Mentre l’esercito curdo si prepara a lanciare una potente offensiva nel territorio del Daesh, tentando di infliggere un’importante sconfitta alle truppe del Califfato con il taglio dei collegamenti con la capitale Raqqa e la riunificazione sotto il controllo curdo delle regioni di Kobane, Afrine e Jazire, le vie diplomatiche sanciscono l’ennesimo punto oscuro della lotta al terrorismo internazionale. Obama ha infatti appena ricevuto alla Casa Bianca il presidente turco Recep Erdogan, mettendo sul tavolo della trattativa il problema curdo. Si sa che il problema principale della Turchia non è certamente il Daesh, ed adesso neanche più la Siria in sé per sé. L’incubo che turba le notti di Ankara ha un nome soltanto, quello del PKK. Terrorizzato dall’idea che i curdi siano sovvenzionati militarmente dall’Occidente in funzione anti-Isis ma soprattutto che, una volta atterrito il Califfato, possano puntare le armi direttamente contro l’esercito turco al fine di ottenere l’agognata e sospirata indipendenza dal governo centrale, il governo della premiata coppia Erdogan-Davutoglu muove le sue pedine nello scacchiere internazionale andando direttamente a chiedere il conto alla presidenza americana. E a nulla servono i proclami sui diritti umani pronunciati da Barack Obama a margine delle trattative, così come a nulla valgono le proteste abbastanza decise di una parte della stampa statunitense che vede in questo ricevimento uno schiaffo alla violazione delle libertà di pensiero e stampa che sistematicamente è attuato dal governo centrale turco. Il problema e il nodo da sciogliere restava il fantasma del Kurdistan. E lo spettro del Kurdistan per ora è stato scacciato proprio da quest’incontro.

Erdogan, insomma, aggiunge un’altra vittoria nel suo lunga striscia di episodi oscuri e colpi di genio, che rendono ancora più evidente come la multipolarità del conflitto sia sempre più a discapito dell’Occidente, in primis dell’Europa. L’accordo sui curdi siglato nelle ultime ore sembra affermare almeno momentaneamente, ma pensiamo quasi definitivamente, la totale certezza ricevuta da Washington che le forze americane non contribuiranno alla nascita di un Kurdistan indipendente. Non soltanto, Erdogan, con una tranquillità diremmo quasi serafica ha limpidamente affermato di possedere tra le proprie fila un numero imprecisato di circa 1800 uomini di altri paesi, in prevalenza arabi e turkmeni, addestrati a combattere nel nord della Turchia contro il Daesh. Una lista consegnata alla Casa Bianca che dimostra non soltanto il legame strettissimo tra i reparti militari turchi e americani, ma soprattutto il dato quantomeno curioso della presenza di mercenari addestrati dai turchi. Un’immagine pericolosa che rende ancora di più l’idea di come il quadro cui si accingono a partecipare i curdi sia sempre più a tinte fosche. Ma che dimostra ancora una volta come l’Occidente sia sempre più in balia delle volontà di un sultano ottomano più che di un presidente di una repubblica turca, di un uomo che non ha, intendiamoci, manie di protagonismo, ma che persegue, imperterrito e lucido, qualunque strada al fine di ottenere il suo scopo: dominare la scena mediorientale e porsi come unico interlocutore islamico in Medio Oriente. Dopo l’accordo vergognoso con l’unione Europea (oggi i primi rimpatri di centinaia di profughi condannati alle ostilità turche), dopo i miliardi ricevuti dall’Europa e dopo i ricevimenti in pompa magna nelle corti e nelle cancellerie di mezza Europa, ora è la volta di Washington, che si piega ai desideri insaziabili di un temibile giocatore. Lo ha fatto utilizzando la pedina curda. Un popolo scomodo a chiunque, che, ricordiamo, da sempre combatte il Daesh e le cui immagini della riconquista di Kobane hanno fatto il giro del mondo. Ora che bisognava scegliere da che parte stare però non ci sono stati dubbi. Del resto Turchia significa NATO. E NATO significa America. Ed il nemico in casa, anche se combatte contro il terrorismo internazionale, non vuole nessuno. Tantomeno Obama.