A dispetto delle catastrofiche previsioni sul risultato che il cocktail di sanzioni e prezzi minimi delle materie prime avrebbe comportato, l’economia russa resiste alle minacce esterne e può tirare un sospiro di sollievo. Un sollievo più che auspicato, immaginiamo, poiché l’ultimo anno e mezzo deve aver comunque turbato non poco i sonni di Putin: prima con l’intervento nella vicenda siriana e le navi da guerra russe tornate a solcare il Mediterraneo dopo venticinque anni, poi con l’inevitabile reazione a seguito della rivoluzione in Ucraina e tutto quel che ne è scaturito – dal dispiegamento dell’esercito agli effetti delle sanzioni, passando per i costi legati all’annessione della Crimea e le tensioni con i partner occidentali – con in più le altre vicende di caratura internazionale quali l’accordo sul nucleare iraniano e il misterioso avvento dell’Isis, sono stati mesi intensi sotto ogni aspetto per il novello Pietro il Grande. Che hanno visto la Russia ritornare prepotentemente alla ribalta nello scenario internazionale, traendone tutti gli onori del caso ma pagandone anche, inevitabilmente, il prezzo; talvolta nel senso più stretto del termine.

La Russia è stata colpita dalla recessione globale, come ogni altro Stato, ma è tuttavia riuscita a garantire un mezzo punto percentuale di crescita per il 2014: non granché, si dirà, ma di questi tempi non si può certo essere schizzinosi; trattandosi, oltretutto, di un Paese che ha visto una crescita magnifica negli ultimi quindici anni. Essere poi riusciti a parare il colpo della crisi, si è rivelato essere un ulteriore successo a causa di altri fattori che hanno minato settori strategici dell’economia. Le sanzioni applicate hanno avuto un impatto di circa 40 miliardi di dollari sull’economia del Cremlino. Una cifra importante, certo, eppure assai inferiore alla ricaduta sui bilanci statali provocata dal crollo vertiginoso dei prezzi del petrolio: con il brent arrivato intorno agli 80 dollari al barile, perdendo quindi circa il 30 % del suo valore, l’impatto per la Russia, primo produttore al mondo, è stato misurabile nella cifra di circa 100 miliardi di dollari. Se però insieme a questi dati si valuta un altro indicatore, divenuto assai critico negli mesi passati, ovvero la svalutazione del rublo, ci si accorge che il suo deprezzamento ha seguito né più né meno quello del petrolio. Fatalità? Probabilmente no. L’economia russa è fondamentalmente basata sull’esportazione di idrocarburi (un suo limite, da un lato), e se a questo si somma il contrarsi dell’esportazione di altri beni a causa dell’embargo applicatole, si ha come risultato un robusto calo dell’export e dei proventi energetici, con un inevitabile impatto valutario. Euro a 60 rubli e dollaro quasi a 50, con conseguenti massicce iniezioni di denaro liquido da parte della Banca Centrale per salvaguardare il più possibile il valore della moneta, ma a caro prezzo.

Quello che sorge spontaneo chiedersi, è il perché di tale dinamiche e soprattutto chi ne trae il maggiore beneficio; giacché la pur parzialmente valida spiegazione riassumibile in calo dei consumi-minor produzione-minor consumo di energia-calo della domanda-abbassamento dei prezzi, non soddisfa appieno. Se il petrolio, come ogni altra commodity, determina il suo prezzo in base alla quantità prodotta, offerta e domandata, allora è evidente come gli scompensi provocati da alcuni fattori in Paesi strategici abbiano inciso in modo considerevole, ben più del minor consumo dei partner privilegiati della Russia, europei in testa. E’ in questa congiuntura, quindi, che è legittimo provare a capire gli effetti collaterali (oltre che dell’aumentata produzione americana derivante dalle scoperte di giacimenti di shale gas e oil) della rivoluzione libica e dell’avvento dell’Isis: e se fosse in atto un’altra guerra parallela rispetto a quella combattuta con le armi? Una guerra in cui le milizie islamiste, al potere in Libia e nel sedicente califfato, giocano ancora una volta dal lato americano, producendo e vendendo greggio oltre le soglie comunemente stabilite e andando quindi ad inflazionare i prezzi – con le ricadute maggiori rivolte ovviamente verso i paesi che fondano il proprio export sull’energia, Russia in primis? La Libia produce ora, contro ogni aspettativa, più petrolio di quanto ne producesse sotto Gheddafi; mentre l’Isis (s)vende a 30 dollari al barile il petrolio prodotto in Iraq: due dei principali paesi produttori sono nel caos e il risultato principale è che inflazionano i prezzi del petrolio con livelli di produzione e prezzi dissennati. Seguiti a ruota dagli altri alleati regionali degli Stati Uniti, come Arabia Saudita e Qatar, su cui pendono anche i sospetti di essere acquirenti del petrolio venduto dagli islamisti guidati da al-Baghdadi. Fanta(geo)politica? Non più di tanto: in fin dei conti, la guerra in Libia, il rovesciamento dello sciita al-Maliki in Iraq e soprattutto la guerra contro Assad, sono tutte azioni patrocinate dall’America: difficile credere che non si considerassero anche gli effetti secondari, come appunto quello dei prezzi sul petrolio, in Paesi che campano principalmente di proventi energetici e che vanno a colpire nel portafoglio il principale avversario nello scacchiere internazionale, quello che mette i bastoni tra le ruote allo strapotere yankee.

Ciò che è certo, è che la Russia non se ne sta con le mani in mano a vedere l’Occidente depredarla della sua principale fonte di sostentamento. E già reagisce. Le massicce vendite di titoli di stato americani detenuti, i Treasuries¸ con i cui proventi sono stati effettuati altrettanto massicci acquisti di oro – portando Mosca a triplicare le sue riserve auree e diventare il quinto Stato al mondo detentore del metallo prezioso – sono stati la prima, rilevante mossa da parte di chi preferisce fondare la propria ricchezza su beni tangibili piuttosto che sull’aleatorietà finanziaria, soprattutto quando contribuisce ad arricchire chi la ostacola e combatte quotidianamente. Un modo per smarcarsi sempre di più dal giogo americano che, in termini di titoli del proprio debito pubblico, ha già ingannato la Cina.