto coinvolti tre istituti del Paese (Cassa di Risparmio, Banca del sociale e UniBank) e la sparizione della cifra monstre di un miliardo di euro. Nell’occasione fu accusato l’oligarca Ilan Shor, successivamente posto agli arresti domiciliari, poiché sospettato di essere colluso con l’ex capo dell’esecutivo, Vlad Filat.

Contestualizzando il fenomeno riottoso che coinvolge una considerevole percentuale della popolazione della piccola repubblica ex-sovietica, le proteste sarebbero state organizzate dai principali due movimenti filo-russi del Paese, guidati da Dodon e Usatyj – principali portabandiera della causa, sebbene vi siano tra i loro partiti degli attriti momentaneamente accantonati -, ci si rende conto di come l’intolleranza cui i cittadini sono soggetti ha una recente radicazione: il succedersi di governi filo-europeisti a partire del 2009 ha prodotto una serie di burattini, istruiti a regola da un mangiafuoco tutt’altro che trasparente. L’oligarca e politico Vladimir Plahotniuc tira le fila dell’intero sistema-Paese moldavo da quella data, quando ha delegato al suo vice la gestione diretta dei suoi affari ed è sceso ufficialmente in politica tra le fila del partito Democratico della Moldova, ricoprendo diversi incarichi parlamentari e in appositi organi appositamente istituiti da parte dei suoi vassalli politici – emblematico il fenomeno della fondazione del Consiglio nazionale della riforma giudiziaria, che ha visto Marian Lupu, suo fedelissimo, nominarlo Vice Direttore -. Tale individuo è sicuro della sua posizione di intoccabilità, controllando tutti i principali poteri dello stato, dalla stampa alla giustizia, preoccupandosi soltanto di rivendicare il suo status di ab solutus super partes.

Il succedersi di figure puramente rappresentative ai vertici governativi sono culminate con l’ennesima nomina di un capo dell’esecutivo vicino ai movimenti europeisti: Pavel Filip, difatti, è stato votato durante una sessione notturna del parlamento moldavo della scorsa settimana, nominato nell’arco di pochi minuti trascorsi dopo la mezzanotte. In tale occasione non è stato fatto trapelare nulla agli organi di stampa internazionali, difatti anche il portavoce del presidente Putin, Dmitry Peskov, aveva rivendicato il suo disappunto nei confronti del respingimento dei giornalisti di tre emittenti televisive russe recatisi a Chişinău per documentare l’accaduto. In quest’ottica di totale oscurantismo nei confronti di una popolazione stufa del grado di corruzione raggiunto all’interno del Paese, continuano le proteste nei confronti del nuovo primo ministro che, se non riuscirà a formare un governo per il 29 di gennaio, verrà destituito e il paese andrà a nuove elezioni dopo lo scioglimento delle camere.

In un clima di rimbalzo delle responsabilità tra le fazioni filorusse e filo-europeiste emerge un tratto importante: la voglia di una nazione intera, esasperata da condizioni economiche più vicine al terzomondismo che ad uno scenario di sviluppo e benessere – il reddito medio della popolazione attiva è di 182 euro mensili, a fronte di un costo della vita troppo elevato per gli standard locali – di emanciparsi da una classe dirigente che negli anni si è permessa di affamare un intero popolo nella completa noncuranza della comunità internazionale, sotto le mentite spoglie di uno stato liberale. L’evidenza della grande portata degli eventi è data dalla grande proporzione sul totale che in questi giorni ha preso parte alle proteste di piazza: su circa 3,5 milioni di abitanti (escludendo la Transnistria, di per sé già calda), circa il 5% del totale è scesa per le strade, di cui 40mila solo nella capitale, arrivando ad irrompere in Parlamento. L’ultima vera ondata di sentimento nazionale all’estremo confine dell’Europa.