Sua maestà Angola conosce bene l’arte della diplomazia e del compromesso. Fu per questo che i portoghesi le diedero questo nome nel XVII secolo, che deriva dal termine Ngoia: il titolo di sovrano della tribu Ndongo. Titolo di “maestà” per l’alleanza che la tribù egemone del Paese africano aveva con i coloni portoghesi. L’Angola era il fiore all’occhiello delle “provincie portoghesi” di Salazar, che si battè contro la de-colonizzazione dopo la seconda guerra mondiale, per evitare che il Paese cadesse nelle mani delle multinazionali americane, o del socialismo sovietico. Ma la storia non premia gli audaci. Tutto ciò avvenne dopo la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo nel 1974, che scatenò la guerra civile l’anno successivo (una dei tanti conflitti tipici da “guerra fredda”) tra il MPLA di dos Santos (sostenuto dall’Urss e Cuba), e l’UNITA di Savimbi (sostenuto dagli Usa). Per 27 anni, fino al 2002, parlare di Angola significava solo morte e distruzione. Oggi al potere c’è la famiglia dos Santos, e l’MPLA di ispirazione marxista, vincitore di questa barbarie sanguinaria che ha lasciato sul campo 500.000 vittime civili, e che è riuscito ad accumulare ricchezze con il traffico illegale di diamanti ed armi. Negli ultimi anni, l’Angola è diventata una potenza economica emergente del continente africano. Ha registrato una crescita del Pil del 20% tra il 2005 e il 2007, e del 17% nel 2010. Si gioca con la Nigeria il primato della produzione petrolifera africana, che per Luanda vale circa l’80% delle entrate pubbliche, il 47% del Pil e il 90% delle esportazioni. Il Paese africano è anche ricco di giacimenti diamantiferi che lo collocano al quarto posto nella graduatoria mondiale dei produttori di oro, fosfati, uranio, ferro, rame, mercurio rosso, bauxite e grazie alla consistente abbondanza di acqua della rete fluviale offre ampie possibilità agricole e di sfruttamento idroelettrico. Dal 2008, con l’inizio della crisi economica in Europa, Luanda ha ribaltato i rapporti di forza con l’ex Paese colonizzatore, il Portogallo, a rischio default insieme ai paesi cosidetti PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna). L’Angola iniziò ad acquisire numerose aziende portoghesi sull’orlo del collasso, in particolare nel settore della stampa, dell’energia, e delle telecomunicazioni. L’icona “vendicativa” del colonizzato che diventa colonizzatore, è sua maestà, Ngoia, Isabel dos Santos, figlia del presidente dell’Angola, Josè Edoardo dos Santos, al potere dal 1979.

epa03561008 A file photo dated 27 August 2012 shows Isabel dos Santos posing and making the V sign in Lobito, Angola, 29 January 2013. Isabel dos Santos, the oldest daughter of the Angolian President, is a business woman and investor, and, according to Forbes Magazine's recent calculations, she is Africa's first female billionaire. On top of her interests in oil and diamonds, she has significant shares in telecommunications, media, retail, finance and the energy industry, both in Angola and in Portugal. EPA/PAULO NOVAIS

Isabel dos Santos, figlia maggiore del Presidente dell’Angola, Josè Edoardo dos Santos, è un’imprenditrice di successo. Secondo Forbes è la prima donna Africana ad aver raggiunto il miliardo di dollari. EPA/PAULO NOVAIS

Secondo Forbes, Isabel dos Santos è la donna più ricca dell’Africa sub-sahariana: il suo patrimonio ammonta a 3.2 miliardi di dollari. E’ lei che tiene fra le mani le redini del Paese. Dopo i crolli bancari del 2008, la figlia del presidente è entrata nel consiglio d’amministrazione del Banco Português de Investimento, del Banco Espírito Santo, acquisendo posizioni azionarie di rilievo nel Banco Portugues de Noegocios, nella la Caixa General de Depósitos, nel Banco Santander e nel Banco BIC Portugues. Tra il 2008 e il 2009 la Kento Holding, di cui la dos Santos è proprietaria, è diventata azionista del colosso dell’elettricità Energias de Portugal, di Portugal Telecom e di ZON Multimedia, primo operatore nel mercato della pay tv portoghese e secondo provider internet del Paese. Inoltre il Banco Português de Investimento, di cui la signora dos Santos detiene il 19%, ottenne in quegli anni un piano di salvataggio di 1,5 miliardi di euro, soldi provienienti dalle tasche dei contribuenti portoghesi. Isabel dos Santos incarna lo spirito della regina del Ndongo, Nzinga Mbande, che strinse l’alleanza con i Portoghesi nel XVII sec., instaurando una forma di vassallaggio e resistendo a lungo ai tentativi di totale colonizzazione dell’Angola che avvenne nel XIX sec. Caso simile si manifesta nell’Angola contemporanea nei rapporti che intercorrono con la Repubblica Popolare Cinese. Non volendo sottostare alle regole del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, l’80% delle opere pubbliche per la ricostruzione del Paese nel dopoguerra sono provenute da capitali cinesi. Un credito che l’Angola sta ripagando in forniture di petrolio. Infatti rappresenta il principale partner petrolifero africano di Pechino. La società statale petrolifera di Luanda è la Sonangol, e nel giugno di quest’anno, la dos Santos è stata nominata al vertice dell’azienda. Come tutte le regine del mondo, la signora dos Santos, non si è fatta mancare qualche bizzaria per ricchi: nel dicembre 2015, quando era nel Consiglio d’amministazione dell’Unitel, una delle maggiori società di telefonia mobile dell’Angola, avrebbe pagato, con i soldi della società, due milioni di dollari alla rapper americana Nicki Minaj, per farla esibire a Luanda. Oppure il suo sfarzoso matrimonio con un banchiere congolose, nel 2002, poco dopo la fine della guerra civile, costato circa quattro milioni di dollari. Ma è facile e triste che chi vive nello sfarzo e nel lusso, cosa tipica dei regnanti, resti troppo distante dalla comprensione dei reali drammi sociali del proprio popolo, ancor peggio se dice di indossare gli abiti del marxismo.

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Sono numerosi i rapporti che denunciano lo sfruttamento dei lavoratori delle miniere situate nella provincia di Lunda Nord

Nonostante l’Angola sia un gigante economico dell’Africa, il Paese sta affrontando una dura recessione economica causata dal crollo del prezzo del petrolio. Secondo il Washington Post, il PIL non supererà il 4% di crescita fino al 2019. Lo scorso anno il tasso d’inflazione ha sfiorato il 14%, e la valuta del Paese, il kwanza, ha perso in un solo anno il 30% del suo valore rispetto al dollaro. Il livello di corruzione è molto alto, fenomeno comune a diversi paesi africani. Transparency International denuncia un evasione fiscale di almeno 140 miliardi di dollari l’anno. E in più, in Angola la disoccupazione sfiora il 25%: metà della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. La crisi economica ha prodotto una grave emergenza sanitaria. Negli ospedali luandesi c’è carenza di attrezzature sanitarie e farmaci. L’unico modo che hanno i pazienti per ottenere delle cure è comprare i farmaci sul mercato nero. La maggior parte degli angolani, però, non se li può permettere. Nelle ultime settimane, i test per l’HIV e i vaccini per la tubercolosi non erano disponibili da nessuna parte, stando a quanto riportato dagli operatori sanitari angolani e da quelli internazionali. Dopo che l’anno scorso il governo ha tagliato la spesa pubblica del 53%, il Paese non ha comprato nemmeno una dose di farmaci per la malaria. Prima della crisi, negli ospedali pubblici i farmaci erano gratuiti. L’Angola ha il terzo tasso di mortalità infantile al mondo, con un bambino su 6 che muore prima dei cinque anni, come riporta l’UNICEF.  Il Paese è caduto nella trappola della dipendenza dalle esportazioni di materie prime, primo fra tutti il petrolio, e non è l’unico Paese dipendente dai ricavi petroliferi in grande difficoltà economica da quando l’anno passato il prezzo del greggio è sceso a meno di 30 dollari al barile. Anche il Venezuela ha problemi di carenza di cibo, e di mancanza di energia elettrica, e la Nigeria sta subendo la peggiore crisi economica degli ultimi vent’anni. Pochi sono a conoscenza della situazione economica e sociale dell’Angola, dato che raramente il Paese concede visti ai giornalisti. E in tutto questo, cosa fa la Ngoia “marxista” dell’Angola, Isabel dos Santos? L’Angola è in difficoltà perchè non è riuscito a diversificare la sua economia, e la la ricchezza del Paese è sempre più concentrata nelle mani della famiglia dos Santos. E qui ci vuole uno slogan da propaganda di regime:

“La compagna Isabel dos Santos merita lo sforzo dei proletari angolani!”